Il Comicon è finito ormai da due settimane, ma io ho finito solo adesso di leggere la roba che ho acquistato/ scroccat-fattomi prestare dopo di esso. Ed ecco il minestrone:
Bastien Vivès, Dans mes yeux - Il gusto del cloro
In occasione del Comicon ho avuto l'incredibile ventura di conoscere Bastien Vivès. E chi l'avrebbe mai detto quando, a settembre, presi dallo scaffale della Fnac di Tours una copia del Goût du Chlore, e lo considerai subito uno dei fumetti migliori su cui avessi messo mano negli ultimi tempi? Alla fiera del Libro per ragazzi di Bologna, nello stand della Casterman, avevo avuto modo di sfogliare, ahimé per pochi minuti, la nuova opera di Bastien, Dans mes yeux, ancora inedita in Italia ma che spero sarà tradotta presto. Per fortuna Bastien ce ne ha lasciato una copia allo studio e quindi ho potuto leggerla con calma ^^

Dans mes yeux e Il gusto del cloro - di fresca stampa presso Black Velvet - raccontano la stessa storia. Un lui e una lei - di cui non si sa il nome in nessuna delle opere - si incontrano per caso, si studiano, si piacciono, si mettono insieme. Il gusto del cloro termina appena prima che i due si mettano insieme, Dans mes yeux prosegue fino a mostrare le prime incrinature della neoformata coppia. Il gusto del cloro ambienta tutto in piscina, Dans mes yeux segue i protagonisti dalla biblioteca universitaria dove si incontrano per la prima volta ai luoghi dei loro primi appuntamenti, il cinema, una festa, il ristorante, lo zoo ecc. Alcune situazioni si ripetono identiche nei due fumetti: lei che si lega i capelli con un elastico, lui che scopre con gelosia le altre amicizie maschili di lei, lui che guarda, ammira, fissa solo lei.
La bellezza del Gusto del cloro stava in quella sensazione di piscina che ti dava. Mentre lo leggi si percepisce l'acqua, l'atmosfera ovattata delle vasche, lo sciabordio delle piccole onde contro il bordo. Colorazione al computer in tinte piatte, sintetiche e utili. Dans mes yeux invece è colorato coi pastelli a cera, e un nervoso contorno a china segue le figure principali. La sua bellezza - e la sua genialità - sta nella prospettiva e nel sapiente utilizzo della voce narrativa.
In Dans mes yeux, il protagonista maschile non si vede mai. Tutto si vede, come dice il titolo, dai suoi occhi, e nei suoi occhi c'è solo lei, la ragazza che lo affascina e di cui lui segue tutti i movimenti. Anche i balloon riportano esclusivamente le parole di lei, mai quelle di lui, cosicché il dialogo va dedotto unicamente dalle reazioni di lei. Questo perché a lui, di quello che dice lui stesso, non importa. Interessa soltanto questa lei che è entrata così prepotentemente nella sua vita.
Per farla breve, Dans mes yeux è geniale e dovete leggerlo. Due cose non mi sono piaciute: la parte allo zoo (con quegli animali disegnati così realisticamente, al contrario del resto dei disegni) e il finale amaro, perché, come il protagonista, non capisco il senso delle lacrime di lei. Ma questo nulla toglie alla straordinarietà del tutto. Leggete di come l'attenzione di lui scema mentre lei parla con i suoi compagni di dormitorio, o di come lei balla. Bastien suggerisce di leggerlo ascoltando Les histoires d'A di Rita Mitsouko. Le voilà.
Les histoires d'amour finissent mal en général.
Un omaggio di Bastien a Napoli:
e il blog di Bastien: http://bastienvives.blogspot.com/ . Stay tuned.
Blotch. Di fronte al proprio destino, di Blutch
Blotch di Blutch è semplicemente l'albo meglio inchiostrato adesso in circolazione, insieme alle cose di Frederick Peeters. Questo secondo tomo aggiunge, alle vette del primo (che forse è un pelino meglio), gli ulteriori tentativi di lecchinaggio di Blotch verso il padrone della rivista, che si dimostrerà molto più interessato alla garçonne di Blotch, Georgette, che non a lui stesso, il rapporto di Blotch con il jazz (da comparare con quello verso l'Africa del primo tomo), gli ulteriori battibecchi con Franz Dewiller, e soprattutto il passato di seduttore di Blotch con "la tentazione di Sant'Antonio". Insomma tutto il peggio del carattere di Blotch, per la nostra gioia.
Miss Endicott, di Derrien - Fourquemin
L'ho preso perché non so dire no alle governanti inglesi dell'800. Lettura gradevole, anche se mi aspettavo di meglio. Il ritmo molto veloce del racconto impedisce un po' di soffermarsi sui disegni, entrando in contrasto con il loro livello di dettaglio. Nel finale non ho capito perché Miss Endicott, svolto il suo lavoro, dovesse andarsene. In generale, mi ha ricordato da un lato Clues di Mara, e dall'altro Brisby e il segreto di NIMH, uno dei miei film d'animazione preferiti di quand'ero piccola.
Verso la tempesta, di Will Eisner

Trovato nella libreria dello studio e letto aspettando di andare a vedere Porco Rosso di Miyazaki. Andando a combattere nella Seconda guerra mondiale, il giovane Eisner traccia un'autobiografia della sua infanzia che è soprattutto una biografia di sua madre, giovane perbene e con la testa ben piantata sulle spalle ma con una famiglia disastrata, e di suo padre, artista fallito e affarista sognatore ancora più fallito nel lavoro, ma con delle idee molto chiare sulla convivenza etnico-religiosa. Faultless, come si dice, con alcune pagine splendide, ma ci sono cose più emozionanti.
Peppino Impastato. Un giullare contro la mafia, di Rizzo - Bonaccorso
In uno dei corridoi bui di Castel Sant'Elmo, erano esposte le tavole originali di questo fumetto. Non sapevo di cosa trattasse né chi fosse l'autore, ma sono rimasta conquistata dal tratto spigoloso e dolcemente asprigno, come un limone, e soprattutto dal fantastico naso del protagonista. Poi ho scoperto che il fumetto era su Peppino Impastato e che allo stand della Becco Giallo c'era l'autore che firmava le copie. Così mi sono fatta fare un naso solo per me ^^ Pare strano ma io I cento passi non l'ho visto, quindi non posso fare confronti, dal momento che, come si dice in appendice, la scelta della struttura anacronica è stata determinata anche dalla volontà di differenziarsi dal film. L'altroieri ricorreva anche il trentunesimo anniversario della morte di Peppino Impastato, e ben venga che lo si ricordi in tutti i modi. Ma soprattutto un plauso ai fantastici disegni del messinese Lelio Bonaccorso.
cabepfir risponde capricciosamente ed egoisticamente alle vostre domande*!
1) Come si magna in Francia?
Siete vissuti con il mito della nouvelle cuisine? Avete visto Ratatouille e credete che in ogni cucina di Francia viva uno chef come il topo Rémy? Ebbene, scordatevelo. Può darsi che, se andate in un ristorante a 5 stelle, abbiate la possibilità di mangiare decentemente (però, non avendo più un rene perché avete pur dovuto pagare il conto, non so se gradirete la digestione). E naturalmente, nulla toglie che viviate presso un'ottima massaia che cucina come Dio comanda, oppure che voi stessi sappiate cucinare alla perfezione (cosa che non è affatto il mio caso). Se a) non avete i fondi per permettervi Chez Maxim, b) non avete qualcuno che cucina - bene - per voi, c) non sapete cucinare, allora potete sempre affidarvi alle mense universitarie per il pranzo e al vostro supermercato per la cena. Avete sempre diffidato delle mense universitarie italiane? Tsk tsk tsk, non ci siamo proprio. La mensa universitaria italiana è il paradiso rispetto alla cucina della mensa universitaria francese. E Tours non è neppure messa male. Coloro che hanno avuto la sventura di mangiare alla mensa della Sophia Antipolis di Nizza (e io sono tra quelli) sanno di cosa sto parlando. Nei ricordi di tutta la mia vita, probabilmente non ho mai mangiato tanto male quanto alla mensa della Sophia Antipolis. Mi ricordo ancora una sottospecie di salsiccia nerastra che volevano servirci come carne di maiale, del couscous che si poteva incollare sul muro, per non parlare della tipica abitudine francese di mettere il ketchup sulla pasta (sic)...
La pasta, nelle mense francesi, è considerata un contorno (ovvio, no?) ed è quindi servita completamente in bianco al lato della carne o del pesce. Non vi parlo poi delle assurde combinazioni tra un qualsiasi secondo e un qualsiasi contorno, per cui vi possono capitare nello stesso piatto fagioli rossi, finto merluzzo bollito e pasta (naturalmente scotta, ça va sans dire). I supermercati offrono un'ampia scelta di piatti pronti di dubbia qualità, nonché una vasta serie di pasta in scatola (yep) tutte fornite dell'immancabile stampa "100% italiano" (grazie al cielo, non lo sono. Salviamo almeno il patrimonio gastronomico del nostro paese). Molti offrono il formaggio come dessert, una cosa che non ho mai, mai capito. Per me il formaggio è una cosa che si mangia una volta ogni tanto in sostituzione del secondo o per fare una cena fredda. E - tenetevi forte - in Francia si porta molto l'emmenthal grattugiato sull'insalata... non ho veramente parole. E la cosa peggiore è che anch'io, come gli altri studenti, mi sottopongo a questa carneficina.
Dove la Francia si riscatta alla grande è nella sezione yogurth e dolciumi. La scelta di yogurth (yaourt), siano essi al latte, alla vaniglia, alla frutta, alla cioccolata, al caffè, ecc., è incredibilmente più grande di quella che si trova nel più fornito supermercato italiano. Esistono yogurth di ogni genere, tipo e grado. Poiché la frutta da queste parti si trova, ma è più cara che in Italia, esistono moltissimi tipi di frutta in conserva, che presentano le combinazioni più fantasiose (cfr. foto in alto): mela e banana, mela e pesca, mela e fragola, mela e ciliegia... Qualche giorno fa ho comprato un succo di frutta all'arancia e banana (yuk!). I succhi di frutta in brick sono poco diffusi, per lo più sono in tetrapack o in vetro da un litro.
E poi esistono sempre le boulangeries-patisseries (da me chiamate bulangio-patisso), che sono la vostra salvezza esistenziale in caso di crisi. Mmh, la pasticceria francese...
2) Come sono i ragazzi francesi?
Uhm, non li butterei mica ;-) A parte l'ostinata tendenza a pettinature improbabili - portano con disinvoltura lunghe ciocche da figlio di papà in vacanza ad Harvard -, diciamo che la popolazione maschile francese si difende abbastanza. Non è difficile vedere in giro fichinghi biondi-occhi azzurri di pura derivazione normanna.
Però, da buttare o no, sempre francesi sono. Io ci ho ben poco a che fare.
3) E il famoso purismo linguistico francese?
Mah, i francesi son strani. Difendono a viva forza la loro lingua da ogni tipo di anglicismo, creando, soprattutto nel campo dell'informatica, una terminologia ridicola:
ecc. Ma la barriera posta tra loro e l'inglese non impedisce loro di massacrare la loro stessa lingua nei modi più barbari. Mi riferisco in particolare alla loro radicata tendenza alle abbreviazioni, che non si usano soltanto nel linguaggio scritto degli sms o su internet, ma anche - se non soprattutto - nella lingua parlata. Sembrano incapaci di sopportare la lunghezza delle parole! Questo fatto mi sconvolge. Accorciano tutto. Qualche esempio:
ecc ecc. E termini come socio, psycho, bio ecc non sono usati solo tra amici, ma anche tra studenti e professori! Immaginate uno che all'Orientale dica al decano di Storia e civiltà dell'Estremo Oriente (sapete di chi sto parlando...): "Sa, io studio giap". Non ti manderebbe a calci nel sedere fuori da Palazzo Corigliano? E non farebbe bene? Io sono veramente scioccata da questa mania abbreviatrice. La traduzione francese di Cronache del ghiaccio e del fuoco è infarcita di queste abbreviazioni, specie nel linguaggio dei popolani. La traduzione italiana sarà fatta coi piedi, tutto quello che volete, ma almeno è in italiano... Ringraziate dunque che i nostri problemi sono l'uso delle k e del lnguaggio sms, e che nessuno ancora dica al proprio professore "Vado all'uni a fare un po' di mat, raga".
A parlare di un altro paese si rischia sempre di generalizzare, ma dopo aver vissuto oltralpe per quasi quattro mesi, tra l'anno scorso e quest'anno, ho la temerarietà di offrirvi qualche ragguaglio su questa tanto decantata nazione. Per evitare di essere presa dai miei soliti lamenti patriottici (sono una di quelle persone, ahimé, che continua sempre a preferire l'Italia), cercherò di fornire alcuni elementi abbastanza obiettivi. Tenete presente che il mio punto di osservazione è la piccola cittadina di Tours, non la grande Parigi. Immagino che ogni città costituisca un caso a sé.
Cominciamo quindi dalla CASA, il posto con cui, volenti o nolenti, si entra in contatto nel modo più diretto. La tipica abitazione francese è una casetta monofamiliare a due piani, con mansarda e cantinetta. Putroppo l'aumento demografico ha costretto anche i francesi ad adeguarsi alla necessità del condominio, ma, tra le due opzioni, il francese cerca di salvaguardare l'apparenza con un palazzetto in cui c'è solo un appartamento per piano. L'appartamento al pianterreno (rez de chaussée)- potendo godere anche del giardino, è il più ambito, mentre, salendo sempre più su, la qualità cala fino ad arrivare all'immancabile mansarda in cui, in genere, vengono ficcati i bambini e gli studenti. Presumo che tutte le mansarde del centro di Tours siano fittate a degli studenti. La mansarda è carina e simpatica, ma bisogna far attenzione alle capate appena svegliati (nelle ultime settimane ho preso un due-tre capate che ancora me le ricordo), nonché alla cronica insufficienza di luce.
La grande invenzione della casa italiana, la serranda o persiana o veneziana che dir si voglia, sembra non aver toccato i cugini d'oltralpe. Forse felici di poter contare su un raggio di sole ogni tanto, il sistema più avanzato di protezione dai raggi solari concepito dai gallici è, nei casi più fortunati, delle cigolanti imposte pieghevoli di legno o delle traballanti tapparelle di plastica. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, il francese si accontenta di una semplice tenda (peraltro in genere di tessuto chiaro e trasparente), la cui funzione primaria è quella di abbellire la stanza, non certo quella di proteggere dai raggi solari. Molte mansarde (in cui, vi ricordo, sono confinati gli studenti) non hanno affatto le imposte, ma solo una tendina all'uncinetto industriale. E, anche se certo il centro della Francia non è il paese del sole spaccapietre, vi assicuro che per una persona abituata a dormire nel buio più totale, non è simpatico vedere la luce infiltrare da tutte le parti ad un orario improbabile del mattino :-/ Ad alcuni forse piacerà, io rivendico la mia serranda impenetrabile!
La composizione del bagno francese è una costante piaga per l'italico. Non disquisirò qui della congenita mancanza del bidé o bidet, che conserva in italiano questo aggraziato nome francesizzante anche se in Francia non se ne vede l'ombra. Il bagno francese è in genere diviso in due stanzette: in una stanzetta troverete doccia (o vasca da bagno all'occorrenza) e lavabo, nell'altra il gabinetto. Che cosa comoda, penserete! Così uno può andare a far pipì nel pertugio del WC mentre un altro si fa la doccia nell'altro cantuccio. Ma la dislocazione wc-lavabo costringe ogni volta a cambiare di stanza per andarsi a lavare le mani dopo aver fatto i propri bisogni. Questo costringe a volte a percorrere l'intera casa con le mani sporche, perché talvolta il cesso è posto ad un'estremità della casa e il lavabo a quella opposta...
Nelle case più vecchie, pavimento e scale interne sono praticamente sempre di legno. Ma attenzione! Il parquet francese, per ragioni a me ignote, è di qualità particolarmente cigolante e scheggiantesi. Rientrare in una casa alle due di notte senza far rumore è impossibile: lo sgniik sgneek della scala renderà noto ogni vostro passo. Anche nelle case più moderne, in genere si è mantenuta l'usanza della scala interna (intendo la scala condominiale) in legno. Ecco spiegato perché i francesi temono gli incendi domestici molto più degli italiani...
1 - continua se possibile

Quizilla | Join | Make A Quiz | More Quizzes | Grab Code MUAHAHAHAH ieri qui in Francia è uscito Nana 18 (pari ai futuri numeri 35 & 36 italiani). In meno di una settimana ho letto ben due tankobon di Nana ^^ Che scorpacciata! Il numero 18 è bello voluminoso e comprende anche una storia extra su Takumi e Reira
Per il resto non vi dico niente... solo che il finale sembra diventare sempre più chiaro ^^
Sto leggendo Trono di Spade di George RR Martin. Me l'avevano consigliato da più parti e sono grata di aver dato ascolto ai consigli, per una volta. L'ingarbuglio di case Stark, Lannister, Baratheon, Tully ecc mi sta ingrippando come non mai, e mi sto talmente appassionando che ho addirittura comprato il secondo volume in francese, sperando che la voglia di sapere come va avanti mi spinga a leggerlo. I miei personaggi preferiti sono per il momento Jon Snow, Tyrion Lannister, Ned Stark e Catelyn Tully. Invece odio Arya (crepa. So purtroppo che non creperà, per il momento). Tyrion è troppo un grande, e Jon me lo immagino molto simile a Jibras (il che ovviamente è parte preponderante nel fatto che mi piaccia). Amo poi come i riferimenti alla guerra delle Due Rose restino sempre sotto il pelo della superficie, quasi come in un sistema a livelli medievale, con il senso letterale, quello allegorico, il morale e l'anagogico. Per chi sa, i riferimenti storici sono evidenti, chi non sa può andare avanti lo stesso. Robert Baratheon è Edoardo IV sputato, e Cersei "ce**a* Lannister è una replica perfetta di Elizabeth Woodville 
Oggi dodici marzo è il compleanno della cara Miriel, la ragazza dai capelli verdi che fino a poco tempo fa vedevate sul template del blog.
http://www.amiamiprod.com/Asanor/micomply.htm
Sono arrivata a Tours dopo un viaggio allucinante (ci hanno fatto fare un attimo andata e ritorno da Marsiglia perché gli aeroporti di Parigi erano bloccati) e ho accumulato appena cinque ore di ritardo. Ieri ho preso una stanza in un ottima posizione (tra l'opéra e la cattedrale) e ho girato un po` tra librerie e supermercati. È già uscito Nana 17 (pari ai futuri nn. 33-34 italiani) e quindi muahahah l'ho già letto. Sto leggendo anche Trono di Spade di George RR Martin e mi sta piacendo assai 
A casa pero' non ho internet, sto usando i pc dell'università, quindi scusatemi se le comunicazioni saranno lente. Erica, non posso occuparmi dei vari aggiornamenti :-P
Ieri sono andata alla Fnac e ho recuperato glialbum di Eilera e dei Magica, che cercavo da un po'. Nel bancone metal mi ha rivolto la parola uno strano tizio dagli occhi stralunati, che mi ha detto qualcosa che non ho capito affatto. Voleva:
Non ho capito, quindi scegliete l'opzione che più vi aggrada. Strani incontri nel mondo metallico di Turz.
La vostra blogger preferita lascia le assolate rive d'Italia per un po' di pioggia e nebbia nella pianura della Loira. Eh sì, me ne torno a Tours, perché anche se il tempo di solito è così
raramente può anche capitare che sia così
e anche se Place du Grand Marché è stata reintitolata "piazza del Mostro" per ovvi motivi
ci sono pure delle parti di Tours più gradevoli alla vista
ma tutto sommato, principalmente ci vado per scroccare i manga nuovi alla Fnac e per ingozzarmi di flan. Ci si sente appena possibile. Restate sintonizzati.

E Zuleika che fine fa? Dopo il suicidio collettivo, considera per un momento l’idea di ritirarsi dal mondo e di chiudersi in convento; ma poi cerca gli orari del primo treno dell’indomani per Cambridge, pronta a menare una nuova strage.

Di seguito ho letto anche, sempre di Beerbohm, una raccolta di racconti pubblicata anni fa da Sellerio (e trovata per caso nella casa dove sono stata a Parigi), Storie fantastiche per uomini stanchi. Mentre il primo raccontino è abbastanza zuccheroso (sullo stile delle fiabe di Wilde - io amo Wilde ma le sue fiabe sono al saccarosio, stucchevoli), gli altri 3 sono di pregiata fattura. Il quarto è appena un abbozzo, il terzo una storia abbastanza bizzarra che non soddisfa appieno il mistero creato all'inizio, ma il secondo è un vero gioiello, una storia à la HG Wells e alla sua macchina del tempo, con un poetastro che vende la sua anima al diavolo per vedere la British Library nel 1997. E il finale, il finale è davvero eccezionale. Provate per credere.
Nota di servizio: apprendo dal blog di Gonzo che è uscito il 5° libro dell'imperdibile serie della shopaholic Becky Bloomwood di Sophie Kinsella, Shopaholic & baby. Lo vogliooo!
Nota di servizio 2. Ultimo giorno a Tours: domani torno in Italia!!!!!
300

Epico. È questo il primo aggettivo col quale viene definito questo film negli strilli pubblicitari, ed è il primo che viene anche a me per descriverlo. E quando faccio uso del termine epico, senza mascherarmi dietro falsa modestia, lo uso con una certa cognizione di causa, dato che sono tre anni che ormai non mi occupo praticamente d'altro se non dello studio di poemi epici e cavallereschi. Ma l'epicità non è l'unico elemento che troveremo in 300. Vediamo allora di distinguere alcuni nodi centrali, altrimenti rischio di essere poco chiara.
300 è l'adattamento del fumetto omonimo di Frank Miller, non so se pubblicato anche in Italia o meno (qui in giro non l'ho visto). Come tale si inserisce in tutta la schiera ormai corposa di film tratti negli ultimi anni da fumetti, come X-Men, Spiderman, Elektra, ecc.
300 è un peplum: greci vs persiani in slippino, schinieri e scudi, case con colonnato, sandali e bracciali, vogliono dire proprio la quintessenza del genere. Come tale 300 si inserisce nel recente revival del peplum, con film come Troy, Il Gladiatore, Alexander ecc.
300 è un film epico, ed epico vuol dire anche fantasy (un giorno mi prenderò finalmente la briga di analizzare un po' il legame tra l'epica, il fantasy e i videogiochi). E epico-fantasy significa Signore degli Anelli (in seguito: LOTR), King Arthur, ecc.
Questa triplice appartenenza dà conto delle (grandi) virtù e dei (pochi) vizi di questo film. Infatti, seguendo i canoni tipici dei generi, 300 raggiunge livelli molto alti in tutti i campi, però, proprio il fatto di trovarsi tanto implicato coi suoi predecessori, comporta una serie di difetti che poi vedremo.
Come film epico, 300 raggiunge livelli elevatissimi, tanto da far gridare quasi al miracolo: i primi 15 minuti di questo film hanno una potenza, una possanza d'afflato, una carica impetuosa veramente epica. E in generale tutto il film è percorso da una grandissima carica energetica ed esaltante: mentre di sangue sullo schermo se ne vede poco, e quello che schizza è in bollicine, ciò che veramente scorre per due ore è una scarica praticamente ininterrotta di adrenalina. Sono uscita dal cinema in uno stato di grande eccitazione, e l'ho visto quasi tutto a bocca aperta, ottimo segno.
Inoltre, chi ora lo accusa di essere un film irrispettoso verso l'Iran ecc, si vede che non ha capito proprio niente e che non sa proprio nulla di storia antica. La Grecia costituisce se stessa in opposizione alla Persia: questo è un dato storico che non si può confutare. Quest'anno, per le mie ricerche sulle Amazzoni, ho letto un po' di testi di storici greci antichi, Erodoto, Diodoro Siculo, Plutarco e giù di lì, nonché un po' di oratori come Isocrate, perché dovete sapere che le Amazzoni venivano usate dalla propagandistica ateniese come "metafora" dei Persiani. E vi assicuro che 300 dà un'immagine fedelissima dell'impressione che si ricava leggendo i testi antichi. Basta scorrere le pagine di Ippocrate per trovarsi davanti alla descrizione dei Persiani come debosciati, effeminati, inferiori nel fisico perché inferiori nell'organizzazione politica e viceversa. Certo, tutto ciò non fa altro che confermare che i problemi tra Europa e Medio Oriente non sono iniziati ieri; ma tra dire che Plutarco e 300 con lui insultino gli iraniani, ce ne corre. Allora dovremmo vietare pure l'Orlando Furioso e la Gerusalemme Liberata, e staremmo freschi.
Come adattamento di un fumetto, anche qui siamo a livelli di eccellenza. Dovendo fare un film tratto da un fumetto di Frank Miller pochi anni dopo l'eccezionale Sin City di Robert Rodriguez, Zack Snyder si trova costretto a spremersi le meningi per ottenere un prodotto che conservi il più possibile dello stile del grande Frank e che non sia una copia conforme di Sin City. Lo spremimento delle meningi è fruttuoso: Snyder penso che abbia massacrato i suoi collaboratori per ottenere quelle immagini scabre ed essenziali, percorse da fumi e da polveri terrose, con "cieli che non sono cieli" (l'ho letto in una sua intervista). Conserva la voce fuori campo, la descrizione secca, molto americana e molto milleriana (e anche molto epica) di avvenimenti e pensieri, la stilizzazione delle scene di battaglia, dei colpi, del sangue che esce a bollicine, anche se non può mantenere quell'effetto di "fumetto filmato" di Sin City. Una sola scena conserva il bianco & nero tipico dell'autore, ed è quella del naufragio delle navi.
Ma allora dove nascono i difetti? Nel fatto che a quanto pare, non si può prescindere dalle scelte grafiche, di inquadratura e movimenti di macchina, dei succitati Troy, LOTR ecc. Così, lo sbarco delle navi deve per forza dipendere dalla gigantesca flotta di Troy (solo che qui le navi sono orientate da destra a sinistra e non è giorno ma il tramonto); l'arrivo degli elefanti deve per forza richiamare gli oliphant di LOTR. L'impossibilità - o l'incapacità - di spezzare queste catene metacinematografiche e intertestuali (che paroloni, eh?) è sottolineata dall'utilizzo, in tutti questi film, di uno stesso stock di attori: e così vediamo David Wenham che ha lasciato da côté l'arco di Faramir per mettersi lo splippino di Dilios, e l'effetto è veramente straniante. Già in Troy comparivano Orlando Bloom e Sean Bean, usciti belli belli dalla Nuova Zelanda... La regina Gorgo porta un abito a striscette tipo quello di Ginevra in King Arthur (e dubito assai che sia una regina spartana sia dama Ginevra portassero abiti a striscette). La scena nel prato col bambino richiama invariabilmente Il Gladiatore. E non so quante altre somiglianze si potrebbero trovare, a cercarle con attenzione.
A parte questo, alcuni intrusi venivano a disturbare il flusso epico del tutto: le scene con la regina Gorgo, che avrei tagliato tutte, specie l'amplesso patinato alla luce della luna (molto poco epico e molto Harmony, invece); l'invocazione di Leonida alla moglie prima di morire (vi ricordo che Lady Oscar prima di morire urla "France banzai!", e che a Roncisvalle Rolando non ci pensa proprio, ad Alda la bella); mentre altre diversioni dal canone erano più gradite: la profezia dell'oracolo in stile pubblicità di profumo, la mela da Biancaneve di Leonida, la morte di Leonida a mo' di San Sebastiano, in posizione da crocefisso trapassato dalle frecce, che sarebbe piaciuta molto a Mishima Yukio.
Serse è un 'irriconoscibile Rodrigo Santoro: credo che sia stato persino doppiato per fargli avere il vocione.
Il numero 23

Nata di 23, con tutta una serie di superstizioni personali legate ai numeri, fan di Jim Carrey, non potevo mancare di andare a vedere questo film. Come i vari Identity, The Jacket ecc, è un thriller molto arzigogolato in cui all'inizio non si capisce niente e poi quadra tutto; anche se nel momento esatto in cui il cerchio si chiude, il film perde tutto l'interesse. Il numero 23 è la storia di un'ossessione paranoica per il numero 23, appunto, nata con un libro così intitolato, con scoperta di un passato che non si sapeva di avere. Al contrario di altri film del genere, però, Il numero 23 è provvisto di forte morale finale, credo voluta dallo stesso Carrey, che da un'intervista che ho letto mi sembra essere un tipo molto filosofico. Appartengo a quel non nutritissimo ma agguerrito gruppo di persone che ritiene che Jim Carrey sia un grande attore, uno dei migliori attualmente in circolazione; e questo film conferma le sue doti. A parte questo, però, poco di più.
La città proibita

Ci sarebbe da interrogarsi, per chi avesse una conoscenza della sua filmografia ben maggiore della mia, sul percorso registico di Zhang Yimou dalla critica sociale di Lanterne rosse e la Vera storia di Qiu Ju fino ai wuxia pian come Hero, la Foresta dei Pugnali volanti e quest'ultima fatica. Perché certo dietro ci deve essere un percorso voluto e ricercato; ma io non riesco esattamente a capire quale sia. E anche con questa storia di intrighi di palazzo, che di wuxia pian ha molto poco (pochi i combattimenti volanti, secondario l'amore contrastato tra i due giovani & belli, ecc), Zhang Yimou vorrebbe probabilmente dirci qualcosa: ma che cosa? Forse i film sociali erano per parlare ai cinesi, questi kolossal invece sono da esportazione? O è forse vero il contrario? O Zhang Yimou è sempre e comunque un regista che ha guardato solo ai riconoscimenti (e ai profitti) internazionali? Non so, mi faccio queste domande non sapendo quasi niente del contesto. Certo, La città proibita non raggiunge i livelli di Hero e della Foresta (già la Foresta era inferiore a Hero, d'altro canto), e i miliardi spesi per rivestire tutto di una sfoglia d'oro non basta per donare al film quella straordinaria eleganza visiva di Hero. Anche gli attori giovani, non brillano molto per bellezza o per bravura; e faccio il paragone con quello straordinario figone attore di Kaneshiro Takeshi nella Foresta dei Pugnali volanti. Insomma il gioco mi sembra un po' fine a se stesso, con un'incredibile dose di violenza e di sangue mostrato (tutto quello che hanno risparmiato in 300, dove peraltro è virtuale, l'hanno impiegato qui), con due possibili spiegazioni. Uno, che Zhang Yimou stesse tentando di fare un Trono di sangue (Kumonosu jo di Akira Kurosawa, 1957, altrimenti conosciuto come il Macbeth giapponese) letterale in salsa cinese, con annessi pseudo-riferimenti a Shakespeare, ecc (ne muoiono più in questo film che in Amleto, ed è tutto dire). Due, che La città proibita non sia altro che un unico, lungo e doloroso canto d'amore per Gong Li, bellissima e sofferente; e allora, sia pure solo per questo, il film avrebbe un senso.
L'acquerello che ho fatto per mio padre:
È Naide che canta in un locale. Stavolta, contrariamente alla versione di due anni fa (http://www.amiamiprod.com/Asanor/naidesings.htm) sono riuscita a dare un po' l'effetto del fumo, anche se è lungi dall'essere come desiderato. Senza contare che il foglio minacciava di fracellarsi ad ogni colpo di pennello... Potete immaginare la canzone che volete (da stampigliare in alto a destra), anche se io pensavo magari a Someone to Watch Over Me, o comunque qualche altro brano molto classico. Dovete anche immaginare che, come tutto il resto, Naide ha una bellissima voce ^_^
In attesa di nuove recensioni, potete occupare il vostro tempo vedendo le nuove foto che ho uplodato su http://www.flickr.com/photos/cabepfir/ :
Le vol du corbeau, di J-P Gibrat (2 volumi)

Ebbene, lo ammetto: questo fumetto non l'ho scroccato, ma regolarmente comprato, attratta magneticamente dai fantastici disegni di questo a me perfettamente sconosciuto Gibrat, il cui nome fa tanto Jibras. La storia ci mette un bel po' a decollare, e anche quando ingrana non è che sia questa cosa sconvolgente da urlacchiare entusiasti, ma i disegni sono talmente magnifici da far passare in secondo piano le carenze della sceneggiatura. A rigor di cronaca, la storia è abbastanza semplice: siamo in Francia all'indomani dello sbarco in Normandia, una partigiana comunista ricercata dai tedeschi viene aiutata a nascondersi da un ladro di cui obv si innamora e da una bizzarra famigliola che vive su una chiatta della Senna. Lieto fine per tutti. Come militante comunista Jeanne è semplicemente ridicola, con i suoi guanti bianchi e l'assenza di quello spirito un po' fanaticamente ispirato che poteva realmente circondare una "compagna" nella resistenza. Gli altri personaggi sono un po' bozzettistici ad esclusione del ladro gentiluomo François, adorabile canaglia (ma anche questo, direbbero i miei studi sui personaggi, è un tipo). Ma i disegni sono un'altra cosa, con quelle linee sinuose, la precisione delle ambientazioni (prob riprese da fotografie), la dolcezza dei visi; per non parlare dell'opulenza dei colori, aquerelli un po' ritoccati con l'acrilico o la tempera. Non un cielo di questa serie è puramente azzurro: tutte le atmosfere sono fatte con un colore di sfondo preferibilmente caldo, con cieli aperti da un susseguirsi di nuvole rosse, e poi che finezza nell'accostamento delle tinte, che palette ricca e insieme riposante per l'occhio, che delizia grafica. Si potrebbero obiettare solo due cose, la prima è una certa mancanza di espressività nei visi (specie in quello di Jeanne, che fa più o meno solo da manichino alla Manara - ma con classe) e le seconda che il viso di Jeanne è sempre in ombra per fare il gioco del riflesso sul profilo, e dopo un po' un simile trucchetto salta all'occhio. Ma comunque, che lusso. La pagina migliore dal punto di vista fumettistico è proprio l'ultima, in cui riesce finalmente a descrivere un'azione compiuta senza parole e senza didascalie, e soprattutto non mostrando mai il personaggio ma solo le sue orme sulla neve. Perché il fumetto è in parte - in gran parte - sottrazione, e quando riesce, allora ecco che forma e contenuto sono tutt'uno e nasce l'Arte.
Largo Winch
Serie lunghissima (15 volumi in corso, mi pare) di cui ho letto il primo numero a scrocco, per caso perché presente nella piccolissima biblioteca lasciata dalla legittima proprietaria in camera mia. Una buona serie d'azione tutta avventure e colpi di scena, che inizia con un incipit davvero magistrale: un vecchio miliardario obbliga un suo azionista a "suicidarlo" perché malato di cancro. Il giovane e ribelle Largo Winch, una testa calda, è l'unico erede del vecchiaccio e si becca 2 miliardi di dollari. Ma dovrà fare i conti con tanti e tanti ostacoli prima di goderseli... Purtroppo non avrò il tempo di leggere tutta la serie: ho letto il secondo numero alla Fnac ma gli altri penso che potrò sì e no sfogliarli. Comunque, un buon intrattenimento con buoni disegni e salda sceneggiatura a incastro (questa sì).
Mlle Ôishi, 28 ans, célibataire 1 e 2

Questo strano caso di manga novel a puntate è della stessa autrice di Cool Pine (già recensito su queste pagine virtuali) Q-ta Minami, ma è moolto meglio del precedente manga. I disegni semplici e ariosi, quasi privi di retini ma giocati invece su larghi campi bianchi appena intervallati dalle linee di contorno, ben si adattano alla storia di tutti i giorni di Kon Ôishi, commessa in una merceria e grande appassionata di tricot, e alle sue (dis)avventure sentimentali tra un convivente divorziato che le spilla tutti i soldi per pagare gli alimenti alla ex-moglie e un bishonen bisex che non si vuole impegnare. Non mancano un fratello gay ma represso, un amico che allunga troppo le mani, varie amiche variamente squilibrate ecc. Se Cool Pine sembrava mancare di una vera logica e di un vero perché, la storia di Ôishi è invece delicata e frizzante, non impegnativa ma neppure stupida.
Angel, di Erika Sakurazawa

È abbastanza raro trovare un'opera - sia essa un film, un libro o un fumetto - con una scena di vera fantasia. E per fantasia non intendo certo quel campionario di esseri mitologico-fantastici che va dagli elfi agli orchi, dai centauri agli gnomi, ecc. Chi traffica un po' il fantasy sa bene che proprio lì in primis la fantasia tende a scarseggiare, e che non si fa che riproporre la medesima sbobba rimangiata e rimasticata. Ma quando invece compare un'opera di vera fantasia - sia essa Gormenghast di Mervyn Peake o la trilogia di Queste oscure materie (che prima o poi dovrei rileggere, almeno per prepararmi degnamente al film) di Philip Pullman - allora ti si allarga talmente tanto il cuore che vorresti metterti a cantare. Angel è un manga novel che parte da un'idea non certo originale - un angelo scende sulla terra ad aiutare gli umani in difficoltà, in questo caso una bambina con madre disfunzionale, il protagonista e una ragazza che ha perduto il suo gatto - ma che viene illuminato da una scena di vera fantasia: nel bel mezzo di una festa il protagonista galleggia per aria fino alle assi del tetto per bere un gin lemon con la fanciulla-angelo. Una scena che brilla come un diamante in un insieme grazioso, poetico e delicato quanto basta.

Per prepararmi adeguatamente alla visione di questo film, la cui sola locandima mi aveva fatto innamorare, mi sono fatta mandare da mia madre il romanzo dall'Italia, e l'ho divorato in un giorno. Considerando i miei bradipitici tempi di lettura, solo questo vi dovrebbe dare l'idea che il soggetto in questione mi sia piaciuto abbastanza. Ma andiamo con ordine.
La giovane e frivola Kitty Garstin ha sposato l'uggioso batteriologo Walter Fane sono per liberarsi dalla madre, "una donna dura, tirannica, intrigante, ambiziosa, avara e stupida" (ed. Adelphi p. 24. Trad. di Franco Salvatorelli). Arrivata col marito a Hong Kong, allora colonia inglese (siamo nel 1925), Kitty diventa l'amante del vicesegretario coloniale del posto, Charlie Townsend. Ma Walter scopre la tresca e impone alla moglie un ultimatum: o le intenterà una causa di divorzio, o la porterà con sé nel villaggio di Mei-tan-fu, dove è scoppiata una terribile epidemia di colera. Abbandonata dall'amante che rifiuta di sposarla in caso di divorzio, Kitty è costretta a seguire il marito, consapevole che per lei andare in quel posto significherà la morte. E invece non è così: a contatto con la malattia, le condizioni disagiate, il pericolo, e attraverso gli incontri con il "buono e buffo" Mr Waddington e soprattutto con le suore francesi di un convento cattolico, Kitty seguirà un percorso di crescita spirituale che la porterà a rinascere come persona nuova; mentre a soccombere all'epidemia sarà proprio Walter Fane, che tanto si era prodigato per contrastarla.
Come vedete un melodramma in piena regola, se non fosse per l'incredibile precisione e sottigliezza psicologica con la quale Maugham tratteggia i suoi personaggi, e che fa sembrare questa vicenda viva, palpitante, reale. È in particolare il carattere di Kitty a spiccare per la sua vividezza; non è comune trovare in un libro una descrizione talmente mimetica di un individuo da farcelo apparire, appunto, non personaggio ma persona, un essere di carne e sangue. Kitty è umana, viva; non sembra la costruzione di penna e inchiostro di uno scrittore. Per questo mi sentirei di accostarla ai personaggi di Tolstoj, a Natasha in particolare; solo Tolstoj ha quella capacità quasi sovrannaturale di infondere la realtà nei suoi romanzi. Ma, mentre Kitty è una persona, Walter Fane è un personaggio; se Kitty è umana, Fane è inumano, quasi inconcepibile sul pianeta Terra. È un uomo intelligente e colto, cortesissimo con la moglie e con le donne, tenero con i bambini, prodigo con i pazienti; un eroe, un santo, così lo chiamano le suore del convento. Ma, come diceva Ralph Touchett a proposito di Osmond: "Bisogna stare attenti quando un carattere così fine perde la pazienza" (scusate, non ho Portrait of a Lady qui con me, cito a memoria). Una volta scoperta l'infedeltà della moglie, per Walter Fane è come se si fosse spezzato l'idolo, stracciato il velo, incrinato l'asse del mondo. Già timido, chiuso, riservato, impacciato con le parole, rigido, severo nel volto e nel portamento, adesso Fane, inflessibile con se stesso, diventerà implacabile con la moglie.
"Kitty cominciava ad irritarsi con lui. Perché non capiva quello che a un tratto le era divenuto così chiaro: che accanto all'ombra della morte che si stendeva su di loro, accanto alla bellezza che lei quel giorno aveva intravista, le loro erano futili questioni? Cosa davvero importava se una stupida donna aveva commesso adulterio, e perché suo marito, al cospetto del sublime, se ne dava pensiero? Era strano che Walter, con tutta la sua intelligenza, avesse un così scarso senso delle proporzioni. Sì, aveva vestito una bambola di abiti sfarzosi e l'aveva messa su un altare per adorarla, e poi aveva scoperto che questa bambola era piena di segatura; per questo, non riusciva a perdonare se stesso né lei. La sua anima era lacerata. Aveva vissuto in una finzione, e quando la verità l'aveva mandata in pezzi gli era parso che andasse in pezzi la realtà stessa. Era proprio così, non la perdonava perché non poteva perdonare se stesso. [...] Era, così lo chiamavano, crepacuore, ciò di cui egli soffriva?" (pp. 128-129)
Fane la punisce per punire se stesso. Vuole far provare anche a lei quello che prova lui, mettendola di fronte alla dappochezza di Charlie Townsend. Il triangolo si sdoppia in due: se Fane, innamoratissimo della moglie, ne viene deluso quando questa lo tradisce al punto da non riprendersi più dal colpo, Kitty, sinceramente innamorata di Charlie, ne viene delusa quando questi rifiuta di divorziare dalla moglie per sposare lei. La vicenda della delusione di Fane trova il suo parallelo nella delusione e poi nel disgusto di Kitty verso Charlie, ma la reazione all'infrangersi degli idoli è diversa, così come diverso sarà il finale dei due personaggi. Kitty non punisce Charlie in alcun modo, anche se arriva a disprezzarlo; ma lei passa oltre, è capace di andare avanti, e alla fine del libro ha "coraggio e speranza" nei confronti del futuro. Fane si blocca; la tenerezza che aveva per la moglie la riversa sui malati; non può mettere da parte il suo orgoglio per perdonare la moglie. E così Walter Fane muore (punito dall'autore?), mentre Kitty sopravvive, anzi, rivive. Fane riesce appena ad accorgersi che quello che ha fatto gli si è ritorto contro. Le sue ultime parole sul letto di morte, "e a morire fu il cane" (citazione dall'Elegia di Olivier Goldsmith - link) hanno un doppio significato: 1) che è lui medico che muore al posto dei pazienti, per aver tentato di sperimentare su se stesso un antidoto; 2) che lui aveva tentato di punire la moglie, ma che invece il punito è lui stesso. Per questa duplicità di Fane - santo o inumano? buono o cattivo? innamorato o distruttivo? - mi verrebbe da ritornare al tipo tanto caro a Dostoevskij, quello del santo peccatore. Il personaggio di Dostoevskij è tanto più santo quanto più è peccatore, e viceversa; nella sua massima colpa risiede la sua massima elevazione, e così via. È un personaggio tragico; e l'aggettivo tragico ricorre tante volte nella caratterizzazione di Fane (si potrebbe fare un piccolo excursus sull'aggettivazione usata per Fane, ma lascio a voi il compito), quasi a convalidare la mia teoria. E così avremmo un personaggio tolstoiano e uno dostoevskiano nello stesso romanzo di uno scrittore inglese ^^ Ma al contrario degli strabordanti personaggi dostoevskiani, Fane è freddo, rigido e imperscrutabile.
È abbastanza chiaro che l'autore sta dalla parte di Kitty, non da quella di Fane, pur con tutti i lati positivi che gli attribuisce. Ma come dice Kitty, "come se una donna avesse mai amato un uomo per la sua virtù" (p. 164): alla fine del romanzo Kitty prova pena per Fane e si è pentita per quello che ha fatto, ma ciò non impedisce che, tornata ad Hong Kong, ricaschi sotto il fascino di Charlie e si abbandoni a lui per una notte prima di schifarsi di lui definitivamente e di tornare in Inghilterra.
Ma un simile finale, con Fane che muore senza aver perdonato Kitty e Kitty che è dispiaciuta per lui ma continua a non amarlo, non è abbastanza melodrammatico per un film in grande stile. Non so dove pochi giorni fa ho letto che un finale in cui i buoni non sono premiati e i cattivi non sono puniti è possibile solo in un libro. Al cinema è diverso: per questo, dopo aver seguito con una fedeltà quasi scrupolosa il testo fino a tre quarti del film, il regista John Curran e lo sceneggiatore Ron Nyswaner decidono ovviamente di far riconciliare Kitty e Walter, di far passare loro una notte di passione insieme, di far morire Fane solo dopo aver debitamente chiesto perdono a Kitty, e di aggiungere una scena finale con Kitty che incontra Charlie dopo cinque anni e lo snobba sulla pubblica via. Il finale diventa quindi un po' "l'amore ai tempi del colera", comprensivo di neo-luna di miele sul fiume, anche se almeno ci risparmia una Kitty che urla "Ti amo!" al capezzale del marito (uno sceneggiatore meno scrupoloso l'avrebbe fatto). Ma a parte queste licenze poetiche, il lavoro di sceneggiatura è abbastanza pregevole; dato che il testo è costituito quasi esclusivamente da tratti psicologici, la sceneggiatura si è sobbarcata l'onere di inserire scene sulla vita in ospedale, sul problema imperialismo-nazionalismo in Cina (aspetto assente nel libro), sugli sforzi di Fane per contrastare l'epidemia, in particolare con la deviazione dell'acqua da un fiume a un altro attraverso una gigantesca pala rotante. La necessità cinematografica di avere più scene d'azione che non di introspezione va un po' a scapito quindi della descrizione particolareggiata del cambiamento di Kitty, anche se lo si intuisce benissimo dall'ottima interpretazione di Naomi Watts (veramente eccellente, moolto meglio che in King Kong). Quello che è veramente un po' sacrificato e appiattito è il carattere della Madre Superiora, un personaggio davvero poderoso nel libro - originaria di una famiglia dell'altissima nobiltà, austera e umile, autoritaria e compassionevole - specie per l'influenza che ha su Kitty. Costumi, colori, musiche ecc tutto approvato a pieni voti.
MA che cos'è davvero il punto dolente del film? Che non si capisce come possa Naomi Watts tradire Ed Norton con Liev Schreiber! Con tutta la simpatia per Liev Schreiber e la riconoscenza che gli dobbiamo per aver diretto Elijah Wood in Ogni cosa è illuminata, non si possono proprio fare paragoni. Nessuna donna con un po' di sale in zucca lo farebbe, e quindi che Kitty e Walter alla fine si riconcilino nel film non è solo prevedibile, ma anche pienamente giustificato. Cioè, se mi consentite di passare dall'analisi letteraria a basse considerazioni adolescenziali, Ed Norton in questo film è bello come una mucca in calore, un totano semovente di categoria AA, una specie di apparizione al cui passaggio si spaccano le pietre! Ho passato due ore a sbavare come una disperata, cercando di evitare che i miei vicini si accorgessero del mio sorriso ebete a 34 denti non appena compariva sullo schermo. Peraltro il bell'Edward, pure produttore, si è riservato persino una scena in cui si mostra praticamente nudo, giusto per il collasso ormonale delle spettatrici (e non molto in carattere con Walter Fane, eh). E che dire del lavoro degli addetti al trucco? Con i capelli che mano mano si imbiondiscono e la pelle che mano mano si abbronza? Ah, che goduria estetica! Il problema è che tutta questo ben di Dio non rientra esattamente nella descrizione che Maugham fa di Walter Fane (mentre Naomi Watts è una Kitty spiccicata): "Con il suo naso diritto e delicato, la fronte aperta e la bocca ben disegnata avrebbe dovuto essere bello. Ma stranamente non lo era." (p. 33). Il Fane di Ed Norton, che pure è bravissimo nel suo aplomb britannico, non è freddo, duro, crudele verso Kitty neanche la metà di come è il Fane di Maugham, ha un sorriso ironico e non sardonico come quello di Fane (lievemente demoniaco in certi suoi aspetti), si ubriaca due volte ed è buffo dopo la sbronza. Non riesce a mantenere quell'aria di soggezione che Fane spande attorno a sé; Norton attira masse di donne adoranti come il miele, mentre Fane dovrebbe risultare un po' inquietante, et pas de tout charmant. Il punto è, come ho detto prima, che Fane è un personaggio inumano; mentre un attore per forza di cose deve dar vita a un personaggio umano (concedetemi questo senza stare a sottilizzare sul teatro sperimentale, ecc) e quindi Ed Norton umanizza Fane, allontanandolo dal personaggio di carta stampata. Ma chiuderemo un occhio di fronte a siffatta infedeltà pur di goderci due ore di bellezza abbacinante @_@ Aspetto con ansia il dvd...
Nota 1. Forse sono stata un po' prolissa?? Scusatemi il delirio post-Ed Norton, lo so che non ve lo aspettavate dopo un inizio così serio...
Nota 2. Non vi nascondo che sono rimasta un po' delusa nel vedere che solo 2 persone hanno commentato il mio disegno... un artista ha bisogno di feedback per la sua autostima!
Nota 3. Oggi è il compleanno di Miriel!! Auguri a lei e anche ad Arturo, Giacomo e alle altre persone che oggi compiono gli anni.
⇒ SI ⇔ SI
barrare la casella corrispondente.
Nell'attesa di scannerizzarlo decentemente e di metterlo sul sito (qui non ho Filezilla), ho uplodato su Flickr il mio ultimo acquerello, fatto domenica scorsa su un foglio non da acquerello (bensì su un cartoncino dell'Alitalia, figuratevi). Pasticciando sempre con i miei adorati personaggi - sto pur sempre in fase di progettazione della nuova storia breve, il cui titolo provvisorio - anteprima! - è La pineta di Sevonell - mi era balenata in mente una scena in cui Naide viene lasciata in disparte da tutti gli altri personaggi femminili, che le voltano le spalle con disdegno. Quasi tutte le altre - Miriel in primis, ma anche Saki, Carla, Dina ecc - hanno delle buone ragioni per avercela con Naide, considerato che l'80% dei personaggi maschili prima o poi perde la testa per lei. Anche Carla non approva l'operato della sua padrona. Quanto a Dina, vi starete chiedendo chi è: ebbene, lo scoprirete nella nuova storia, quando sarà pronta (tra 2-3 mesi??). L'unica che prova una certa simpatia istintiva per l'ultima erede dei Lokestil è Erminia, che infatti fa un passo per aiutarla. Dwenn in tutto questo non c'entra niente ma l'ho messa perché mi piaceva (vedi tu che motivo!). È un disegno con un sacco di difetti, lo so bene, e che peraltro doveva essere fatto con altri mezzi. Ma almeno ho marcato l'idea. E dopo tante introduzioni eccovelo qua:
Su http://www.flickr.com/photos/cabepfir/ ho uplodato anche le foto di Amboise e di Chenonceau, per chi volesse vederle.