a metà strada tra il critico e il fan

esperimenti di critica sociale e umana
martedì, 03 novembre 2009

post Lucca + Il Cinghiale

Sono tornata da Lucca ieri pomeriggio e da stamattina sono incollata al computer per mettere a posto gli arretrati di quattro giorni.

il nostro stand - Castiello, Scoppetta

A Lucca è andata molto bene, mi sono divertita tanto, come non mi succedeva da tempo. Le dieci copie del Cinghiale che avevo portato con me sono andate esaurite in due giorni, tanto che non ho potuto accontentare le richieste di altre persone! Mi dispiace in particolar modo per l'amica di Martina Phylomache che è venuta apposta al mio stand solo per sentirsi dire che le copie erano esaurite!

acquista il Cinghiale su lulu

Per ovviare a questi inconvenienti, e nell'attesa che il Cinghiale riceva una veste editoriale vera e propria, ho messo il fumetto su Lulu (QUI) dove potrete acquistarlo a 13,50 € oppure QUI dove potrete scaricarlo (in pdf) a 3,50 €. Sto cercando di metterlo anche su Ilmiolibro.com ma ancora non ci sono riuscita, la sessione si chiude prima di permettermi di caricare il file.

------

A Lucca ho speso qualcosa come 160 euro di fumetti.

Ho comprato:

  1. Sereno su gran parte del Paese. Una favola per Rino Gaetano, di Andrea Scoppetta;
  2. The Bodysnatchers 2, di Pako Massimo;
  3. Gore, di Crippa - Laiso;
  4. The One, di Pasquale Qualano;
  5. 1432. Il veneziano che scoprì il baccalà, di Paolo Cossi;
  6. Un gentiluomo di fortuna. Biografia a fumetti di Hugo Pratt, 1. Visioni africane, di Paolo Cossi;
  7. Dante. La Divina Commedia a fumetti, di Marcello (Inf-Purg-Par);
  8. Ballate, di Charles Vess;
  9. I misteri della Luna Rossa, di Trillo - Risso;
  10. Elizabeth, di Marco Tagliapietra;
  11. G.I.D. 2, di Yoko Shoji;
  12. Kiss & Never Cry 2, di Yayoi Ogawa;
  13. Cesare 6, di Fuyumi Soryo. 

Dubito che riuscirò giammai a recensirli tutti. Di questo elenco ho già letto i n. 1, 3, 4, 5, 11 e 12.

------

Schizzi da Lucca e dintorni:

      

      

      

      

                             

postato da: cabepfir alle ore 03/11/2009 18:43 | link | commenti (10) | commenti (10)
categorie: foto, disegno, studio, fumetto, asanor, riccardo iii
mercoledì, 28 ottobre 2009

Lucca 2009

Domattina si parte per Lucca, con una valigia ancora da fare e disegni ancora da finire.

Per chi volesse incontrarmi, sarò allo stand WILD BUNCH, Area Self, Padiglione Passaglia, stand as 32, insieme a Alessandro Rak, Andrea Scoppetta, Barbara Ciardo, Gianluca Maconi, Marco Castiello, Paco Desiato e altri loschi individui che devo ancora conoscere come Alessandro Micelli, Matteo Scalera e Simone Paoloni.

piantina per gentile concessione di Ekidna Kitchen :)

WILD BUNCH presenterà un magnifico artbook omonimo che dovete tutti comprare, pena cose indicibili e inimmaginabili.

Info su Wild Bunch

Io porterò le mie copie de IL CINGHIALE, di cui potete vedere qualche immagine nel post precedente.

accorrete numerosi!

postato da: cabepfir alle ore 28/10/2009 10:29 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: disegno, studio, fumetto, riccardo iii
mercoledì, 28 ottobre 2009

il Cinghiale

Eccolo. Il fumetto riccardiano è finito e (auto)stampato. Ne porterò dieci copie a Lucca, dove saranno in vendita a 3 euro l'una. Intanto, ecco qualche immagine.

  

 

  

 

 

  

postato da: cabepfir alle ore 28/10/2009 10:13 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: disegno, studio, fumetto, riccardo iii
venerdì, 04 settembre 2009

se la storia si fa con i se

Scusate, non ho avuto ancora il tempo di leggerlo tutto, ma non resisto alla tentazione di gettarvelo già in pasto. Questo pomeriggio, mentre cercavo immagini sul castello di Fotheringay (dove, nel 1452, nacque Riccardo III), sono capitata su una biografia di Riccardo III del 1901, firmata da tal Jacob Abbott, che non ho mai sentito prima.

Anzi, wikipedia (http://en.wikipedia.org/wiki/Jacob_Abbott) mi informa gentilmente che trattasi di scrittore americano per ragazzi, e che essendo morto nel 1879, il libro deve essere necessariamente antecedente a quella data. Scrivendo prima del 1906 il povero Abbott era impossibilitato a leggere Richard III: his life and character di Sir Clements Markham, una delle principali biografie pro-Riccardo uscite nel '900 e largamente influente sulla formazione della Richard III Society. Ma nessuna scusa aveva Abbott nell'ignorare gli Historic Doubts on the Life and Reign of King Richard III (1768) di Horace Walpole, per esempio.

Apparentemente Abbott scrisse la sua biografia persino prima di leggere The Life and Reign of Richard III (1878) di James Gairdner, che fu l'oppositore di Markham nella veste di principale critico di Riccardo. Ma nulla avrebbe potuto Gairdner aggiungere alla quantità di baggianate che Jacob Abbott stava per scrivere, tutto da solo.

Richard III di James Abbott è tra i libri più involontariamente comici che mi sia stato dato da leggere ultimamente. Potete leggerlo insieme a me, completamente aggratis, su project Gutenberg: http://www.gutenberg.org/files/28561/28561-h/28561-h.htm

Iniziamo dalla prefazione.

King Richard the Third, known commonly in history as Richard the Usurper, was perhaps as bad a man as the principle of hereditary sovereignty ever raised to the throne, or perhaps it should rather be said, as the principle of hereditary sovereignty ever made. There is no evidence that his natural disposition was marked with any peculiar depravity. He was made reckless, unscrupulous, and cruel by the influences which surrounded him, and the circumstances in which he lived, and by being habituated to believe, from his earliest childhood, that the family to which he belonged were born to live in luxury and splendor, and to reign, while the millions that formed the great mass of the community were created only to toil and to obey. The manner in which the principles of pride, ambition, and desperate love of power, which were instilled into his mind in his earliest years, brought forth in the end their legitimate fruits, is clearly seen by the following narrative.

Almeno Darwin potrebbe essere contento. Si nega la crudeltà connaturata in Riccardo soltanto per farla discendere dalle condizioni sociali e, soprattutto, dalla sua famiglia. Riccardo III è un tipico esempio di prodotto degenere dell'evoluzione, e il determinismo genetico l'ha costretto ad essere as bad a man as the principle of hereditary sovereignty ever made. Andiamo bene. 

Ma andiamo oltre. Abbott è talmente addentro il suo soggetto da riuscirci a fornire persino il nome della governante di Riccardo, e a fornircene un conciso ritratto, una cosa mai più riuscita a nessuno storico del '900:

To assist her in the early education of her children, Richard's mother appointed one of the ladies of the court their governess. This governess was a personage of very high rank, being descended from the royal line. With the ideas which Lady Cecily entertained of the exalted position of her family, and of the future destiny of her children, none but a lady of high rank would be thought worthy of being intrusted with such a charge. The name of the governess was Lady Mortimer.

Peccato che Shakespeare non abbia incluso Lady Mortimer nella terza parte dell'Henry VI o nel Richard III. Avrebbe avuto un fondamento storico più certo.

Ma proseguiamo celermente. Anche per quanto riguarda il ritratto fisico di Riccardo, così come per la sua personalità, Abbott cerca di mitigare le credenze più assurde soltanto per creare uno strano miscuglio di alterazione della tradizione negativa fuso con le sue alternative visioni negative. Così, Riccardo da piccolo non era bruttissimo, ma certo lo diventa da grande (dopo essere stato vinto dall'acne, s'intende):

There have been a great many disputes in respect to Richard's appearance and character at this time. For a long period after his death, people generally believed that he was, from his very childhood, an ugly little monster, that nobody could look upon without fear; and, in fact, he was very repulsive in his personal appearance when he grew up, but at this time of his life the historians and biographers who saw and knew him say that he was quite a pretty boy, though puny and weak. His face was handsome enough, though his form was frail, and not perfectly symmetrical. Those who had charge of him tried to strengthen his constitution by training him to the martial exercises and usages which were practiced in those days, and especially by accustoming him to wear the ponderous armor which was then in use.

Ovviamente, a Tewkesbury, Riccardo uccide Edoardo di Lancaster. Jacob Abbott era tanto presente all'epoca dei fatti da riuscire a riportarci un brandello di dialogo:

As for the Prince of Wales, the account of his fate which was given at the time, and has generally been believed since, is this: As soon as the battle was over, he was brought, disarmed and helpless, into King Edward's tent, and there Edward, Clarence, Gloucester, and others gathered around to triumph over him, and taunt him with his downfall. Edward came up to him, and, after gazing upon him a moment in a fierce and defiant manner, demanded of him, in a furious tone, "What brought him to England?"

"My father's crown and my own inheritance," replied the prince.

Edward uttered some exclamation of anger, and then struck the prince upon the mouth with his gauntlet. At this signal, Gloucester, and the others who were standing by, fell upon the poor helpless boy, and killed him on the spot. The prince cried to Clarence, who was his brother-in-law, to save him, but in vain; Clarence did not interfere.

Ma il capolavoro del capolavoro credo sia la descrizione del matrimonio tra Riccardo e Anna Neville. Qui mi sono davvero scompisciata. Innanzitutto Abbott inizia con lo scusare, attraverso un oscuro e tortuoso cavillo (l'amore per Isabel Neville? Ma chi, Clarence?) il comportamento di Clarence, e concludere che Riccardo non aveva alcun merito nell'essere rimasto fedele ad Edoardo, perché, testuale, non aveva motivo per tradirlo. Capite? Non aveva avuto la tentazione, e così non era potuto diventare santo.

Clarence, it is true, had one excuse for his instability, which Richard had not; for Clarence, having married the Earl of Warwick's daughter, was, of course, brought into very close connection with the earl, and was subjected greatly to his influence. Accordingly, whatever course Warwick decided to take, it was extremely difficult for Clarence to avoid joining him in it; and when at length Warwick arranged the marriage of his daughter Anne with the Prince of Wales, King Henry's son, and so joined himself to the Lancaster party, Clarence was placed between two strong and contrary attractions—his attachment to his brother, and his natural interest in the advancement of his own family being on one side, and his love for his wife, and the great influence and ascendency exerted over his mind by his father-in-law being on the other.

Richard was in no such strait. There was nothing to entice him away from his fidelity to his brother, so he remained true.

Sono basita. Mentre continua a denigrare Riccardo, almeno Abbott fa mostra di essere, almeno a parole, un pacifista:

Still, Richard, though universally applauded for his military courage and energy, was known to all who had opportunities of becoming personally acquainted with him to be a bad man. He was unprincipled, hard-hearted, and reckless. This, however, did not detract from his military fame. Indeed, depravity of private character seldom diminishes much the applause which a nation bestows upon those who acquire military renown in their service. It is not to be expected that it should. Military exploits have been, in fact, generally, in the history of the world, gigantic crimes, committed by reckless and remorseless men for the benefit of others, who, though they would be deterred by their scruples of conscience or their moral sensibilities from perpetrating such deeds themselves, are ready to repay, with the most extravagant honors and rewards, those who are ferocious and unscrupulous enough to perpetrate them in their stead. Were it not for some very few and rare exceptions to the general rule, which have from time to time appeared, the history of mankind would show that, to be a good soldier, it is almost absolutely essential to be a bad man.

Ma arriviamo presto al sodo. Lascio la parola ad Abbott, che ne sa più di me. Ovviamente, cercando di sposare Anna, Riccardo mira soltanto alle terre di Warwick:

It was true that Richard had conceived the idea of making Anne his wife, from the motive, however, solely, as it would seem, to obtain her share of her father's property.

Tuttavia, pur ammettendo un qualche lussurioso desiderio di Riccardo nei confronti della giovinetta, Abbott ha saputo da fonti di prima mano che Anna non era interessata a lui. Questo si vede già in un banchetto di cui solo Abbott, tra tutti gli storici, è a conoscenza. Eh, ma Abbott ha svolto approfonditissime ricerche.

There is an account of a grand entertainment which was given by the Warwick family at York, some years before, on the occasion of the enthroning of the earl's brother George as Archbishop of York, at which Richard was present. Richard, being a prince of the blood royal, was, of course, a very highly honored guest, notwithstanding that he was but a child. So they prepared for him and some few other great personages a raised platform, called a dais, at one end of the banquet-hall, with a royal canopy over it. The table for the distinguished personages was upon this dais, while those for the other guests extended up and down the hall below. Richard was seated at the centre of the table of honor, with a countess on one side of him and a duchess on the other. Opposite to him, at the same table, were seated Isabella and Anne. Anne was at this time about twelve years old. Now it is supposed that Isabella and Anne were placed at this table to please Richard, for their mother, who was, of course, entitled to take precedence of them, had her seat at one of the large tables below. From this and some other similar indications, it is supposed that Richard took a fancy to Anne while they were quite young, as Clarence did to Isabella. Indeed, one of the ancient writers says that Richard wished, at this early period, to choose her for his wife, but that she did not like him.

Ad Anna Riccardo dispiace talmente che si mette d'accordo con Clarence (!) per farsi nascondere. Sento già la Halsted che sghignazza.

At any rate, now, after the re-establishment of his brother upon the throne, and his own exaltation to such high office under him, he determined that he would marry Anne. Clarence, on the other hand, determined that he should not marry her. So Clarence, with the pretense of taking her under his protection, seized her, and carried her away to a place of concealment, where he kept her closely shut up. Anne consented to this, for she wished to keep out of Richard's way. Richard's person was disagreeable to her, and his character was hateful. She seems to have considered him, as he is generally represented by the writers of those times, as a rude, hard-hearted, and unscrupulous man; and she had also a special reason for shrinking from him with horror, as the mortal enemy of her father, and the reputed murderer of the husband to whom she had been betrothed.

Clarence kept her for some time in obscure places of concealment, changing the place from time to time to elude the vigilance of Richard, who was continually making search for her. The poor princess had recourse to all manner of contrivances, and assumed the most humble disguises to keep herself concealed, and was at last reduced to a very forlorn and destitute condition, through the desperate shifts that she resorted to, in her endeavors to escape Richard's persecutions. All was, however, in vain. Richard discovered her at last in a mean house in London, where she was living in the disguise of a servant. He immediately seized her, and conveyed her to a place of security which was under his control.

Anna è obbligata a sposare Riccardo. Ripeto: Anna è obbligata a sposare Riccardo contro la sua volontà.

Soon after this she was taken away from this place and conveyed to York, and placed, for the time, under the protection of the archbishop—the same archbishop at whose enthronement, eight or ten years before, she had sat at the same table with Richard, under the royal canopy. But she was not left at peace here. Richard insisted on her marrying him. She insisted on her refusal. Her friends—the few that she had left—turned against her, and urged her to consent to the union; but she could not endure the thought of it.

Richard, however, persisted in his determination, and Anne was finally overcome. It is said she resisted to the last, and that the ceremony was performed by compulsion, Anne continuing to refuse her consent to the end. It was foreseen that, as soon as any change of circumstances should enable her to resume active resistance to the union, she would repudiate the marriage altogether, as void for want of her consent, or else obtain a divorce. To guard against this danger, Richard procured the passage of an act of Parliament, by which he was empowered to continue in the full possession and enjoyment of Anne's property, even if she were to divorce him, provided that he did his best to be reconciled to her, and was willing to be re-married to her, with her consent, whenever she was willing to grant it.

Probabilmente, se Abbott sapesse quanti romanzi sono stati scritti negli ultimi cinquant'anni sulla prima notte di nozze tra Anna e Riccardo con toni che sfiorano l'Harmony, sarebbe più sconvolto di me nel leggere di codesta ritrosia di Anna nei confronti di Riccardo.

Meno male che la nascita di Edoardo di Middleham riporta in Anna il gusto della vita:

When the marriage was thus consummated, and Richard had been put in possession of his portion of the property, Anne seems to have submitted to her fate, and she went with Richard to Middleham Castle, in the north of England. This castle was one which had belonged to the Warwick family, and it now came into Richard's possession. Richard did not, however, remain long here with his wife. He went away on various military expeditions, leaving Anne most of the time alone. She was well contented to be thus left, for nothing could be so welcome to her now as to be relieved as much as possible from the presence of her hateful husband. This state of things continued, without much change, until the end of about a year after her marriage, when Anne gave birth to a son. The boy was named Edward. The possession of this treasure awakened in the breast of Anne a new interest in life, and repaid her, in some measure, for the sorrows and sufferings which she had so long endured.

Her love for her babe, in fact, awakened in her heart something like a tie to bind her to her husband. It is hard for a mother to continue long to hate the father of her child.

Vorrei anche sapere da quali documenti Abbott è riuscito a dedurre i sentimenti di Anna durante la gravidanza. Probabilmente dalla sua generale conoscenza del cuore femminile.

Immagino che la seconda parte del racconto offra altre sorprendenti rivelazioni storiografiche, ma per ora chiudo qui. Buona lettura.

postato da: cabepfir alle ore 04/09/2009 00:20 | link | commenti (14) | commenti (14)
categorie: studio, riccardo iii, fine umorismo
domenica, 30 agosto 2009

scie letterarie minime

Quo Vadis

Ogni tanto, mentre sono occupata in altro, mi trovo a riflettere su alcune questioni di letteratura. In particolare, ogni tanto mi vengono in mente spunti mai considerati prima su opere molto amate, oppure piccole illuminazioni su significati e interpretazioni. Ieri sera ho avuto una fugace visione di una cosa  che traspare chiaramente nella struttura di Quo Vadis, ma che, sinceramente, non avevo mai notato prima.

Quo Vadis è uno dei libri fondamentali nel mio piccolo immaginario privato. L'ho letto per la prima volta a 11 anni, dopo aver visto il film, e continuo ad averlo caro. Per permettervi di seguire meglio il mio ragionamento, ve ne faccio un breve sunto, nel caso in cui non l'abbiate presente.

Roma, regno di Nerone. Il console Marco Vinicio si innamora di Ligia, un ostaggio cresciuto nella capitale insieme ai suoi genitori adottivi, dei nobili romani. Incapace di attrarre a sé la ragazza pacificamente, Vinicio finisce col farla rapire, e quando Ligia scappa, nel corso delle ricerche che fa per ritrovarla egli apprende che è una cristiana. L'urto con la fede di Ligia provoca una grossa crisi interiore in Vinicio, che sfoga nella conversione e nel battesimo. Tuttavia i due innamorati, nel corso di una lunga serie di vicende, incorrono nell'ira di Nerone, e quando Nerone addossa ai cristiani la colpa dell'incendio di Roma, Ligia finirà in carcere e poi nell'arena, da cui si salverà miracolosamente.

Contemporaneamente, il libro segue le vicende di Petronio Arbitro, zio di Marco Vinicio e consigliere di Nerone. Intelligentissimo ed epicureo, Petronio dà uno sguardo intellettuale a tutto il contesto. Di lui si innamora la sua schiava Eunice, di cui ad un certo punto Petronio riconosce e ricambia l'amore. Coinvolto nella congiura di Nerone e ai ferri corti con il prefetto del pretorio, il rozzo e avido Tigellino, Petronio si taglia le vene in un lauto banchetto. Eunice decide di morire con lui.

Anche se è evidente, ieri ragionavo con più lucidità del solito sul modo in cui nel romanzo si contrappongano queste due coppie, da un lato quella formata da Vinicio e Ligia, e dall'altra Petronio ed Eunice. La prima è la coppia cristiana, la seconda quella pagana, e mentre l'amore dei primi è casto e spirituale (dopo essere stato depurato della componente carnale attraverso la conversione e i tormenti di Vinicio), il secondo è chiaramente di natura sensuale, senza per questo essere meno forte e sincero.

Di fatti, quello che si evidenzia è il potere trasformativo che l'amore imprime su colui che raggiunge col suo tocco. Tale trasformazione raggiunge le due coppie secondo il doppio binario, tipico della biforcazione di Quo Vadis tra un polo cristiano e il polo pagano. La trasformazione in Vinicio agisce sul piano spirituale: egli ripensa alla propria vita, si lascia sedurre da questo nuovo dio, il Cristo, oppone resistenza, soffre, e infine si converte e si battezza. Trasformazione che avviente tramite e per Ligia, con cui alla fine Vinicio sarà in grado di congiungersi non in qualità di concubina o anche di moglie di fede diversa, ma in un autentico matrimonio cristiano basato sulla fede. Infatti, benché all'inizio la cosa da cui Vinicio fosse più impresso era l'aspetto fisico di Ligia, alla fine, quando la fanciulla sarà malata ed emaciata per colpa della prigione, egli non noterà neppure la diminuzione della bellezza fisica di lei perché ormai consapevole soltanto dell'aspetto spirituale e interiore della donna (cap. 48). Al contrario, la trasformazione agisce su Petronio su un piano del tutto sensibile e sensoriale:

"L'amore ci trasforma tutti, chi più chi meno, ed ha mutato anche me. Prima amavo il profumo della verbena, ma poiché ad Eunice piacciono di più le violette anch'io le preferisco ora a tutti gli altri profumi e, da quando è incominciata la primavera, respiriamo soltanto aria profumata di violette" (Henryk Sienkiewicz, Quo Vadis, cap. 29, trad. di Maria Czubek-Grassi e Eridano Bazzarelli) 

In effetti, non ci sono tra Petronio ed Eunice differenze ideologico-religiose tali da giustificare, tra i due, altro mutamento se non quello, appunto, dei gusti superficiali e sensoriali (riproponendo così, rispetto all'altra coppia, quell'opposizione corpo/spirito che pervade la produzione paolina, e S. Paolo è uno dei personaggi del romanzo). Tuttavia, sia pure sotto questo aspetto minoritario (dal punto di vista morale dell'autore e del lettore ideale), il personaggio maschile di Sienkiewicz riesce ad adattarsi ai gusti della donna. Poco più avanti Petronio afferma:

"Io accompagnerò Cesare, ma, al ritorno, lo lascerò e andrò a Cipro, perché questa mia bionda dea [i.e. Eunice] desidera che noi offriamo insieme, a Pafo, colombe a Cipride e tu devi sapere che si fa sempre ciò che desidera lei".

Insomma, anche se dal punto di vista della trama, dell'introspezione psicologica e del progresso dell'azione sono indubitabilmente i due personaggi maschili a condurre il gioco - è attraverso gli occhi di Petronio e di Vinicio che osserviamo gran parte delle vicende e in cui il lettore è chiamato ad identificarsi - questi stessi personaggi maschili riconoscono (Vinicio del tutto, Petronio, a dire il vero, solo in quest'occasione) di essere mossi a loro volta dall'influenza femminile su di loro. Ligia è il perno fisso, il cardine attorno al quale si muove e si agita Vinicio (in un rapporto facilmente accostabile, dal lettore italiano, a quello tra Renzo e Lucia), mentre la parte di Eunice nel romanzo è davvero microscopica e serve appunto a bilanciare la costituzione delle due coppie polarizzate.

Un altro parallelismo tra le due coppie è il concetto di "corsorte in morte" (tanto rilevato dai lettori di Tasso). Quando Ligia viene arrestata perché cristiana, Marco risponde così ad una domanda:

" - Che intendi fare?     - Salvarla o morire insieme. Anch'io credo in Cristo" (cap. 51)

Allo stesso modo, Eunice decide di morire insieme a Petronio per non sopravvivergli e per non restare sola senza di lui, dimostrandogli un amore disinteressato (Petronio l'aveva resa libera e le aveva lasciato in eredità tutte le sue immense ricchezze, ville, opere d'arte e schiavi).

Siamo pur sempre in un romanzo a tesi comunque, nonché in un romanzo storico, e quindi, mentre la coppia cristiana, Marco Vinicio e Ligia, dopo tante traversie sopravvivono, si sposano e vivono felici in Sicilia, la coppia pagana muore, anche se attirando su di sé l'ammirazione del lettore. L'arco delle vicende di Petronio in ogni caso supera e circonda quelle di Vinicio: il romanzo si apre su Petronio che si sveglia e termina (epilogo escluso, che non riguarda Marco bensì Nerone) con Petronio che muore; e così, il bacio dato alla fine del primo capitolo da Eunice alla statua di marmo di Petronio viene riecheggiato, nel finale, dall'equivalente bacio che Petronio deposita su Eunice ormai morta, bianca come una statua.

postato da: cabepfir alle ore 30/08/2009 02:14 | link | commenti (12) | commenti (12)
categorie: libri, studio, ricerca
giovedì, 04 giugno 2009

mostre e mostri

Hiroshige - Roma, Museo Fondazione Roma, prorogata fino al 13 settembre

Appena entrati nell'elegante allestimento della mostra sul grande maestro Hiroshige, accolti da svettanti hostess in microkimono che insinuano un sottile tono da Yoshiwara, si passa attraverso una sala introduttiva decorata con un giardino zen (con piante finte) e rischiarato da un raffinato sistema di luci che passano soavemente dall'alba al tramonto, mentre cinguettii di uccelli e fruscii di seta danno l'ultimo tocco di giapponesità. La mente entra subito in uno stadio più elevato, di contemplazione distaccata eppur partecipata, e considera come il giardino giapponese, con le sue forme contenute, punti a farsi comprendere dallo spettatore per via di sintesi, mirando ad essere riprodotto per intero, nell'insieme delle sue parti, nella mente dello spettatore contemplante. Poi si arriva alla prima sala, e questo clima zen viene bruscamente interrotto.

Da un lato, un gruppo di vegliarde chiassose ricorda a voce alta tutte le mostre a cui hanno partecipato durante la loro pensione. Le hostess fluttuanti, che mai cercano di zittire i visitatori rumorosi, più tardi mi inviteranno ad uscire dalla stanza quando mi squilla il cellulare e cerco di spiegare in un sussurro all'interlocutore di trovarmi ancora alla mostra. Le vegliarde bastano perché riaffiori una mia vecchia tendenza, l'odio assoluto per i visitatori dei musei che parlano. Ma le vegliarde non sono il peggio: parlano dei fatti loro, non commentano le opere esposte. I commentatori ignoranti o inappropriati sono quelli invece che riescono a farmi imbufalire come poche altre cose. Sono ancora nella prima sala quando giunge una signora con il suo compagno. Appena entrata, senza quasi neanche guardare l'opera esposta, esclama (sempre a voce alta): "Che colori!" (il che rientra nei commenti sgradevoli di tipo 1: banalità colossali, come dire "che bello", "bellissimo", ecc). Poi tenta di spiegare al suo compagno l'influsso del giapponismo nella produzione artistica occidentale di inizio '900, dicendo testualmente: "Il liberty si chiama liberty perché viene dal Giappone". Ora, so che la signora voleva dire quanto il Giappone abbia influito sullo sviluppo del liberty. Ma qualcuno mi sa trovare un motivo per cui linguisticamente la parola liberty dovrebbe avere a che fare con l'arcipelago nipponico?

Ora, su altri aspetti dell'umano consesso sono molto tollerante. Ma il commentatore ignorante delle mostre è al di sopra delle mie capacità di sopportazione. Con tutto il rispetto per la libertà di espressione, vorrei che fosse proibito per legge di parlare durante la visita ai musei, rovinando l'esperienza estetica delle altre persone. Guardate, non parlate. I commenti li farete quando uscite. E se proprio non riuscite a trattenere un commento, almeno fatelo a un volume inferiore a quello che serve ai quartieri spagnoli per chiamarsi da una parte all'altra del vicolo. Ricordo ancora con la pelle d'oca una mostra su Gauguin al Vittoriano, immersa tra i commenti di gente che sapeva dire solo "Bello", "Bellissimo", "Che bello", e poi non guardava neppure le pennellate.

In ogni caso, le mie stesse modalità di vedere una mostra sono servite a liberarmi dei commentatori inopportuni. Mentre io mi soffermavo ancora nella prima sala, la signora e il suo compagno erano già arrivati alla fine della mostra, immagino sempre tra analoghi cincischiamenti. Questo distanziamento cronologico mi ha permesso di godermi il resto dell'esposizione tra compagni più silenziosi e beneducati.

    

La caratteristica fondamentale che mi è parso di rintracciare nelle opere di Hiroshige è un avvicinamento alla perfezione, ottenuta soprattutto attraverso un dominio pressoché totale dell'equilibrio compositivo. La disposizione delle figure avviene con impressionante maestria lungo le linee diagonali, verticali e/o orizzontali, in una tensione continua verso una immobilità dinamica, o un movimento immobile.

   

Il senso dello spazio è ottenuto con una sapiente sovrapposizione dei piani che, quando condotta sencondo i canoni della prospettiva occidentale, mi ha fatto gridare alla meraviglia. Le sue scene con figure sono mirabilmente animate, trasmettendo nello spettatore un senso di chiacchiericcio vivo e brulicante, visto col sorriso sulle labbra.

  

Una delle cose che più mi ha impressionato è il fatto che tale stupefacente equilibrio spesso fosse raggiunto soltanto tenendo conto delle scritte, e dunque includendo, nella valutazione dell'opera, sia il lato pittorico che quello verbale, come d'altronde tipico della cultura giapponese. Insomma: senza l'aggiunta dello spazio occupato dai versi, la composizione penderebbe da un lato o dall'altro, laddove invece i kanji forticono un apporto talora determinante per la valutazione degli spazi.

 

Putroppo come al solito non c'erano in vendita le cartoline delle silografie che mi erano piaciute di più... Perché mettono in vendita invece sempre riproduzioni che non mi interessano?

Beato Angelico, Musei Capitolini, fino al 5 luglio

Almeno quelli della Fondazione Roma dieci cartoline per Hiroshige le hanno fatte, mentre quelli dei Musei Capitolini non si sono degnati neppure di fare una cartolina per la mostra sul Beato Angelico. Sono uscita dunque dalla mostra a bocca asciutta, ma non solo per la mancata cartolina: dopo l'abboffata di Hiroshige al mattino, la mostra sul Beato Angelico, con le sue venti opere, sembrava davvero poca cosa. Aggiungiamo poi la confusione del museo, dove le indicazioni (pur abbondantissime) non portano mai nella direzione sperata, facendomi perdere più di una volta.

Mentre Hiroshige tende alla sintesi, niente sintesi nella pittura del Beato Angelico, dove il dettaglio prevale sul senso del totale e dove il colore ha la meglio sul disegno. Davvero bellissimi colori, e alcune cose (in particolare un panneggio di un Cristo in gloria) stupefacenti: ma quest'oscillazione dell'Angelico tra Medioevo e Rinascimento, tra fondi dorati e costruzione prospettica e volumetrica, che sarà anche fondamentale per la storia dell'arte, mi è sembrata una cosa che, appunto, non sta né di qua né di là, incerta sulla direzione da prendere. Come quelli che hanno messo i cartelli dentro i Musei Capitolini.

postato da: cabepfir alle ore 04/06/2009 00:08 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: foto, disegno, studio, persone
sabato, 04 aprile 2009

de recensioni (2)

Un lettore del blog, Tony, attraverso un suo gentile commento mi chiedeva come mai a volte non recensisco le cose che sembrano meritarlo, dato che potrei così fornire una sorta di consigli per gli acquisti utili per chi volesse leggere/vedere determinate cose. Pensando che l'argomento potesse interessare anche altre persone, ho deciso di scriverci sopra due righe.

Vorrei innanzitutto precisare una cosa abbastanza evidente, ovvero che io per prima mi trovo in un percorso di ricerca e che non ho le risposte definitive per quanto riguarda i prodotti culturali, né tantomeno le risposte adatte a chiunque o a chiunque in un determinato momento. Il gusto di ognuno di noi si forma leggendo/vedendo sia le cose che ci piacciono che le cose che non ci piacciono. Dalle cose che non ci piacciono apprendiamo quali sono le cose che non ci piacciono, e viceversa.

Ma anche le cose che ci piacciono o che non ci piacciono possono variare nel corso del tempo e nel cambiamento del contesto. Se oggi leggo/vedo una cosa che mi piace, non è detto che debba piacermi dopo un anno o dopo dieci anni. Le nostre emozioni momentanee influenzano quello che leggiamo/vediamo e, inevitabilmente, anche quello che ne posso scrivere io in questo blog o pensare nella mia testa. A volte, una situazione negativa nella nostra sfera personale può influenzare il giudizio che diamo di un determinato prodotto oppure alterarlo. Vorrei dare alcuni esempi:

  • Una volta, quando avevo 16 anni, ebbi una forte febbre con problemi alla gola, che durò circa una settimana. In quel periodo stavo leggendo I pilastri della terra di Ken Follett, che aveva già letto il mio compagno di banco raccomandandomelo molto. Quando la febbre mi passò, non ebbi più voglia di prendere in mano il romanzo, perché nella mia mente l'avevo associato alla febbre. E non l'ho aperto mai più (alla fine l'ho regalato). Sempre in quel periodo stavo ascoltando Homogenic di Bjork. Anche quello l'ho associato alla febbre. Ho continuato ad ascoltare quel disco negli anni ma continuo ancora a ricordare quel periodo di febbre quando lo riprendo in mano.
  • Quando uscì il film di Ritratto di Signora di Jane Champion, avevo già letto il romanzo e ne ero rimasta profondamente impressionata. Il film, al cinema, non mi piacque quasi per niente. Poi, quando l'ho rivisto, mi è iniziato a piacere, e adesso ne posseggo anche il dvd. In ogni caso, continuo a immaginarmi Ralph Touchett in modo completamente diverso da come lo interpreta Martin Donovan e continuo a immaginarmi diversamente Caspar Goodwood.  Insomma, sono scesa a patti col film ma per me non ha certo sostituito il libro né lo si può considerare sostituibile ad esso.
  • Sono andata a vedere Una lunga domenica di passioni lo stesso giorno in cui persi un concorso di dottorato. Ero molto abbattuta, e il film, anche se contribuì un po' a distrarmi, non mi piacque. Direi lo stesso adesso? (non l'ho mai rivisto). La mia microrecensione dell'epoca quanto è influenzata da ciò che mi era successo quel giorno?

Dopo aver consegnato la tesi, volevo leggere qualcosa di non troppo impegnativo, e ho ancora in programma per il futuro la lettura di libri che non considero, già in partenza, come dei capolavori della letteratura. A volte abbiamo bisogno anche di queste cose medie, oppure di romanzi e filmetti scemi. Anche una cosa stupida può essere gradevole se arriva nel momento giusto o se risponde alla nostra intenzione di rilassarci. Mia madre dice sempre che quando qualcuno è all'ospedale gli porti/ti porti da leggere Gente, non Il pendolo di Foucault.

Da parte loro, le recensioni non sono che impressioni a caldo di oggetti che ho letto/visto solo una volta. Un film visto in due ore a cinema o a casa ti lascia un'impressione. Capisci alcune cose. Se lo rivedi dieci volte ne capisci altre. Una volta che lo vedi quaranta volte, e che ci hai letto sopra quello che ne hanno scritto altre persone competenti, ci puoi scrivere sopra una tesi di laurea. 

Con i libri va un po' meglio perché la loro lettura, in genere, dura più giorni, e il tuo giudizio ha la possibilità di venire modificato nel tempo e adattato eventualmente dall'inizio alla fine della lettura. Inoltre, i libri permettono di essere riletti, cosa che naturalmente si può fare anche coi film ma che personalmente mi è meno immediata. Normalmente quando leggo un libro leggo più volte determinate pagine. In genere vado avanti a leggere degli spezzoni situati molto più avanti della pagina che sto leggendo "di seguito". Leggo degli spoiler. Poi torno indietro e leggo per bene. Quando finisco un romanzo a volte ci sono dei capitoli o delle pagine che ho letto tre volte, mentre altre non le ho mai rilette. In questo modo ho il tempo di formarmi un giudizio un po' più sfaccettato.

Tuttavia, la lettura di romanzi fatta per diletto si differenzia in ogni caso dallo studio dei romanzi che posso fare all'università. Nella lettura sono in gioco le mie emozioni momentanee, il contesto della lettura. Nello studio scientifico il mio io scompare per lasciare posto a quella che spero che sia un'interpretazione (relativamente) oggettiva dei dati contenuti nel testo, anche questi adattati però a un determinato contesto. Se scrivo delle donne guerriere, studio quel testo cercando quello che sia utile a proposito delle donne guerriere, il resto lo tralascio. In ogni caso, il mio punto di vista su Ariosto come lettura da diletto o come oggetto di studio sarà diversa, per quanto possa avere dei punti combacianti. Se lo leggo per diletto posso fregarmi di un sacco di fattori che invece mi sono indispensabili per studiarlo.

Detto ciò, torniamo alla proposta di indicare un percorso di lettura. Molte cose che reputo fondamentali le ho lette prima di aprire il blog. Per fondamentali intendo Shakespeare, i russi, le Bronte, Tasso, il Genji Monogatari ecc. Con cose del genere per me si va sempre sul sicuro. Le cose notevoli che ho scoperto negli ultimi anni sono stati Hardy, Mervyn Peake e George RR Martin. La saga più bella che ho letto nel 2008 è stata Le cronache del ghiaccio e del fuoco di Martin. Non penso di aver scritto una recensione completa di nessuno dei nove tomi dell'edizione italiana (solo del primo forse). Perché non ne ho scritto? Perché ho passato più tempo a leggere quello che ne scrivevano altre persone sui forum e siti dedicati; perché ne ho parlato con molte persone su deviantart; perché, invece di scriverne, ne disegnavo le scene.  

Quest'anno ho letto dei libri che mi sono piaciuti, e non ne ho parlato. A volte parlare dei libri/film che sono piaciuti senza essere banali è molto più complicato che scrivere una critica distruttiva. Perché mi sono piaciuti? Si accordavano alle mie corde del momento, il loro stile mi andava bene, hanno suscitato in me immagini o richiamato memorie, raccontavano bene una bella storia... 

     

  • Il profumo di Patrick Süskind. Mi incuriosiva da anni. Temevo che non mi sarebbe piaciuto 1) perché era un bestseller; 2) perché a Valeria non era piaciuto. Invece a me è piaciuto. Non ho quasi notato l'assenza di dialoghi perché il racconto si reggeva anche senza. Non potevo poi non amare Baldini, il profumiere italiano fallito che fa da padre/padrone (ma infine anche lui soccomberà come tutti) a Grenouille. Poi ho rivisto pure il film, che avevo già visto un anno fa.
  • Twilight. Dopo averne sentito parlare da chiunque l'ho letto pure io, prima che uscisse il film, e a me è piaciuto, in specie la prima parte. L'atmosfera scolastica e l'amore adolescenziale evocava in me piacevoli ricordi. Invece la seconda parte del libro è troppo lenta, mentre la terza troppo veloce, troppo d'azione e infine inutile perché si sa già come andrà a finire. Ovviamente il vampirismo di Edward è una metafora sessuale neppure tanto nascosta. Letto il primo, però, non mi è venuta voglia di leggere gli altri. Ho letto la trama su internet e visto che a me i licantropi non mi sconfinferano più di tanto, ho deciso di evitare.
  • Un semplice interludio di Thomas Hardy. Iniziato e finito durante un tragitto in pullman. Non è neppure tragico. Un bel raccontino di Hardy misogino quanto basta ma che riscatta la sua misoginia nell'immagine finale di una ritrovata comunità femminile.

Il libro più bello attualmente in mio possesso e che devo ancora finire di leggere è La colomba pugnalata di Pietro Citati. L'ho scoperto casualmente due anni fa nella libreria di una persona che mi stava ospitando, e in una o due notti ne ho letto circa metà, restando affascinata. Adesso che l'ha ripubblicato l'Adelphi (prima era in edizione Mondadori) mi sono affrettata a comprarlo. Citati ripercorre con emozionante lirismo la vita di Marcel Proust, facendomi commuovere profondamente per il dolore dello scrittore che sembra entrare sotto la mia stessa pelle e metterla a nudo, facendola sanguinare. Non ho mai letto la Recherche e non so come possa sembrare questo libro a uno che sa di Proust più di me, ma nella mia limitatezza lo giudico un'ottima introduzione a questo maestro del '900. Di certo mi ha fatto venir voglia di leggere la Recherche.

Ma ci sono persone che leggono molto più di me, soprattutto materiale più vario e contemporaneo. Per questo consiglio di visitare i blog di IsabelleTostin, PattyBruce, dei due Gonzo, di Zeruhur (quando si occupa di libri), ecc. Ciò non vuol dire che la pensiamo sempre uguale in materia di libri, ma se la pensassimo tutti uguale...

Inkheart

I film che mi sono piaciuti più al cinema ultimamente sono stati Inkheart (Helen Mirren, Jim Broadbent, Andy Serkis e soprattutto Paul Bettany valgono lo spettacolo, anche se si levasse il fatto che è un film che parla di amanti di libri e del potere delle storie di salvare il mondo) e, incredibilmente, Iago (forse trovo un po' di tempo per scriverne più di questo rigo). A casa ho visto Gran Torino e Ponyo sulla scogliera. Su Gran Torino avevo dei pregiudizi, invece si è rivelato un film mirabile, anche se non capisco perché la polizia americana debba essere sempre mostrata sotto una cattiva luce nei film e i cittadini si vogliano fare sempre giustizia da soli (anche se c'è la sorpresa finale...). Ponyo è incantevole, in particolare, data ormai la mia veneranda età, il personaggio della madre e la scena in cui fa telegrafare Baka! Baka! (stupido! stupido!) al marito.

  

Di fumetti in questo periodo c'è una bassa terrificante. È uscito il 43 di Vagabond (in cui avviene il romantico reincontro di Takezu e Otsu e la poco romantica morte del mio amato Ueda ), il 23 dell'Immortale (in cui praticamente avviene una scena sola, ma la copertina è da sbavo) e basta. Sto leggendo Lovely Complex perché me lo prestano. E poi ho letto Monkey Business di Gianluca Maconi, ma attendo l'uscita del secondo numero (per Lucca?) per parlarne.

postato da: cabepfir alle ore 04/04/2009 16:14 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: libri, manga, studio, varia, lo schermo e la scena, fumetto, asoiaf
mercoledì, 18 marzo 2009

Hamlet's Portrait. Considerazioni

È ancora possibile rappresentare Amleto, oggi? È quanto mi veniva da domandarmi mentre assistevo alle tredici ore della maratona di Antonio Latella al teatro India di Roma. Questo mastodontico progetto non è infatti una messa in scena di Amleto, ma una messa in scena dell’idea di rappresentare Amleto, delle possibilità delle sue rappresentazioni, dell’infinità delle possibilità di interpretazione. Per qualsiasi scelta rappresentativa si faccia, mi veniva da pensare, il testo shakespeariano è più ricco, più sottile, più complesso, e vedere messa in scena una sola, singola possibilità di rappresentarlo alla volta significa escludere le altre possibilità. Per questo, davanti alla scena, la mia mente vagava alla ricerca di altre possibilità, di altri significati, di altre pieghe: perché Amleto, il testo totale del teatro, potrebbe sempre significare qualcos’altro, essere recitato in un altro modo. In questo senso, lo spettacolo di Latella serviva come stimolatore di pensiero piuttosto che come punto di arrivo: non sceglie, se non in alcuni aspetti specifici, un’interpretazione determinata e delimitata, non propone una linea interpretativa lineare, dichiarando l’impossibilità di trarre un senso lineare da un testo che è un caposaldo di ambiguità e di ribaltamento delle facce. Mentre le parole e le frasi del play si ripetevano in continuazione, e si sentiva raccontare per la decima volta la trappola per topi o l’apparizione del fantasma, la complessità dei personaggi – di cui gli attori mettevano necessariamente in mostra un lato per volta – diveniva materia delle mie speculazioni mentali. Qual’era la storia del matrimonio di Amleto I e di Gertrude? Gertrude è danese o viene da fuori, in che modo il suo matrimonio ripercorre e/o prefigura la storia tra Amleto figlio e Ofelia? Era per caso anche lei la figlia di un consigliere di corte notata dal principe?
E il rapporto tra Amleto I e Claudio qual era? Qual era il ruolo di Claudio nella corte danese prima della morte del fratello? E cosa è venuta per prima, la brama per la corona o quella per Gertrude? O non è forse la stessa cosa, secondo quell’identificazione tra la donna e la terra che l’epica occidentale si porta appresso da tempi antichissimi?
E quale il rapporto tra Amleto figlio e Claudio prima dell’usurpazione di quest’ultimo? Amleto non sembra riconoscere Claudio come fratello di suo padre, per lui è sempre un estraneo, che sembra comparso a corte esattamente nel momento dell’usurpazione, ma che prima non vi esisteva: di fatti, potrebbe essere lo stesso (di) Fortebraccio, in quel continuo gioco di simmetrie di cui il play (ma in verità tutti i plays shakespeariani) è pieno. E la differenza di aspetto fisico (morale) che Amleto afferma esserci tra il padre e lo zio potrebbe anche non esistere affatto: io personalmente farei interpretare Amleto padre e Claudio dallo stesso attore. Anche perché coloro che detengono il potere, nel ciclo dei re, non mutano mai, ma si susseguono quasi indistinguibili, nonostante le etichette di buono o cattivo, eroe o tiranno che li accompagnano.
E ancora, Gertrude e Claudio? Lei è sua complice? Si amavano da prima, e si sono sbarazzati insieme del re? O Gertrude è stata davvero conquistata solo in seguito (magari dal fatto che Amleto padre e Claudio sono sostanzialmente identici)? Ha accettato di sposare Claudio perché pensava che fosse la cosa migliore per lo stato? Oppure è stata minacciata, è una vittima anche lei di Claudio, una donna magari picchiata, umiliata e costretta alla resa? È anch’essa divorata dall’ambizione? In quanti modi è simile alla Lady Anne del Richard III, che mentre va a seppellire il primo marito, accetta di sposare colui che l’ha ucciso?
...
postato da: cabepfir alle ore 18/03/2009 11:48 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: studio, lo schermo e la scena
domenica, 16 novembre 2008

questi cartoni aminati

Nello scorso post annunciavo un breve momento di riflessione sui cartoni animati (o, come dice una mia amica, cartoni aminati). Non è una riflessione completa, giusto un breve spunto che mi è venuto in mente la scorsa settimana guardando Fantasia 2000. Mentre rivedevo la pallida copia del grande Fantasia del tempo che fu, ho iniziato a domandarmi se non si sta assistendo ad una progressiva mascolinizzazione dell'animazione, in ispecie di quella digitale. Ho passato mentalmente in rassegna un po' di titoli e mi accorgevo che i protagonisti d questi cartoni sono soprattutto maschi. Vorrei quindi affidarmi ora a wikipedia e a imdb per fare uno spoglio più completo, o meglio, vedere un po' chi sono i protagonisti dei film di animazione digitali della Pixar, DreamWorks Animation, Disney ecc.

Premetto che io amo i film d'animazione, sono convinta che siano una forma d'arte e che quello che segue non vuole essere una valutazione qualitativa dei meriti artistici dei film, ma solo una lista che prende in esame i dati di gender dei medesimi film.

Incominciamo dalla Pixar, casa geniale a cui l'animazione digitale deve molto, se non tutto.

  • Toy Story: i protagonisti sono due giocattoli maschi, il cowboy Woody e l'astronauta Buzz Lightyear. Il loro padroncino umano è maschio, Andy.
  • A Bug's Life: il protagonista principale è la formica maschio Flik, attorniato dalla coccinella maschio Francis, dal bruco Heimlich, e dalla formica femmina Dot.
  • Toy Story 2: ai due protagonisti principali si aggiunge la cowgirl Jessie.
  • Monsters, Inc.: protagonisti due mostri maschi, Sulley e Mike, alle prese con una bambina capitata per sbaglio nel loro mondo.
  • Alla ricerca di Nemo: i protagonisti sono padre e figlio, Marlin e Nemo, il primo accompagnato dalla pesciolina Dory, il secondo attorniato da varie altre specie animali e umane.
  • Gli Incredibili: qui abbiamo tutta una famiglia (umana stavolta) composta da padre, madre, una figlia femmina e due figli maschi. C'è unno splendido personaggio femminile secondario, Edna Mode.
  • Cars: cartone di macchinine il cui target sembra essere per antonomasia maschile. Il protagonista è l'automobile maschio Saetta McQueen.
  • Ratatouille: protagonista un topo maschio, con un aiutante maschio, un mentore maschio e un critico gastronomico maschio, un cuoco maschio e un ispettore maschio, nonché famiglia topesca al maschile. Una sola donna di spicco, la cuoca amica dell'aiutante.
  • Wall-E: protagonista un robottino maschio alla ricerca della robottina femmina, Eve.

Andiamo adesso a vedere cosa fanno i film in animazione digitale della DreamWorks Animation:

  • Z la formica: protagonista una formica maschio (cosa vi ricorda?), attorniato da vari personaggi maschili e femminili.
  • Shrek: protagonista un orco maschio, coadiuvato da un asino maschio, con antagonista maschio (lord Farquad, da me molto amato), che si disputano la bella principessa orca Fiona.
  • Shrek 2: idem, più aiutante maschio (il Gatto con gli stivali), avversario femmina (la fata madrina), avversario maschio (il Principe azzurro), et alii.
  • Shark Tale: protagonista uno squalo maschio, antagonista un altro squalo maschio.
  • Madagascar: protagonisti un leone maschio, una giraffa maschio, una zebra maschio e un'ippopotama femmina, più un quartetto di irresistibili pinguini maschi.
  • La gang del bosco (non l'ho visto): protagonista un procione maschio e un orso maschio.
  • Giù per il tubo (non l'ho visto): protagonista un ratto maschio, con aiutante un ratto femmina (ehilà!).
  • Shrek Terzo: come sopra, più la compagnia delle povere principesse.
  • Bee Movie (non l'ho visto): protagonista un'ape maschio (zzz...) con aiutante umana femmina.
  • Kung Fu Panda (non l'ho visto): protagonista un panda maschio, attorniato da molti altri kungfatori maschi e un paio di kungfatrici femmine.

Adesso vediamo i film d'animazione digitale della Disney, tranne quelli Pixar-Disney che abbiamo già elencato:

  • Dinosauri (non l'ho visto): protagonista un dinosauro maschio.
  • Chicken Little (non l'ho visto): protagonista un pulcino maschio, con vari amici maschi e femmine.
  • Uno zoo in fuga (non l'ho visto): protagonista un leone maschio, con amici maschi e femmine.
  • I Robinson (non l'ho visto): protagonista un ragazzo con vari amici e antagonisti maschi e femmine.
  • Bolt (esce a Natale): protagonista un cane maschio, accompagnato da una gatta, un criceto e altri vari personaggi.

Passiamo ora alla Blue Sky Studios:

  • L'era glaciale: protagonista un mammuth maschio, accompagnato da un bradipo maschio, che salvano un bambino maschio dalla tigre dai denti a sciabola maschio, Diego (uno dei grandi fighi dell'animazione digitale).
  • Robots (non l'ho visto): il protagonista è, guarda caso, un robot maschio. Cosa vi ricorda? O meglio, quale altro film ricorda questo?
  • L'era glaciale 2: quelli di prima, più la mammuttha femmina.
  • Ortone e il mondo dei Chi (non l'ho visto): protagonista un elefante maschio.

A questo punto mi fermo. Per chi volesse continuare l'impresa, su wikipedia c'è l'elenco di tutti i film d'animazione digitale distribuiti in Italia al cinema (link). Così a vista, gli unici film con protagoniste femminili sono quattro, di cui due, per fortuna, sono prodotti italiani, L'apetta Giulia e la signora Vita e le Winx, che solo per questo meritano il mio rispetto. Altri due film con protagoniste femminili nel titolo sono Cappuccetto Rosso e gli insoliti sospetti e Cenerentola e gli 007 nani, non a caso due parodie di fiabe preesistenti.

Al solito, fermo restando che alcuni di questi film sono dei capolavori (cito almeno Shrek, L'era glaciale, Toy Story e Alla ricerca di Nemo), che molti sono piacevoli e che non dubito che siano graditi ai bambini, mi chiedo: ma è il caso che il novanta per cento dei film d'animazione digitale abbiano per protagonista un maschio? E che in alcuni casi i personaggi femminili si riducano all'innamorata dell'eroe o a un personaggio ancora più secondario? Resto attonita io per prima a leggere che la totalità dei film d'animazione digitale Pixar, Disney e DreamWorks hanno per protagonista un maschio o una coppia di maschi. Possibile che un personaggio femminile non sia abbastanza interessante per l'animazione digitale?

Inoltre, mi sembra che il rischio sia anche un altro. I film con protagonista maschile vengono proposti come diretti ad un target sia di bambini che di bambine, tranne alcuni casi in cui il target, vista l'ambientazione particolarmente meccanica, mi sembra specialmente diretto ai maschi (parlo di Cars e Robots in particolare). C'è poi un mercato, non distribuito a cinema ma in home video, di film in animazione digitale specificamente diretti al pubblico delle bambine, ossia i film delle Barbie, che hanno un imponente mercato, e il film di Trilli che la Disney sta mettendo in vendita ora. Di questi film con specifico target femminile l'unico ad essere stato distribuito a cinema è il film delle Winx, a cui dò quindi credito.

I film d'animazione digitale con protagonista femminile incasserebbero meno? È questo che temono i vecchi volponi che stanno dietro le scrivanie della Pixar e della DreamWorks a contare i dollari? Oppure gli sceneggiatori, gli animatori, i registi d'animazione digitale sono talmente immersi in un mondo maschile da non riuscire a concepire una storia con protagonista una femmina, umana o antropomorfa? Se non in alcuni casi, i film elencati sopra non hanno una visione esplicitamente maschilista, ma relegando i personaggi femminili in posizione subordinata, si arriva allo stesso risultato. Ai bambini viene presentato come modello pressoché unico quello del protagonista maschio, come se quasi non potrebbe essere altrimenti.

Mi auguro di stare solo registrando un momento presente, e che in futuro i film in animazione digitale straborderanno di protagoniste femminili. Intanto restiamo in attesa, e guardiamo ad Hayao Miyazaki che non solo continua a lavorare in animazione tradizionale, ma sforna anche a ripetizione film con protagonista femminile. 

- Vedo peraltro che non sono né la sola né la prima ad essersi posta un problema del genere:

http://www.salon.com/mwt/broadsheet/2007/07/03/pixar_girls/index.html

http://blog.washingtonpost.com/celebritology/2007/06/are_the_pixar_movies_an_animat.html

postato da: cabepfir alle ore 16/11/2008 18:37 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: studio, persone, lo schermo e la scena
martedì, 11 novembre 2008

e adesso qualcosa di completamente diverso

Ciao a tutti. Sono reduce da un'influenza che questo fine settimana mi ha costretto sul divano, a vedere, di fila, Cats, Dreamgirls, Fantasia 2000, High School Musical uno e due e il dvd di Céline Dion, A new day. Erano sei anni che non mi prendeva la febbre, e a parte il vomito e la successiva totale inappetenza non è stato tanto male. L'unico problema è che dovrei rimettermi alla tesi e ho ancora la testa vuota...

Come chiunque può vedere, negli ultimi tempi ho molto rallentato la mia frequentazione del blog, non tanto per noia, quanto per mancanza di tempo, e per il fatto che il mio tempo internettesco l'ho dedicato soprattutto a deviantart. Eppure ci sono molti argomenti di cui vorrei trattare, e sprattutto molte cose che vorrei consigliare di andare a vedere o leggere. Per esempio la mostra su Paz a Castel Sant'Elmo. Oppure la mostra su Erasmo da Rotterdam a Rotterdam, dove vorrei andare anch'io (Silvia, ti prego, prenditi un treno una domenica e vacci, tu che sei lì vicino). Vorrei parlarvi del fatto che ho già visto due volte High School Musical 3, che ha instillato in me due dubbi fondamentali (perché Gabriella, che è un genietto in scienze, si iscrive a Giurisprudenza? Perché Sharpay intima a Tiara Gold di gettare gli indumenti arancioni che ha nell'armadio, mentre nel primo film indossa ad un certo punto un capo arancione intonato con borsa arancione, e anche Ryan ha un cappello arancione?). Vorrei ritornare sull'argomento della riforma Gelmini, in base alla quale gli insegnamenti di lingue seguite da pochi studenti dovrebbero essere chiusi, e quindi, per esempio, l'Orientale essere condannata al tracollo (non importa se quelle lingue costituiscono le uniche cattedre in Italia in materia, e che forse abbiamo ancora bisogno di qualcuno che sappia l'etiopico, il berbero, il persiano ecc). Venerdì 14 ci sarà un'altra grande manifestazione nazionale, mentre noi ospitiamo il Convegno Nazionale di Letterature Comparate. Oppure potrei parlarvi di quanto sono stata felice per la vittoria di Obama e di come abbiamo seguito le elezioni con i miei amici americani su deviantart. Potrei lamentarmi un po' su quanto mi ammorba Christine de Pizan, a costo di fare una brutta figura molto poco politically correct. O anche potrei tornare sulle mie preoccupazioni sull'ambiente e sulla totale necessità che si faccia qualcosa, adesso, subito a proposito.

sedia Savonarola

Oppure potrei parlarvi di Servazio Rogers, cui io e Silvia stiamo dedicando i nostri pensieri. Oh, Servazio. Inoltre ho una mezza intenzione di scrivere qualcosa sul maschilismo dei più recenti film in animazione digitale, argomento su cui in realtà spero che qualcuno abbia già parlato. Oppure dedicarmi ad una lode della sedia Savonarola, che è sempre stata tra le mie favorite.

 Avevo anche una mezza intenzione di scrivere qualcosa a commento dell'ultimo numero di Cesare, tuttavia, per non dilungarmi, dico solo questo:

  • Michelotto è troppo bello ed è troppo slash. Quando si rifiuta di ballare con Lucrezia è troppo slash. Quando parla male di Cesare ad Angelo è troppo innamorato respinto pieno di rancore. E quando scatta contro Angelo che impugna il pugnale è troppo fedele guardia amante di chi lo fa soffrire. Oh, Michelotto, se fossi tu il protagonista di questo fumetto al posto di quell'insipido Cesare!
  • Le espressioni di Lucrezia Borgia: con gli occhioni spalancati e con gli occhioni spalancati e la cuffia da notte.
  • Cesare Borgia: insopportabile. Alla festa, sarebbe meglio che qualcuno lo uccidesse, anche se purtroppo camperà ancora abbastanza da diventare il grande fallito del secolo decimosesto.
  • Rodrigo Borgia pizzicato sulla mano da Adriana e che fa la faccia da Giovanni de' Medici: improbabile.
  • Giovanni de' Medici: l'unico altro motivo, insieme a Michelotto, per leggere questo manga. Com'è che la Soryo imbrocca tanto bene alcuni personaggi quanto canna il resto?
  • E soprattutto, com'è che la Soryo è assolutamente incapace di disegnare le pieghe dei vestiti? Normalmente, durante l'adolescenza una persona che disegna inizia a imparare a disegnare le pieghe dei vestiti. La Soryo ha imparato tutto il resto, ma sulle pieghe dei vestiti e sui cavalli è andata incontro ad un blocco psicologico. Ben le sta, visto che disegna solo per i soldi.

In questo momento giace tra le mie braccia, ancora impacchettato, La mia vita disegnata male di Gipi, atteso fortissimamente da quando avevo visto i primi disegni sul blog di Gipi. Avrei voluto all'epoca anche scrivere un post su Gipi, ma poi l'occasione è volata.

Durante questi giorni di influenza, mi sono riletta quasi tutto Nana. Mettendo un po' insieme i pezzi in flashforward, mi sembra di capire che:

  • Nana Hachi e Takumi ad un certo punto si lasciano, Takumi va a vivere in Inghilterra dove ospita frequentemente Ren, che per il resto dell'anno abita a quanto pare da Hachi o comunque sotto la supervisione di Hachi. Ogni tanto Takumi torna a trovare Hachi, soprattutto per vedere Satsuki che - grazie a Dio - è la sua vera figlia biologica.
  • Nana Ozaki si è fatta bionda e canta all'Agorad, l'abbiamo capito.
  • Yasu, Nobu e Shin continuano a campare. Nobu torna all'albergo Terashima, Shin fa l'attore sempre alle dipendenze della Shikai (per pagare il debito, immagino), mentre Yasu non si sa cosa faccia.
  • L'unica protagonista di cui non si sa veramente GNIENTE è Reira, e la cosa inizia a preoccuparmi assai, soprattutto se si considera che, quando Yasu e Shin ascoltano Trust alla radio in macchina, a Shin gli si velano gli occhi di tristezza. Che sia Reira quella che muore? (Dato che la sensazione generale è che ci scappi il morto, e visto che non è Nana...) Oppure Reira si mette finalmente con Takumi, si trasferisce con lui in Inghilterra e tanti cari saluti e figli maschi?
  • A quanto mi sembra di annusare, quando Nana se ne va Ren ha un tracollo psicologico che lo rende più o meno incapace e bisognoso di cure, cosa che, in assenza di Nana, Hachi si prodiga di dargli.
  • Ai Yazawa, ti supplico, non far rimettere insieme Hachi e quell'ameba gelatinosa di Nobu.
  • E che fine fa la madre di Nana? Misato? La vera Misato?
  • Miu muore sotto a un tram, voglio sperare, e Yasu si mette definitivamente con la mitica Shion.
postato da: cabepfir alle ore 11/11/2008 20:29 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: manga, studio, varia, politiks, fumetto
giovedì, 06 novembre 2008

immagini dall'Onda napoletana

Federico  II, Sociologia

Federico II, Sociologia    Piazza del Gesù

Piazza del Gesù, 6-11-2008, ore 11. Gli studenti delle facoltà scientifiche della Federico II manifestano pacificamente

   

piazza del Gesù        Palazzo Corigliano occupato

Orientale occupata

palazzo Corigliano    Corigliano occupato

http://www.flickr.com/photos/cabepfir

DIciamo no al decreto Gelmini

postato da: cabepfir alle ore 06/11/2008 23:39 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: foto, studio, ricerca, ulcera
giovedì, 25 settembre 2008

a velocità warp

Salve, sono l'affascinante capitano William Riker (aka Robert Baratheon) dell'astronave Enterprise. Vorrei informare gli umani sul pianeta Terra che non stiamo ospitando Cecilia a bordo di una delle nostre astronavi, ma che continuiamo a captare la presenza del suo flusso vitale da qualche parte nell'universo. Se la vedete, ditele che conservo un'ora libera nella mia agenda per il marzo 2390.

Neppure da Vulcano abbiamo notizie di Cecilia. Mi assicurano che non è stata catturata da popolazioni aliene di altri pianeti della galassia.

Io non c'entro niente!

Ebbene sì, lo confesso, sono stato io! Ho rapito Cecilia e l'ho portata in un agglutinante mondo di desideri irrealizzati e travestimenti dissimulati. AH AH AH!

postato da: cabepfir alle ore 25/09/2008 14:09 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: studio, delirio
giovedì, 14 agosto 2008

slash onirico (cont.)

Nella puntata precedente abbiamo parlato di letteratura inglese.

Anche la letteratura italiana, però, non scherza.

Inoltre ho scoperto che TT probabilmente era gay, il che mi ha rivoluzionato la vita. [link]

postato da: cabepfir alle ore 14/08/2008 23:21 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: libri, disegno, studio, ricerca
venerdì, 04 aprile 2008

la France... troisième partie

cabepfir risponde capricciosamente ed egoisticamente alle vostre domande*!

1) Come si magna in Francia?

Siete vissuti con il mito della nouvelle cuisine? Avete visto Ratatouille e credete che in ogni cucina di Francia viva uno chef come il topo Rémy? Ebbene, scordatevelo. Può darsi che, se andate in un ristorante a 5 stelle, abbiate la possibilità di mangiare decentemente (però, non avendo più un rene perché avete pur dovuto pagare il conto, non so se gradirete la digestione). E naturalmente, nulla toglie che viviate presso un'ottima massaia che cucina come Dio comanda, oppure che voi stessi sappiate cucinare alla perfezione (cosa che non è affatto il mio caso). Se a) non avete i fondi per permettervi Chez Maxim, b) non avete qualcuno che cucina - bene - per voi, c) non sapete cucinare, allora potete sempre affidarvi alle mense universitarie per il pranzo e al vostro supermercato per la cena. Avete sempre diffidato delle mense universitarie italiane? Tsk tsk tsk, non ci siamo proprio. La mensa universitaria italiana è il paradiso rispetto alla cucina della mensa universitaria francese. E Tours non è neppure messa male. Coloro che hanno avuto la sventura di mangiare alla mensa della Sophia Antipolis di Nizza (e io sono tra quelli) sanno di cosa sto parlando. Nei ricordi di tutta la mia vita, probabilmente non ho mai mangiato tanto male quanto alla mensa della Sophia Antipolis. Mi ricordo ancora una sottospecie di salsiccia nerastra che volevano servirci come carne di maiale, del couscous che si poteva incollare sul muro, per non parlare della tipica abitudine francese di mettere il ketchup sulla pasta (sic)... 

La pasta, nelle mense francesi, è considerata un contorno (ovvio, no?) ed è quindi servita completamente in bianco al lato della carne o del pesce. Non vi parlo poi delle assurde combinazioni tra un qualsiasi secondo e un qualsiasi contorno, per cui vi possono capitare nello stesso piatto fagioli rossi, finto merluzzo bollito e pasta (naturalmente scotta, ça va sans dire). I supermercati offrono un'ampia scelta di piatti pronti di dubbia qualità, nonché una vasta serie di pasta in scatola (yep) tutte fornite dell'immancabile stampa "100% italiano" (grazie al cielo, non lo sono. Salviamo almeno il patrimonio gastronomico del nostro paese). Molti offrono il formaggio come dessert, una cosa che non ho mai, mai capito. Per me il formaggio è una cosa che si mangia una volta ogni tanto in sostituzione del secondo o per fare una cena fredda. E - tenetevi forte - in Francia si porta molto l'emmenthal grattugiato sull'insalata... non ho veramente parole. E la cosa peggiore è che anch'io, come gli altri studenti, mi sottopongo a questa carneficina.

Dove la Francia si riscatta alla grande è nella sezione yogurth e dolciumi. La scelta di yogurth (yaourt), siano essi al latte, alla vaniglia, alla frutta, alla cioccolata, al caffè, ecc., è incredibilmente più grande di quella che si trova nel più fornito supermercato italiano. Esistono yogurth di ogni genere, tipo e grado. Poiché la frutta da queste parti si trova, ma è più cara che in Italia, esistono moltissimi tipi di frutta in conserva, che presentano le combinazioni più fantasiose (cfr. foto in alto): mela e banana, mela e pesca, mela e fragola, mela e ciliegia... Qualche giorno fa ho comprato un succo di frutta all'arancia e banana (yuk!). I succhi di frutta in brick sono poco diffusi, per lo più sono in tetrapack o in vetro da un litro.

E poi esistono sempre le boulangeries-patisseries (da me chiamate bulangio-patisso), che sono la vostra salvezza esistenziale in caso di crisi. Mmh, la pasticceria francese...

2) Come sono i ragazzi francesi?

Uhm, non li butterei mica ;-) A parte l'ostinata tendenza a pettinature improbabili - portano con disinvoltura lunghe ciocche da figlio di papà in vacanza ad Harvard -, diciamo che la popolazione maschile francese si difende abbastanza. Non è difficile vedere in giro fichinghi biondi-occhi azzurri di pura derivazione normanna.

Però, da buttare o no, sempre francesi sono. Io ci ho ben poco a che fare.

3) E il famoso purismo linguistico francese?

Mah, i francesi son strani. Difendono a viva forza la loro lingua da ogni tipo di anglicismo, creando, soprattutto nel campo dell'informatica, una terminologia ridicola:

  • computer → ordinateur
  • programma → logicielt
  • mouse → souris
  • file → fichier
  • attachment → fichier joint

ecc. Ma la barriera posta tra loro e l'inglese non impedisce loro di massacrare la loro stessa lingua nei modi più barbari. Mi riferisco in particolare alla loro radicata tendenza alle abbreviazioni, che non si usano soltanto nel linguaggio scritto degli sms o su internet, ma anche - se non soprattutto - nella lingua parlata. Sembrano incapaci di sopportare la lunghezza delle parole! Questo fatto mi sconvolge. Accorciano tutto. Qualche esempio:

  • faculté (università) → viene normalmente detto fac
  • psychologie (psicologia) → psycho
  • biologie (biologia) → bio
  • sociologiesocio
  • mathématique (matematica) → math
  • maître de conference (primo gradino del professore universitario) → maît' de conf'
  • petit (piccolo) → p'tit

ecc ecc. E termini come socio, psycho, bio ecc non sono usati solo tra amici, ma anche tra studenti e professori! Immaginate uno che all'Orientale dica al decano di Storia e civiltà dell'Estremo Oriente (sapete di chi sto parlando...): "Sa, io studio giap". Non ti manderebbe a calci nel sedere fuori da Palazzo Corigliano? E non farebbe bene? Io sono veramente scioccata da questa mania abbreviatrice. La traduzione francese di Cronache del ghiaccio e del fuoco è infarcita di queste abbreviazioni, specie nel linguaggio dei popolani. La traduzione italiana sarà fatta coi piedi, tutto quello che volete, ma almeno è in italiano... Ringraziate dunque che i nostri problemi sono l'uso delle k e del lnguaggio sms, e che nessuno ancora dica al proprio professore "Vado all'uni a fare un po' di mat, raga".  

postato da: cabepfir alle ore 04/04/2008 15:10 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: foto, studio, tours
venerdì, 28 marzo 2008

la France

A parlare di un altro paese si rischia sempre di generalizzare, ma dopo aver vissuto oltralpe per quasi quattro mesi, tra l'anno scorso e quest'anno, ho la temerarietà di offrirvi qualche ragguaglio su questa tanto decantata nazione. Per evitare di essere presa dai miei soliti lamenti patriottici (sono una di quelle persone, ahimé, che continua sempre a preferire l'Italia), cercherò di fornire alcuni elementi abbastanza obiettivi. Tenete presente che il mio punto di osservazione è la piccola cittadina di Tours, non la grande Parigi. Immagino che ogni città costituisca un caso a sé.

Cominciamo quindi dalla CASA, il posto con cui, volenti o nolenti, si entra in contatto nel modo più diretto. La tipica abitazione francese è una casetta monofamiliare a due piani, con mansarda e cantinetta. Putroppo l'aumento demografico ha costretto anche i francesi ad adeguarsi alla necessità del condominio, ma, tra le due opzioni, il francese cerca di salvaguardare l'apparenza con un palazzetto in cui c'è solo un appartamento per piano. L'appartamento al pianterreno (rez de chaussée)- potendo godere anche del giardino, è il più ambito, mentre, salendo sempre più su, la qualità cala fino ad arrivare all'immancabile mansarda in cui, in genere, vengono ficcati i bambini e gli studenti. Presumo che tutte le mansarde del centro di Tours siano fittate a degli studenti. La mansarda è carina e simpatica, ma bisogna far attenzione alle capate appena svegliati (nelle ultime settimane ho preso un due-tre capate che ancora me le ricordo), nonché alla cronica insufficienza di luce.

La grande invenzione della casa italiana, la serranda o persiana o veneziana che dir si voglia, sembra non aver toccato i cugini d'oltralpe. Forse felici di poter contare su un raggio di sole ogni tanto, il sistema più avanzato di protezione dai raggi solari concepito dai gallici è, nei casi più fortunati, delle cigolanti imposte pieghevoli di legno o delle traballanti tapparelle di plastica. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, il francese si accontenta di una semplice tenda (peraltro in genere di tessuto chiaro e trasparente), la cui funzione primaria è quella di abbellire la stanza, non certo quella di proteggere dai raggi solari. Molte mansarde (in cui, vi ricordo, sono confinati gli studenti) non hanno affatto le imposte, ma solo una tendina all'uncinetto industriale. E, anche se certo il centro della Francia non è il paese del sole spaccapietre, vi assicuro che per una persona abituata a dormire nel buio più totale, non è simpatico vedere la luce infiltrare da tutte le parti ad un orario improbabile del mattino :-/ Ad alcuni forse piacerà, io rivendico la mia serranda impenetrabile!

La composizione del bagno francese è una costante piaga per l'italico. Non disquisirò qui della congenita mancanza del bidé o bidet, che conserva in italiano questo aggraziato nome francesizzante anche se in Francia non se ne vede l'ombra. Il bagno francese è in genere diviso in due stanzette: in una stanzetta troverete doccia (o vasca da bagno all'occorrenza) e lavabo, nell'altra il gabinetto. Che cosa comoda, penserete! Così uno può andare a far pipì nel pertugio del WC mentre un altro si fa la doccia nell'altro cantuccio. Ma la dislocazione wc-lavabo costringe ogni volta a cambiare di stanza per andarsi a lavare le mani dopo aver fatto i propri bisogni. Questo costringe a volte a percorrere l'intera casa con le mani sporche, perché talvolta il cesso è posto ad un'estremità della casa e il lavabo a quella opposta...

Nelle case più vecchie, pavimento e scale interne sono praticamente sempre di legno. Ma attenzione! Il parquet francese, per ragioni a me ignote, è di qualità particolarmente cigolante e scheggiantesi. Rientrare in una casa alle due di notte senza far rumore è impossibile: lo sgniik sgneek della scala renderà noto ogni vostro passo. Anche nelle case più moderne, in genere si è mantenuta l'usanza della scala interna (intendo la scala condominiale) in legno. Ecco spiegato perché i francesi temono gli incendi domestici molto più degli italiani...

1 - continua se possibile   

postato da: cabepfir alle ore 28/03/2008 11:08 | link | commenti (9) | commenti (9)
categorie: studio, tours

Chi sono

Utente: cabepfir
Cecilia. 23/8/1981.

Links

Accio Brain!
Adele
Aidoc
Alessandro Rak
Alfredo Goffredi
Alison Bechdel
Ami Ami Prod.
Amnesty Italia
Andrea Scoppetta
Andrea Scoppetta (vecchio)
Barbarda Ciardo
Bastien Vivès
cabepfir su anobii
cabepfir su deviantart
cabepfir su flickr
Compalit
Craig Thompson
Daikon
Emilio Laiso
Experience Plus
Fabula. Recherches en littérature
fantasy gamberi
Francesca
gattosolitario
GG Studio blog
Gianluca Maconi
Gipi
Harion
il circolo del mercoledì
Izumi
Jo March
la riflessiva
Linda
lo spazio bianco
Luca Genovese
Lucio
Marco Castiello
Martina Cecilia
MF e compagnia bella
Morris
Nasubionna
Orpheus no Mado Encyclopaedia
Paco Desiato
Pandatrek
Panem
Perselus
Phylomache
pojypojy
queeniemab
Rak & Scop
ranocchia
Richard III Soc. America
Richard III Society
Sand
Sigune (1)
Sigune (2)
Silvia
Università Orientale
Université François Rabelais
Vacuum -
Vacuum-Music
Valeria
weatherman (vecchio)
westeros
WWF Italia
zeruhur

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte