a metà strada tra il critico e il fan

esperimenti di critica sociale e umana
giovedì, 04 giugno 2009

mostre e mostri

Hiroshige - Roma, Museo Fondazione Roma, prorogata fino al 13 settembre

Appena entrati nell'elegante allestimento della mostra sul grande maestro Hiroshige, accolti da svettanti hostess in microkimono che insinuano un sottile tono da Yoshiwara, si passa attraverso una sala introduttiva decorata con un giardino zen (con piante finte) e rischiarato da un raffinato sistema di luci che passano soavemente dall'alba al tramonto, mentre cinguettii di uccelli e fruscii di seta danno l'ultimo tocco di giapponesità. La mente entra subito in uno stadio più elevato, di contemplazione distaccata eppur partecipata, e considera come il giardino giapponese, con le sue forme contenute, punti a farsi comprendere dallo spettatore per via di sintesi, mirando ad essere riprodotto per intero, nell'insieme delle sue parti, nella mente dello spettatore contemplante. Poi si arriva alla prima sala, e questo clima zen viene bruscamente interrotto.

Da un lato, un gruppo di vegliarde chiassose ricorda a voce alta tutte le mostre a cui hanno partecipato durante la loro pensione. Le hostess fluttuanti, che mai cercano di zittire i visitatori rumorosi, più tardi mi inviteranno ad uscire dalla stanza quando mi squilla il cellulare e cerco di spiegare in un sussurro all'interlocutore di trovarmi ancora alla mostra. Le vegliarde bastano perché riaffiori una mia vecchia tendenza, l'odio assoluto per i visitatori dei musei che parlano. Ma le vegliarde non sono il peggio: parlano dei fatti loro, non commentano le opere esposte. I commentatori ignoranti o inappropriati sono quelli invece che riescono a farmi imbufalire come poche altre cose. Sono ancora nella prima sala quando giunge una signora con il suo compagno. Appena entrata, senza quasi neanche guardare l'opera esposta, esclama (sempre a voce alta): "Che colori!" (il che rientra nei commenti sgradevoli di tipo 1: banalità colossali, come dire "che bello", "bellissimo", ecc). Poi tenta di spiegare al suo compagno l'influsso del giapponismo nella produzione artistica occidentale di inizio '900, dicendo testualmente: "Il liberty si chiama liberty perché viene dal Giappone". Ora, so che la signora voleva dire quanto il Giappone abbia influito sullo sviluppo del liberty. Ma qualcuno mi sa trovare un motivo per cui linguisticamente la parola liberty dovrebbe avere a che fare con l'arcipelago nipponico?

Ora, su altri aspetti dell'umano consesso sono molto tollerante. Ma il commentatore ignorante delle mostre è al di sopra delle mie capacità di sopportazione. Con tutto il rispetto per la libertà di espressione, vorrei che fosse proibito per legge di parlare durante la visita ai musei, rovinando l'esperienza estetica delle altre persone. Guardate, non parlate. I commenti li farete quando uscite. E se proprio non riuscite a trattenere un commento, almeno fatelo a un volume inferiore a quello che serve ai quartieri spagnoli per chiamarsi da una parte all'altra del vicolo. Ricordo ancora con la pelle d'oca una mostra su Gauguin al Vittoriano, immersa tra i commenti di gente che sapeva dire solo "Bello", "Bellissimo", "Che bello", e poi non guardava neppure le pennellate.

In ogni caso, le mie stesse modalità di vedere una mostra sono servite a liberarmi dei commentatori inopportuni. Mentre io mi soffermavo ancora nella prima sala, la signora e il suo compagno erano già arrivati alla fine della mostra, immagino sempre tra analoghi cincischiamenti. Questo distanziamento cronologico mi ha permesso di godermi il resto dell'esposizione tra compagni più silenziosi e beneducati.

    

La caratteristica fondamentale che mi è parso di rintracciare nelle opere di Hiroshige è un avvicinamento alla perfezione, ottenuta soprattutto attraverso un dominio pressoché totale dell'equilibrio compositivo. La disposizione delle figure avviene con impressionante maestria lungo le linee diagonali, verticali e/o orizzontali, in una tensione continua verso una immobilità dinamica, o un movimento immobile.

   

Il senso dello spazio è ottenuto con una sapiente sovrapposizione dei piani che, quando condotta sencondo i canoni della prospettiva occidentale, mi ha fatto gridare alla meraviglia. Le sue scene con figure sono mirabilmente animate, trasmettendo nello spettatore un senso di chiacchiericcio vivo e brulicante, visto col sorriso sulle labbra.

  

Una delle cose che più mi ha impressionato è il fatto che tale stupefacente equilibrio spesso fosse raggiunto soltanto tenendo conto delle scritte, e dunque includendo, nella valutazione dell'opera, sia il lato pittorico che quello verbale, come d'altronde tipico della cultura giapponese. Insomma: senza l'aggiunta dello spazio occupato dai versi, la composizione penderebbe da un lato o dall'altro, laddove invece i kanji forticono un apporto talora determinante per la valutazione degli spazi.

 

Putroppo come al solito non c'erano in vendita le cartoline delle silografie che mi erano piaciute di più... Perché mettono in vendita invece sempre riproduzioni che non mi interessano?

Beato Angelico, Musei Capitolini, fino al 5 luglio

Almeno quelli della Fondazione Roma dieci cartoline per Hiroshige le hanno fatte, mentre quelli dei Musei Capitolini non si sono degnati neppure di fare una cartolina per la mostra sul Beato Angelico. Sono uscita dunque dalla mostra a bocca asciutta, ma non solo per la mancata cartolina: dopo l'abboffata di Hiroshige al mattino, la mostra sul Beato Angelico, con le sue venti opere, sembrava davvero poca cosa. Aggiungiamo poi la confusione del museo, dove le indicazioni (pur abbondantissime) non portano mai nella direzione sperata, facendomi perdere più di una volta.

Mentre Hiroshige tende alla sintesi, niente sintesi nella pittura del Beato Angelico, dove il dettaglio prevale sul senso del totale e dove il colore ha la meglio sul disegno. Davvero bellissimi colori, e alcune cose (in particolare un panneggio di un Cristo in gloria) stupefacenti: ma quest'oscillazione dell'Angelico tra Medioevo e Rinascimento, tra fondi dorati e costruzione prospettica e volumetrica, che sarà anche fondamentale per la storia dell'arte, mi è sembrata una cosa che, appunto, non sta né di qua né di là, incerta sulla direzione da prendere. Come quelli che hanno messo i cartelli dentro i Musei Capitolini.

postato da: cabepfir alle ore 04/06/2009 00:08 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: foto, disegno, studio, persone
giovedì, 28 maggio 2009

battute biotroniche

Non vi preoccupate, io sono sempre qui e anche i disegnini.

Anche se ormai sono in fase di regressione.

postato da: cabepfir alle ore 28/05/2009 08:19 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: disegno, persone, fumetto, fine umorismo
domenica, 10 maggio 2009

letture e acquisti post Comicon

Il Comicon è finito ormai da due settimane, ma io ho finito solo adesso di leggere la roba che ho acquistato/ scroccat-fattomi prestare dopo di esso. Ed ecco il minestrone:

Bastien Vivès, Dans mes yeux - Il gusto del cloro

In occasione del Comicon ho avuto l'incredibile ventura di conoscere Bastien Vivès. E chi l'avrebbe mai detto quando, a settembre, presi dallo scaffale della Fnac di Tours una copia del Goût du Chlore, e lo considerai subito uno dei fumetti migliori su cui avessi messo mano negli ultimi tempi? Alla fiera del Libro per ragazzi di Bologna, nello stand della Casterman, avevo avuto modo di sfogliare, ahimé per pochi minuti, la nuova opera di Bastien, Dans mes yeux, ancora inedita in Italia ma che spero sarà tradotta presto. Per fortuna Bastien ce ne ha lasciato una copia allo studio e quindi ho potuto leggerla con calma ^^

Dans mes yeux e Il gusto del cloro - di fresca stampa presso Black Velvet - raccontano la stessa storia. Un lui e una lei - di cui non si sa il nome in nessuna delle opere - si incontrano per caso, si studiano, si piacciono, si mettono insieme. Il gusto del cloro termina appena prima che i due si mettano insieme, Dans mes yeux prosegue fino a mostrare le prime incrinature della neoformata coppia. Il gusto del cloro ambienta tutto in piscina, Dans mes yeux segue i protagonisti dalla biblioteca universitaria dove si incontrano per la prima volta ai luoghi dei loro primi appuntamenti, il cinema, una festa, il ristorante, lo zoo ecc. Alcune situazioni si ripetono identiche nei due fumetti: lei che si lega i capelli con un elastico, lui che scopre con gelosia le altre amicizie maschili di lei, lui che guarda, ammira, fissa solo lei.

La bellezza del Gusto del cloro stava in quella sensazione di piscina che ti dava. Mentre lo leggi si percepisce l'acqua, l'atmosfera ovattata delle vasche, lo sciabordio delle piccole onde contro il bordo. Colorazione al computer in tinte piatte, sintetiche e utili. Dans mes yeux invece è colorato coi pastelli a cera, e un nervoso contorno a china segue le figure principali. La sua bellezza - e la sua genialità - sta nella prospettiva e nel sapiente utilizzo della voce narrativa.

In Dans mes yeux, il protagonista maschile non si vede mai. Tutto si vede, come dice il titolo, dai suoi occhi, e nei suoi occhi c'è solo lei, la ragazza che lo affascina e di cui lui segue tutti i movimenti. Anche i balloon riportano esclusivamente le parole di lei, mai quelle di lui, cosicché il dialogo va dedotto unicamente dalle reazioni di lei. Questo perché a lui, di quello che dice lui stesso, non importa. Interessa soltanto questa lei che è entrata così prepotentemente nella sua vita.

Per farla breve, Dans mes yeux è geniale e dovete leggerlo. Due cose non mi sono piaciute: la parte allo zoo (con quegli animali disegnati così realisticamente, al contrario del resto dei disegni) e il finale amaro, perché, come il protagonista, non capisco il senso delle lacrime di lei. Ma questo nulla toglie alla straordinarietà del tutto. Leggete di come l'attenzione di lui scema mentre lei parla con i suoi compagni di dormitorio, o di come lei balla. Bastien suggerisce di leggerlo ascoltando Les histoires d'A di Rita Mitsouko. Le voilà.

 Les histoires d'amour finissent mal en général.

Un omaggio di Bastien a Napoli:

immagine di Bastien Vivès

e il blog di Bastien: http://bastienvives.blogspot.com/ . Stay tuned. 

Blotch. Di fronte al proprio destino, di Blutch

Blotch di Blutch è semplicemente l'albo meglio inchiostrato adesso in circolazione, insieme alle cose di Frederick Peeters. Questo secondo tomo aggiunge, alle vette del primo (che forse è un pelino meglio), gli ulteriori tentativi di lecchinaggio di Blotch verso il padrone della rivista, che si dimostrerà molto più interessato alla garçonne di Blotch, Georgette, che non a lui stesso, il rapporto di Blotch con il jazz (da comparare con quello verso l'Africa del primo tomo), gli ulteriori battibecchi con Franz Dewiller, e soprattutto il passato di seduttore di Blotch con "la tentazione di Sant'Antonio". Insomma tutto il peggio del carattere di Blotch, per la nostra gioia.

Miss Endicott, di Derrien - Fourquemin

L'ho preso perché non so dire no alle governanti inglesi dell'800. Lettura gradevole, anche se mi aspettavo di meglio. Il ritmo molto veloce del racconto impedisce un po' di soffermarsi sui disegni, entrando in contrasto con il loro livello di dettaglio. Nel finale non ho capito perché Miss Endicott, svolto il suo lavoro, dovesse andarsene. In generale, mi ha ricordato da un lato Clues di Mara, e dall'altro Brisby e il segreto di NIMH, uno dei miei film d'animazione preferiti di quand'ero piccola.

Verso la tempesta, di Will Eisner

Trovato nella libreria dello studio e letto aspettando di andare a vedere Porco Rosso di Miyazaki. Andando a combattere nella Seconda guerra mondiale, il giovane Eisner traccia un'autobiografia della sua infanzia che è soprattutto una biografia di sua madre, giovane perbene e con la testa ben piantata sulle spalle ma con una famiglia disastrata, e di suo padre, artista fallito e affarista sognatore ancora più fallito nel lavoro, ma con delle idee molto chiare sulla convivenza etnico-religiosa. Faultless, come si dice, con alcune pagine splendide, ma ci sono cose più emozionanti.

Peppino Impastato. Un giullare contro la mafia, di Rizzo - Bonaccorso

In uno dei corridoi bui di Castel Sant'Elmo, erano esposte le tavole originali di questo fumetto. Non sapevo di cosa trattasse né chi fosse l'autore, ma sono rimasta conquistata dal tratto spigoloso e dolcemente asprigno, come un limone, e soprattutto dal fantastico naso del protagonista. Poi ho scoperto che il fumetto era su Peppino Impastato e che allo stand della Becco Giallo c'era l'autore che firmava le copie. Così mi sono fatta fare un naso solo per me ^^ Pare strano ma io I cento passi non l'ho visto, quindi non posso fare confronti, dal momento che, come si dice in appendice, la scelta della struttura anacronica è stata determinata anche dalla volontà di differenziarsi dal film. L'altroieri ricorreva anche il trentunesimo anniversario della morte di Peppino Impastato, e ben venga che lo si ricordi in tutti i modi. Ma soprattutto un plauso ai fantastici disegni del messinese Lelio Bonaccorso.

postato da: cabepfir alle ore 10/05/2009 11:13 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: disegno, video, persone, fumetto, tours, mussica
giovedì, 07 maggio 2009

ultime robe

bastardozoccolaUltimamente stavo riflettendo sul fatto che gli insulti che si scambiano rispettivamente i due sessi hanno una profonda motivazione sociologica. Il punto che si va a toccare con l'insulto è l'onore, ed essendo il punto d'onore variabile tra maschi e femmine, l'insulto varia di conseguenza. Le donne chiamano bastardo l'uomo che le ha fatte infuriare: bastardo presuppune che l'uomo sia di nascita non pura, non abbia quindi diritto all'eredità del padre, e punta quindi a screditare il ruolo dell'uomo nella società patriarcale, in cui la certezza dell'ereditarietà è tutto. Gli uomini insultano invece le donne puntando sul tasto del loro onore inteso in quanto comportamento sessuale: una donna non casta non ha onore, e di conseguenza è sempre esclusa dalla società patriarcale che prevede di garantire la purezza della discendenza tramite il controllo della sessualità femminile.

Freddura da doccia.

Una mendicante dalle calze e capelli arancioni davanti a Santa Chiara, qualche giorno fa.

Acquerello fatto per Bologna, finalmente scannerizzato. Avevo sognato l'ìmmagine di notte, o meglio avevo sognato questo disegno con un letto, un tappeto per terra, e delle linee gialle e bordeaux. Poi ci ho aggiunto il bambino per dargli un protagonista.

Scena dal vero alla Feltrinelli.

postato da: cabepfir alle ore 07/05/2009 12:57 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: disegno, persone, delirio, fumetto
venerdì, 27 marzo 2009

Stonehenge, di Bernard Cornwell

Britannia, terzo millennio avanti Cristo. L’arrivo di un tesoro di losanghe d’oro nel villaggio di Ratharryn, rubato dal corredo del tempio di Sarmennyn e rivendicato anche dal villaggio di Cathallo, innesca una serie di liti e rivalità tra tribù e tra persone, che porterà alla costruzione del grandioso tempio di Stonehenge, pensato come offerta che farà riavvicinare Slaol (il dio del Sole) e Lahanna (la dea della Luna). Al centro di queste vicende stanno tre fratellastri: il violento Lengar, che si impadronisce del tesoro, il visionario Camaban, colui che progetta il tempio, e il babbeo Saban, che lo costruisce. L’odio reciproco tra i tre fratelli è fomentato anche da questioni di donne, in particolare dal passaggio fra i tre della bruna Derrewyn e della bionda Aurenna, con corredo di figli e figliastri. Alla strage finale sopravvivrà solo Saban, attraverso il cui punto di vista avevamo seguito le vicende, e pochi altri.  
 
Anche se sulla copertina è riportato un unico nome, a scrivere questo libro sono stati due autori: Bernard Cornwell il documentarista, e Bernard Cornwell lo scrittore. Entrambi hanno pregi (qualcuno) e difetti (vari). Non sono un’esperta di romanzi storici contemporanei, e quindi non so se sia consuetudine del genere intervallare la narrazione di avvenimenti alla descrizione di modi di vita: questo libro, almeno, è costruito così. La narrazione è interrotta da descrizioni più o meno lunghe e dettagliate di riti, feste, abitazioni (nella prima parte) e della costruzione di Stonehenge (nella seconda parte). Confesso che ho saltato a piè pari tutte le descrizioni dell’edificazione di Stonehenge, perché di interesse pressoché nullo per me: per pagine e pagine si ripete “Presero la pietra… scavarono la fossa… misero la pietra… tirarono le funi… mossero i buoi… Saban si allontanò per vedere se stava facendo un buon lavoro…” ecc ecc. Più o meno si ripete così per ogni singola pietra che innalzano, e sinceramente non me ne può importà de meno. Tale livello di dettaglio su alcune cose non è controbilanciato da quelle che sarebbero state, per me, delle discussioni più interessanti: su tutte, quella sul senso estetico dei primitivi. I personaggi di Stonehenge ripetono spesse volte “è bello”, “è bellissimo”; ma quando si sviluppò nell’uomo il senso estetico, quando, oltre al fatto di creare quelli che ora consideriamo manufatti artistici, iniziò a dire “è bello”? Questo punto non è affatto approfondito, anzi lasciato scorrere come se fosse normale che per un uomo dell’età del bronzo Stonehenge fosse “bella”, a fianco di altre definizioni quale imponente, ieratica, sacra ecc. A livello più piccolo, due dettagli tecnici mi hanno stupito in questo libro: da un lato, che questi uomini sembrano ignorare l’esistenza della ruota, che le mie scarse conoscenze preistoriche mi dicono già inventata all’epoca: queste benedette pietre di Stonehenge non sono trasportare su ruote ma tirate su delle slitte, o fatte passare su tronchi d’albero distesi per terra e usati come rulli. Dall’altro lato, una parte del viaggio fatto dalle pietre è svolto su barche a vela, e questa cosa delle barche a vela è (per stessa ammissione dell’autore nella postfazione) di verosimiglianza più incerta, tanto più che ci vuol far credere che con le barche a vela questi uomini riuscissero già a superare la Manica. Ma non sono un’esperta del sistema dei trasporti nell’età del bronzo, quindi lascerò perdere.
La mancanza di approfondimento sulla questione estetica è solo una piccola parte di un problema più grande e centrale, in cui avverto una spinta contraddittoria. Per farci immergere nell’atmosfera dell’epoca, Cornwell evita di descriverla esplicitamente come diversa dalla nostra, e questo da un lato mi sembra naturale, dall’altro lato mi appare come un limite. Mi spiego: in questo libro si compiono molti atti violenti (uccisioni, sacrifici umani, amputazioni, ecc) ma mancando il senso della violenza: tutto ciò scorre senza impressionare lo spettatore. Cornwell descrive un mondo in cui si pratica la violenza ma non suggerisce tale violenza a me come lettore: non sono rimasta impressionata da niente. Mentre leggevo, il mio riferimento era George RR Martin e le sue splendide Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: ma il fuoco non lambisce mai Stonehenge, non c’è il sapore del sangue, né si sente davvero la brama di potere. Il film I Vichinghi, un piccolo cult personale, descrive molto meglio, secondo me, un mondo rozzo e feroce in cui vige la legge del più forte. E qui arriviamo alla seconda contraddizione: Cornwell, convinto che (sempre come scrive nella postfazione), la natura umana non sia cambiata in questi ultimi quattromila anni di storia, descrive un mondo in cui le psicologie, secondo me, sono sin troppo medie, sbozzate e moderne per essere applicate a degli uomini dell’età del bronzo. Un personaggio, il mercante/sacerdote Haragg, cade in depressione dopo la morte della figlia e arriva a dubitare dell’esistenza degli dei. Ma esisteva lo scetticismo esistenziale in epoche tanto remote? A pelle, mi verrebbe da dubitare. Assistiamo ad una scena di lite tra coniugi che poteva essere riportata pari pari in un qualsiasi romanzo ambientato nella contemporaneità e i dialoghi e in particolare alcune espressioni sono troppo raffinate per quella che è la mia idea (il preconcetto?) dei primitivi. Si sente parlare di invenzione “geniale” (dubito che esistesse il concetto di genialità, che credo sia di elaborazione molto tarda), si parla più volte di “tragedia” (prima che i greci la inventassero, la tragedia), di una persona “amareggiata”. Ci sono costruzioni della frase come “Lo costruisce a esaltazione della sua gloria personale” (p. 315). Poiché la traduzione (di Lidia Perria), una volta tanto, mi sembra fatta bene ed è molto scorrevole, in mancanza del testo inglese non mi resta che affibbiare la colpa all’autore. Capisco che sia difficile arrivare a costruire un dialogo senza nessuna di queste sottigliezze, ma al contrario di Cornwell io personalmente non penso che non ci siano stati dei cambiamenti nella natura umana, o per meglio dire nella capacità di esprimersi e nell’elaborazione speculativa, quindi le espressioni che ho citato suonavano strane al mio orecchio.
Quando Cornwell decide invece di essere schematico nella rappresentazione psicologica dei personaggi, lo è troppo. Il fatto che secondo me dovrebbero esprimersi in maniera più elementare non significa che lo scrittore debba descrivere in maniera elementare i cambiamenti dei personaggi. Derrewyn all’inizio è una candida fanciulla, ma poi la stuprano e diventa una strega assetata di vendetta, senza che si siano seguiti i suoi pensieri, dato che tutto avviene fuori campo, e così da un capitolo all’altro ce la ritroviamo trasformata in una megera, e tale resterà fino alla fine. Aurenna, dalla calma e dolcezza sovrumana, diventa alla fine una fanatica che non esita ad uccidere la sua stessa figlia in onore del dio. Saban, il protagonista, dovrebbe essere quell’homo mediocris in cui tutti si possono identificare, dotato di buon senso e di una certa gentilezza: a me è sembrato irrimediabilmente indefinito, un Mary Sue qualsiasi, e in un paio di occasioni agisce proprio da idiota (non volevo crederci quando uccide due uomini della sua stessa tribù per salvare quella vecchia arpia di Derrewyn).
Camaban era il personaggio in cui riponevo più speranze, ma in tutta la seconda parte del libro non avviene in lui nessun cambiamento né l’autore si degna di descriverci il suo punto di vista, quindi ho perso interesse. Nato con un piede equino (e qui mi risuonava nelle orecchie Schiavo d’amore), tenuto alla larga da tutti e bramoso di un riconoscimento sociale, Camaban – il cui nome mi ricordava Calibano – decide di diventare un potente stregone e acquista potere e fama. All’inizio il suo risentimento verso il mondo, il senso di isolamento e il desiderio di rivalsa avevano dato un po’ di pepe alla broda, ma arrivato al punto in cui Camaban idea il progetto di Stonehenge e riesce a farlo mettere in pratica dagli altri il suo personaggio non attraversa più alcuna evoluzione. Resta ancorato al suo ruolo di stregone-architetto mezzo pazzo e non viene da aspettarsi più niente da lui.
Ma non voglio negare a questo libro tutti i meriti. Lo stile è molto scorrevole, si legge senza difficoltà (ma anche senza un particolare attaccamento alle vicende) e questo è già molto per un libro di questi tempi. Le scene iniziali con Camaban hanno una certa efficacia, e alcune cosette qui e là un certo gusto. Ma in questo libro non ho trovato un climax e anche i colpi di scena sono talmente ovvi che non colpiscono nessuno. Il ritmo di questo romanzo è talmente medio, così come i sentimenti dei personaggi, che contrasta spiacevolmente con l’atmosfera brutale che mi aspettavo di trovarci. Gli anni sono scanditi uno a uno, tanto che ho calcolato che alla fine Saban dovrebbe avere circa 36 anni, anche se si esprime ancora come un ragazzetto. Letto questo, non mi viene il ghiribizzo di leggere altre cose di Cornwell. Anzi, mi viene da chiedermi perché sia diventato un autore bestseller. Non c’è paragone con Martin, ma neppure con Ken Follett, per quel poco che mi ricordo dei Pilastri della Terra (letto ormai un secolo fa). Considerata l’assenza di sesso e di reale violenza, ritengo Stonehenge una lettura adatta ad un adolescente. Probabilmente a 13 anni mi sarebbe piaciuto di più. Lo scaffale dei libri per ragazzi sarebbe il suo posto più appropriato (in tutta serietà; non giudico spregiativamente i libri per ragazzi, essendo stata una lettrice molto più formidabile allora di quanto sia ora).

 

letto per il circolo del mercoledì

***

Sono stata a Stonehenge nel luglio del 1997. Non ne ricordo praticamente nulla personalmente, o meglio, ciò che mi ricordo davvero è solo il negozio, dove avevano un sacco di libri sui castelli scozzesi (magari avevano anche altro, ma mi ricordo quelli) e dove comprai un poster di Stonehenge al tramonto che è ancora appeso in camera mia. Insomma, ho un poster di Stonehenge in camera e non mi ricordo nulla di Stonehenge! Il suo "mistero" non mi ha mai particolarmente interessato: mi piacevano i colori del tramonto catturati dal fotografo e inoltre quel poster ce l'aveva già identico un mio amico, quindi, per le ben note leggi del desiderio mimetico, non potevo essere da meno ^^

 
postato da: cabepfir alle ore 27/03/2009 12:12 | link | commenti (10) | commenti (10)
categorie: libri, foto, persone
martedì, 17 marzo 2009

dal blog di Sigune ^^

You Are An ISFJ
The Nurturer

You have a strong need to belong, and you very loyal.
A good listener, you excel at helping others in practical ways.
In your spare time, you enjoy engaging your senses through art, cooking, and music.
You find it easy to be devoted to one person... a partner who you do special things for.

In love, you express your emotions through actions.
Taking care of someone is how you love them. And you do it well!

At work, you do well in a structured environment. You complete tasks well and on time.
You would make a good interior designer, chef, or child psychologist.

How you see yourself: Competent, dependable, and detail oriented

When other people don't get you, they see you as: Boring, dominant, and stuck in a rut
postato da: cabepfir alle ore 17/03/2009 23:23 | link | commenti | commenti
categorie: persone, varia
martedì, 16 dicembre 2008

Quei vescovi banditi da Oxford

di Riccardo Chiaberge - pubblicato sul Sole 24Ore di domenica 14 dicembre 2008 [link]

I bambini inglesi di oggi non sanno cosa sia un Bishop (vescovo), un Aisle (navata) o un’Abbey (abbazia), e se anche lo sanno si guardano bene dal dirlo per non turbare il vicino di banco musulmano o induista. Perciò Vineeta Gupta, responsabile per l’infanzia dell’Oxford University Press, ha deciso di sforbiciare questi e altri vocaboli obsoleti e politicamente scorretti dal nuovo Junior Dictionary: «La Gran Bretagna – si è giustificata – è una nazione multiculturale, ci sono tante fedi, e la gente non va più in Chiesa come una volta. Chi sa ancora cosa vuol dire Pentecoste?». E allora via altari, monasteri, suore, parrocchie, salmi, pulpiti e vicari e altre parole della tradizione cristiana e largo ai concetti più laici della società tecnologica come blog, broadband, MP3 player, voicemail, database, attachment. Certo, per ragazzi più adusi alle chatroom che ai confessionali, più bramosi di entrare in uno studio tv che in un convento, questa pulizia lessicale può apparire ragionevole. Ma a molti non piace. Per esempio al professor Alan Smithers della Buckingham University, che obietta: «Abbiamo una narrazione cristiana che ha formato la nostra identità per gli ultimi duemila anni. Perché buttarla via?».
Il mondo però è cambiato, e con esso l’ambiente naturale in cui crescono le nuove generazioni: sicché è inutile propinargli specie botaniche scomparse dalle città come il muschio, la felce, l’erica o il ranuncolo, o animali rari come il castoro, l’aragosta o il pellicano. Leviamoli dall’imbarazzo, espungendo le relative voci dal dizionario. E concentriamoci su cose ben più d’attualità come il vandalismo, il bungee-jumping, la dislessia e i prodotti biodegradabili.
Dictionary
Stravaganze britanniche? Non del tutto. Anche il nostro Tullio de Mauro ha operato un’analoga scrematura nel suo Dib, Dizionario di Base della lingua italiana (Paravia): 7000 lemmi divisi in tre fasce a seconda della frequenza d’uso. Anche qui, non c’è traccia di parole come abbazia, vicario, navata, sermone, abside o tabernacolo, e abbondano sms, email, blog e chat. Non occorre sposare le tesi del professor Pera, che vorrebbe imporci l’arruolamento obbligatorio nelle Guardie Svizzere, per provare disagio di fronte a una purga linguistica che cancella ogni scoria di lessico religioso. Un lessico indispensabile se non per essere buoni cristiani, quanto meno per capire l’arte di Michelangelo e di Caravaggio. Quando saranno più grandicelli, questi bambini continueranno a non sapere cosa significa Navata o Pentecoste, ma conosceranno a menadito il turpiloquio della Talpa e di Bulli&Pupe e i più fortunati azzeccheranno la risposta vincente a Chi vuol essere milionario (purché non sia sul muschio o sull’erica). Chissà che non devolvano il ricavato a qualche abbazia. San Gerry, facci la grazia!

postato da: cabepfir alle ore 16/12/2008 13:08 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: persone, politiks, delirio, ulcera
giovedì, 27 novembre 2008

non c'è più religione

Mi faranno diventare eretica. Già all’inizio della settimana, una mia conoscente di deviantArt mi mandava il link ad una novena per San Tommaso Moro. La Silvia mi faceva giustamente notare come si trovasse a disagio a pregare per un uomo su cui normalmente sbaviamo e che vorremmo brancicare che appare ai nostri occhi più nella veste* di un uomo immerso nella realtà terrena che in quella del cielo.
Adesso, leggo sul Corriere che stanno girando una ficscion su Sant’Agostino come regalo di compleanno per il papa, e che ad interpretare il giovane e non ancora convertito Agostino sarà Alessandro Preziosi. Già mi avevate messo Cary Elwes, l’indimenticato Wesley della Storia Fantastica, a fare Wojtyla da giovane. Adesso pure su Sant’Agostino volete mettere alla prova la casta purezza del mio spirito?

 
A proposito di Preziosi, Erica mi chiede un giudizio sui Viceré. A me è piaciuto. L’ho trovata una bella miniserie televisiva e per me avrebbero pure potuto fare quattro puntate invece di due. Dopo la prima puntata ho preso in mano in romanzo di De Roberto e ho notato come nello sceneggiato abbiano affidato la voce narrante a Consalvo e costruito tutto dal suo punto di vista, mentre nel libro non c’è un reale protagonista, la cosa è più corale, e Consalvo compare solo nella terza parte. Sinceramente ho trovato intelligente la scelta degli sceneggiatori, perché a meno di non essere Altman, un film corale rischia di trasformarsi in un guazzabuglio. Scegliendo un PDV unico invece hanno dato compattezza alla storia, rendendola più fruibile per una distribuzione televisiva. Inoltre hanno accorciato varie cose (hanno scorciato quasi tutta la carriera di Consalvo, che prima di finire in parlamento diventa prima consigliere, poi sindaco di Catania; hanno fatto coincidere il suicidio di Giovannino con il matrimonio di Teresa e non con la morte del principe Giacomo), ma in ogni caso sono riusciti a suggerire con pochi tratti quello che nel libro occupa più pagine (per esempio si capisce dal sorriso della moglie del sindaco dopo gli schiaffi che la relazione tra lei e il marito migliorerà). Alessandro Preziosi con i capelli corti al periodo del convento stava benissimo, anche se ogni volta che lo riprendevano in connessione con le scalinate del palazzo mi veniva in mente Rivombrosa. Cristiana Capotondi non sa camminare con una crinolina ed è bruttarella per Teresina, ma all’epoca non era ancora passata sotto la cura di Fiamma come in Come tu mi vuoi.
 
* O meglio, nel tonacone nero. O più probabilmente, senza tonacone.
postato da: cabepfir alle ore 27/11/2008 09:00 | link | commenti (11) | commenti (11)
categorie: persone, varia, lo schermo e la scena
domenica, 16 novembre 2008

questi cartoni aminati

Nello scorso post annunciavo un breve momento di riflessione sui cartoni animati (o, come dice una mia amica, cartoni aminati). Non è una riflessione completa, giusto un breve spunto che mi è venuto in mente la scorsa settimana guardando Fantasia 2000. Mentre rivedevo la pallida copia del grande Fantasia del tempo che fu, ho iniziato a domandarmi se non si sta assistendo ad una progressiva mascolinizzazione dell'animazione, in ispecie di quella digitale. Ho passato mentalmente in rassegna un po' di titoli e mi accorgevo che i protagonisti d questi cartoni sono soprattutto maschi. Vorrei quindi affidarmi ora a wikipedia e a imdb per fare uno spoglio più completo, o meglio, vedere un po' chi sono i protagonisti dei film di animazione digitali della Pixar, DreamWorks Animation, Disney ecc.

Premetto che io amo i film d'animazione, sono convinta che siano una forma d'arte e che quello che segue non vuole essere una valutazione qualitativa dei meriti artistici dei film, ma solo una lista che prende in esame i dati di gender dei medesimi film.

Incominciamo dalla Pixar, casa geniale a cui l'animazione digitale deve molto, se non tutto.

  • Toy Story: i protagonisti sono due giocattoli maschi, il cowboy Woody e l'astronauta Buzz Lightyear. Il loro padroncino umano è maschio, Andy.
  • A Bug's Life: il protagonista principale è la formica maschio Flik, attorniato dalla coccinella maschio Francis, dal bruco Heimlich, e dalla formica femmina Dot.
  • Toy Story 2: ai due protagonisti principali si aggiunge la cowgirl Jessie.
  • Monsters, Inc.: protagonisti due mostri maschi, Sulley e Mike, alle prese con una bambina capitata per sbaglio nel loro mondo.
  • Alla ricerca di Nemo: i protagonisti sono padre e figlio, Marlin e Nemo, il primo accompagnato dalla pesciolina Dory, il secondo attorniato da varie altre specie animali e umane.
  • Gli Incredibili: qui abbiamo tutta una famiglia (umana stavolta) composta da padre, madre, una figlia femmina e due figli maschi. C'è unno splendido personaggio femminile secondario, Edna Mode.
  • Cars: cartone di macchinine il cui target sembra essere per antonomasia maschile. Il protagonista è l'automobile maschio Saetta McQueen.
  • Ratatouille: protagonista un topo maschio, con un aiutante maschio, un mentore maschio e un critico gastronomico maschio, un cuoco maschio e un ispettore maschio, nonché famiglia topesca al maschile. Una sola donna di spicco, la cuoca amica dell'aiutante.
  • Wall-E: protagonista un robottino maschio alla ricerca della robottina femmina, Eve.

Andiamo adesso a vedere cosa fanno i film in animazione digitale della DreamWorks Animation:

  • Z la formica: protagonista una formica maschio (cosa vi ricorda?), attorniato da vari personaggi maschili e femminili.
  • Shrek: protagonista un orco maschio, coadiuvato da un asino maschio, con antagonista maschio (lord Farquad, da me molto amato), che si disputano la bella principessa orca Fiona.
  • Shrek 2: idem, più aiutante maschio (il Gatto con gli stivali), avversario femmina (la fata madrina), avversario maschio (il Principe azzurro), et alii.
  • Shark Tale: protagonista uno squalo maschio, antagonista un altro squalo maschio.
  • Madagascar: protagonisti un leone maschio, una giraffa maschio, una zebra maschio e un'ippopotama femmina, più un quartetto di irresistibili pinguini maschi.
  • La gang del bosco (non l'ho visto): protagonista un procione maschio e un orso maschio.
  • Giù per il tubo (non l'ho visto): protagonista un ratto maschio, con aiutante un ratto femmina (ehilà!).
  • Shrek Terzo: come sopra, più la compagnia delle povere principesse.
  • Bee Movie (non l'ho visto): protagonista un'ape maschio (zzz...) con aiutante umana femmina.
  • Kung Fu Panda (non l'ho visto): protagonista un panda maschio, attorniato da molti altri kungfatori maschi e un paio di kungfatrici femmine.

Adesso vediamo i film d'animazione digitale della Disney, tranne quelli Pixar-Disney che abbiamo già elencato:

  • Dinosauri (non l'ho visto): protagonista un dinosauro maschio.
  • Chicken Little (non l'ho visto): protagonista un pulcino maschio, con vari amici maschi e femmine.
  • Uno zoo in fuga (non l'ho visto): protagonista un leone maschio, con amici maschi e femmine.
  • I Robinson (non l'ho visto): protagonista un ragazzo con vari amici e antagonisti maschi e femmine.
  • Bolt (esce a Natale): protagonista un cane maschio, accompagnato da una gatta, un criceto e altri vari personaggi.

Passiamo ora alla Blue Sky Studios:

  • L'era glaciale: protagonista un mammuth maschio, accompagnato da un bradipo maschio, che salvano un bambino maschio dalla tigre dai denti a sciabola maschio, Diego (uno dei grandi fighi dell'animazione digitale).
  • Robots (non l'ho visto): il protagonista è, guarda caso, un robot maschio. Cosa vi ricorda? O meglio, quale altro film ricorda questo?
  • L'era glaciale 2: quelli di prima, più la mammuttha femmina.
  • Ortone e il mondo dei Chi (non l'ho visto): protagonista un elefante maschio.

A questo punto mi fermo. Per chi volesse continuare l'impresa, su wikipedia c'è l'elenco di tutti i film d'animazione digitale distribuiti in Italia al cinema (link). Così a vista, gli unici film con protagoniste femminili sono quattro, di cui due, per fortuna, sono prodotti italiani, L'apetta Giulia e la signora Vita e le Winx, che solo per questo meritano il mio rispetto. Altri due film con protagoniste femminili nel titolo sono Cappuccetto Rosso e gli insoliti sospetti e Cenerentola e gli 007 nani, non a caso due parodie di fiabe preesistenti.

Al solito, fermo restando che alcuni di questi film sono dei capolavori (cito almeno Shrek, L'era glaciale, Toy Story e Alla ricerca di Nemo), che molti sono piacevoli e che non dubito che siano graditi ai bambini, mi chiedo: ma è il caso che il novanta per cento dei film d'animazione digitale abbiano per protagonista un maschio? E che in alcuni casi i personaggi femminili si riducano all'innamorata dell'eroe o a un personaggio ancora più secondario? Resto attonita io per prima a leggere che la totalità dei film d'animazione digitale Pixar, Disney e DreamWorks hanno per protagonista un maschio o una coppia di maschi. Possibile che un personaggio femminile non sia abbastanza interessante per l'animazione digitale?

Inoltre, mi sembra che il rischio sia anche un altro. I film con protagonista maschile vengono proposti come diretti ad un target sia di bambini che di bambine, tranne alcuni casi in cui il target, vista l'ambientazione particolarmente meccanica, mi sembra specialmente diretto ai maschi (parlo di Cars e Robots in particolare). C'è poi un mercato, non distribuito a cinema ma in home video, di film in animazione digitale specificamente diretti al pubblico delle bambine, ossia i film delle Barbie, che hanno un imponente mercato, e il film di Trilli che la Disney sta mettendo in vendita ora. Di questi film con specifico target femminile l'unico ad essere stato distribuito a cinema è il film delle Winx, a cui dò quindi credito.

I film d'animazione digitale con protagonista femminile incasserebbero meno? È questo che temono i vecchi volponi che stanno dietro le scrivanie della Pixar e della DreamWorks a contare i dollari? Oppure gli sceneggiatori, gli animatori, i registi d'animazione digitale sono talmente immersi in un mondo maschile da non riuscire a concepire una storia con protagonista una femmina, umana o antropomorfa? Se non in alcuni casi, i film elencati sopra non hanno una visione esplicitamente maschilista, ma relegando i personaggi femminili in posizione subordinata, si arriva allo stesso risultato. Ai bambini viene presentato come modello pressoché unico quello del protagonista maschio, come se quasi non potrebbe essere altrimenti.

Mi auguro di stare solo registrando un momento presente, e che in futuro i film in animazione digitale straborderanno di protagoniste femminili. Intanto restiamo in attesa, e guardiamo ad Hayao Miyazaki che non solo continua a lavorare in animazione tradizionale, ma sforna anche a ripetizione film con protagonista femminile. 

- Vedo peraltro che non sono né la sola né la prima ad essersi posta un problema del genere:

http://www.salon.com/mwt/broadsheet/2007/07/03/pixar_girls/index.html

http://blog.washingtonpost.com/celebritology/2007/06/are_the_pixar_movies_an_animat.html

postato da: cabepfir alle ore 16/11/2008 18:37 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: studio, persone, lo schermo e la scena
venerdì, 10 ottobre 2008

ancora dalla parte delle bambine

Qualche ora fa ero in fila alla cassa per pagare quella cosa magica che è la crema Pantene liscio assoluto. Davanti a me c'era una signora con in braccio un bambino di pochi mesi e, prima ancora, un'altra signora. E poi c'era la commessa. La signora era troppo vecchia per essere la madre dell'infante, quindi presumo fosse la nonna. L'infante era vestito con una tutina verde e bianca con dei piccoli disegnini e aveva una fascia bianca in testa.

L'altra signora si gira verso la nonna e, dopo aver rivolto un sorriso all'infante (che per fortuna dormiva e spero non abbia ascoltato nulla di questa conversazione), fa: "Ma che bella questa patatina!"

La nonna, con voce glaciale: "È un maschio, non una bambina".

A questo punto la signora trova doveroso profondersi in scuse per il suo errore: "Ma sa... a quest'età... è facile confonderli... E poi con quella fascia bianca in testa... e comunque è proprio una patatina - ops un patatino". La nonna mette fine alla conversazione con un "Sì, è proprio un patatino" che non ha nulla di incoraggiante nel tono. La prima signora paga e se ne va.

A questo punto anche la commessa si sente in dovere di giustificare la signora di prima: "A quest'età i bambini non si distinguono... maschi, femmine...". La nonna non la degna di una risposta, ma poi pretende che la commessa le rimetta nella borsa il portafoglio perché lei, dovendo reggere l'infante (era senza passeggino, porte-enfant o qualsiasi oggetto adatto all'uopo) non ce la faceva.

Ora, perché la signora e la commessa hanno dovuto giustificare l'iniziale confusione? Perché la nonna è sembrata tanto offesa dal fatto che si scambiasse il pargolo per una femmina? Secondo me, la conversazione si doveva chiudere al "Non è una femmina ma un maschio", al che l'altra signora avrebbe dovuto dire "Tanto è uguale". Si sarebbero sentite tante scuse se l'infante fosse stato femmina e l'avessero invece presa per maschio? Non credo proprio. Perché dare della femmina a un maschio è ancora un atto svilente, non il contrario.

Io voglio che qualcuno dica che essere femmina o maschio è la stessa cosa. Che un neonato possa essere vestito di rosa, di azzurro o di marrone senza che questo influisca sul giudizio che si dà di loro. Vorrei che le madri potessero vestire i loro bambini di rosa senza sentirsi dietro la serpeggiante accusa che stanno trasformando i loro figli in omosessuali, come se fosse poi, appunto, riprovevole. I vestiti servono a vestire un neonato, a proteggerlo dal freddo e a tenerlo pulito, Stop. Quando sarà abbastanza grande deciderà lui/lei che mettersi addosso.

postato da: cabepfir alle ore 10/10/2008 16:03 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: persone, politiks, ulcera
mercoledì, 08 ottobre 2008

Nana docet

 
Ieri, sulla cumana, c’era un ragazzino di una quindicina d’anni insieme al padre. Aveva una custodia da chitarra e stava discutendo di una qualche gara musicale a cui voleva partecipare con la sua band. Quindi è passato a riferire, prima esitante, poi prendendo sempre più coraggio, degli acquisti di materiale tecnico che voleva fare con gli altri membri del gruppo, cavi per l’amplificatore, divisione dei costi tra il bassista e il cantante, ecc. Poi ha detto orgogliosamente di aver replicato, a chi lo accusava di avere suo padre che lo aiutava con i pezzi, che dopo aver ricevuto le prime basi del mestiere dal padre aveva fatto tutto da solo, ripetendo i pezzi a orecchio, ecc. Era in pratica una confortante scenetta di un adolescente che condivide la propria passione col genitore e che riceve il suo sostegno.
Unico particolare: il ragazzino aveva i capelli tutti tirati su col gel, ai polsi due braccialetti neri con le borchie e una maglietta di God Save the Queen dei Sex Pistols. Il padre era vestito in maniera assolutamente comune.
Mi veniva da dire: «Ragazzino, ma tu lo sai che faceva Sid Vicious? Lo sai che facevano i Pistols?». È una cosa di cui ormai si sente parlare da molte parti, ma questa scena la riassumeva alla perfezione: ai giovani ribelli degli anni 60-70 si sono sostituiti i giovani conformisti d’oggi. Il punk era una ribellione all’ordine familiare, oggi i ragazzini usano l’iconografia punk come moda, per crearsi un look identico a quello di tutti gli altri finti (anzi, scusate, si dice neo) punk ed emo. Camminando per strada in orari di entrata e/o uscita da scuola vedo torme di ragazzi vestiti di nero, con borchie, calze strappate, make-up gotico. Probabilmente meglio delle zeppe, ma mi sembra di sentire la voce di qualche vero punkettaro d’altri tempi che si rivolta nella tomba.
Lunedì ho comprato il mio primo cd di Alice Cooper, Trash (1989). Leggo su recensioni online che sarebbe ritenuto commerciale rispetto ad altri album del caro Alice. Sarà. A me piace.
 
postato da: cabepfir alle ore 08/10/2008 14:31 | link | commenti | commenti
categorie: persone, mussica
domenica, 14 settembre 2008

Francesco

Il primo agosto è morto Francesco Guglielmi, mio compagno di classe al liceo e poi mio kohai all'università. Purtroppo l'ho saputo soltanto tre giorni fa. Da un paio di mesi soffriva di tumore al cervello. È il primo di classe nostra che se ne va, né il migliore né il peggiore, semplicemente era lui. Suoi erano gli occhi di Dwenn, o meglio gli occhi da cui ho preso ispirazione per disegnare quelli di Dwenn, perché sembravano proprio disegnati con un'unica linea ondulata che finiva in su.

Poi ti spuntano fuori altre cose, come il fatto che aveva posato per il mio quadro sulla morte del principe Andrej (link), che alla fine non realizzato non dipingendolo ma con un collage, in cui sono inserite anche ritagli di foto scattate in quell'occasione. E altre cose ancora.


Domani parto per Tours, per seguire l'ultima lezione del seminario su Thèse en ligne.

postato da: cabepfir alle ore 14/09/2008 14:16 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: disegno, persone, ulcera, asanor
mercoledì, 10 settembre 2008

mi ritorni in mente

Ci sono alcune cose che uno si costruisce da sé, altre che invece riceve in dono dagli altri. Forse a volte è più o meno la stessa cosa. In campo musicale, la passione per il metal, come ho già detto varie volte, è una creazione personale, a cui però sono concorsi tanti elementi e aiuti esterni. L'amore per Battisti, invece, l'ho ereditato da mio padre. Non c'è stato viaggio in macchina superiore all'ora e mezza, da quand'ero bambina, in cui mio padre non abbia messo su Battisti. Prima per mezzo di una musicassetta, poi di un cd, infine della mega raccolta di mp3 in cui è contenuto tutto Battisti, anche se i dischi con Panella non li ascoltiamo mai.

Quando ero piccola, per me Battisti (pure ancora vivo, sano e producente musica) era già morto. Credevo che tutte le sue canzoni risalissero agli anni '60 (manco ai '70) e per me gli anni '60 erano, come dire, la preistoria della musica leggera (sapevo invece che Mozart e Rossini erano più vecchi). Per me Battisti era già una leggenda, insomma.

Inoltre l'ascolto di Battisti in casa nostra assumeva un aspetto leggermente trasgressivo e per questo tanto più eccitante, perché, anche se non lo sapevo collocare temporalmente - e non mi rendevo conto che alcune delle sue canzoni più famose erano state composte appena pochi anni prima della mia nascita - sapevo invece benissimo che Battisti era di destra e che le sue canzoni erano tutte antifemministe, e quindi, se era tanto elogiato in una famiglia di comunisti come la nostra, voleva dire che le sue qualità musicali erano tali da far persino soprassedere sulla sconvenienza della sua appartenenza politica. (Poi, quale fosse il credo politico di Battisti è un'altra faccenda. Sull'antifemminismo di molte canzoni ci credo ancora, invece).

La piccola musicassetta iniziale conteneva soltanto, nei suoi 70 o quant'erano minuti di durata, il Battisti più celebre: La canzone del sole, Fiori rosa fiori di pesco, I giardini di marzo, ecc. ecc. Il doppio cd che venne dopo invece mi presentava un Battisti diverso, molto più mordace e pieno di doppi sensi, con canzoni come Anima latina, Il salame, Due mondi, Le allettanti promesse ecc. Quando fu comprato il doppio cd avevo ormai una quindicina d'anni, quindi tutte queste canzoni per me fanno sempre parte dell'altro Battisti, il lato B insomma. Infine, i due tripli cd delle Avventure di Battisti e Mogol, che ho comprato personalmente ben prima che venissero distribuiti in edicola, mi offrivano un terzo Battisti che in fondo non ho ancora digerito del tutto; canzoni come Per una lira, Al cinema, Il monolocale ecc ecc mi suonano ancora estranee e, a dirla tutta, un po' fastidiose. Non parliamo poi della produzione con Panella che non sono mai stata capace di ascoltare.

Il 9 settembre di dieci anni fa fu molto diverso di adesso. Le due cose principali della giornata, per me, furono un terremoto, che google mi dice avvenne in Basilicata e Calabria, ma che invece nella mia memoria è quello in Umbria; se mi si chiede cosa avvenne il 9/9/98, per prima cosa risponderei "il crollo della basilica d'Assisi", di cui ricordo ancora le immagini al telegiornale. La seconda cosa è una festicciola serale in cui io e il mio ex annunciammo pubblicamente al nostro gruppo d'amici (che già se n'erano accorti tutti, eh) che stavamo insieme. Lo storico avvenimento era accaduto qualche giorno prima, e dato che era la prima volta che mi mettevo con un ragazzo, il mio stato di contentezza era molto elevato. Estremamente elevato. Tanto che della morte di Battisti presi nota, è vero, ma ero troppo felice per il resto delle altre cose da esserne rattristata. In fondo, per me Battisti, come dicevo, era già morto. Nel 1994, quando pubblicò il suo ultimo disco, Hegel, avevo 13 anni; ipoteticamente avrei anche potuto interessarmene, invece i due dischi che comprai nel '94 - e che furono in assoluto i primi dischi che comprai da me, credo, dopo le richieste per farmi comprare i dischi dello Zecchino d'Oro e di Fivelandia - furono il secondo disco di Laura Pausini (sic) e Lorenzo '94 di Jovanotti, quello che conteneva Senti come piove e un'altra canzone famosa che adesso non ricordo. Questo perché i miei gusti di adolescente dovevano essere ancora notevolmente grossati.

Nel mio universo musicale Battisti è un'icona inamovibile. A casa ci riferiamo a lui semplicemente come "lui". Per esempio se mia madre, la cui memoria musicale non è molto ampia e le altre canzoni, oltre quelle contenute nella vecchia musicassetta, non le riconosce, entra nella mia stanza mentre sto ascoltando Battisti, e mi chiede "Chi è?", io rispondo semplicemente "Lui" e ciò basta perché mia madre capisca "Lucio".

Per la cronaca, quand'ero piccola credevo che l'inizio de Il tempo di morire facesse "Motocicletta, riesci a capi' " invece di "Motocicletta, 10 HP".

postato da: cabepfir alle ore 10/09/2008 20:32 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: foto, persone, mussica
domenica, 07 settembre 2008

paraolimpiadi

Sarà che Real di Inoue Takehiko mi ha cambiato la vita (tra l'altro il n. 7 è troppo bello e compare il mio nuovo personaggio preferito, ahah!), sarà per via di alcune persone che conosco, ma io alle Paraolimpiadi ci tengo assai, più di quanto mi sembrano fare i giornali o la televisione italiana. Secondo me dovrebbe esserci la diretta da mane a sera come fanno per le Olimpiadi dei "normodotati", magari anche fatta meglio di come, per non fare nomi, raidue ha trasmesso Pechino. E si dovrebbero fare articoli su chi sono i nostri atleti, e in quali discipline gareggiano, e su chi ha vinto, chi ha perso e chi ha fatto i record.

Oh.

just do it, Oscar.

postato da: cabepfir alle ore 07/09/2008 15:43 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: sport, foto, persone

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