a metà strada tra il critico e il fan

esperimenti di critica sociale e umana
martedì, 13 ottobre 2009

indigestione di upload

In previsione di Lucca ho caricato su deviantART un mucchio di illustrazioni non ancora mostrate su internet, alcune anche vecchissime.

Cavallo e cavaliere

Uno degli ultimi, finito appena prima delle vacanze estive.

Rogo di rose 1

Rogo di rose 3

Due delle tre illustrazioni con cui ho partecipato al concorso Illustrissimi. La prima è stata quella esposta al castello degli Agolanti tra luglio e agosto.

Rosa napoletano 3

La copertina di Rosa Napoletano 3, libro per l'8 marzo.

Rosa napoletano 3 cd

e l'immagine del Cd.

Illustrazioni per la mostra in onore di Salvatore di Giacomo al PAN (aprile-maggio 2009)

'E ccerase

Dalla mostra "Una monella svedese e le sue sorelle" (2008), per il centenario di Astrid Lindgren:

Pippi Calzelunghe

Pippi Calzelunghe

Il pozzo delle storie, da Mio piccolo Mio.

Da Vacanze all'isola dei gabbiani.

e infine Kjerim evocatore per il compleanno della mia amata Francesca!

postato da: cabepfir alle ore 13/10/2009 17:01 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: libri, disegno, asanor
sabato, 12 settembre 2009

Il cavaliere d'inverno, di Paullina Simons

More about Il cavaliere d'inverno

È un'immensa fanfiction di 700 pagine con due protagonisti che sono Mary Sue (ops, Tatiana Metanova) e Gary Stu (ops, Alexander Belov anzi Barrington). Sono entrambi bellissimi e bravissimi e innamoratissimi, ma hanno la sventura di vivere in Russia durante la seconda guerra mondiale e questo metterà loro un po' i bastoni tra le ruote, ma d'altronde se a Mary e a Gary non gliene capitano di tutti i colori, non si può dire che sia una fic perfettamente riuscita, vero?

Ma vediamo nel dettaglio la dispositio della materia:

  1. Parte 1. Gli ostacoli del giovane Alexander e della giovane Tatiana. Oltre alla guerra, a dividerli c'è il fatto che Alexander è il fidanzato della sorella di Tatiana, Dasha, e che l'amico del cuore (o apparente tale) di Alexander si invaghisce di Tatiana. Poiché Mary e Gary sono tanto bravi, nascondono il fatto che si sono innamorati a Dasha e a Dimitri per non farli soffrire. Che teneri. Inoltre, Alexander-Gary nasconde un altro segreto: che è in realtà, contro ogni verosimiglianza, americano (figlio di un fanatico comunista che si era trasferito in Unione Sovietica per provare sulla sua pelle quanto fosse caro il compagno Stalin). Dasha e Dimitri continueranno a infastidire i nostri due protagonisti per un pezzo, e come antagonisti sono davvero troppo flebili. Io stessa non capivo perché i due si ostinassero tanto nella loro segretezza. Dopo un po' ci ho fatto il callo, ma comunque la storia di Dasha come ostacolo non sta in piedi, come dice questa recensione su amazon (http://www.amazon.com/review/R142SZH2YEA4KB/ref=cm_cr_rdp_perm) in cui mi ritrovo quasi completamente. Dimitri è presentato come crudele senza un motivo, e ciò rende soltanto la sua cattiveria stupida invece che affascinante. Insomma, sia con Dasha che con Dimitri ci si poteva fare di più.
  2. Parte 2. L'assedio e la fame di Leningrado. Questa parte è bellissima e l'ho letta davvero col fiato sospeso. La descrizione della progressiva riduzione delle razioni, il deperimento di Tatiana, di Dasha e di Marina (la loro cugina) mi ha impressionato e commosso tantissimo. Se il libro fosse stato tutto al livello di questa parte, avrebbe meritato cinque stelline. Mi ha anche portato a leggermi la pagina di wikipedia sull'assedio di Leningrado e a vedere le foto del cimitero di Piskaryovskoye dove sono seppellite le vittime della fame.
  3. Parte 3. L'educazione sessuale della giovane Tatiana. Dopo aver sofferto la fame, dopo essere stata malata di tubercolosi, dopo che le sono morti il fratello, il padre, la madre, la cugina, la sorella, un nonno e due nonne, Tatiana viene ricompensata con un mese di sesso selvaggio con Alexander nei boschi di Lazarevo. Alla decima scopata sopraggiunge la noia. Alla trentesima, speri che ricomincino le disgrazie.
  4. Parte 4. Le disgrazie ricominciano. Dimitri torna alla carica, Tatiana si svena (letteralmente) per trasfondere il suo sangue in Alexander mortalmente ferito, nonostante fosse già incinta (!), Alexander viene portato via dalla simpatica NKVD, Dimitri muore, il medico che aveva aiutato Tatiana muore, contro ogni probabilità Tatiana giunge in America e partorisce proprio a Ellis Island, guardando la statua della Libertà. In pratica questa parte serve a dire: non basta che vi siete già sciroppati 600 pagine di disgrazie, dovete anche comprarvi Tatiana & Alexander (il secondo tomo della trilogia) (toh, una trilogia) per sapere le disgrazie successive. Chissà se quando Alexander e Tatiana si reincontreranno, ci sarà L'educazione sessuale della giovane madre Tatiana.

Insomma: si tratta di un bel polpettone, piacevole come lettura estiva e ottimo come lettura da pullman dopo una giornata di lavoro, quando i neuroni funzionano a ritmi dimezzati. Tatiana e Alexander sono più stereotipi che non si può, però non si riesce ad avercene a male. Certo, il fatto che gemere (gemette, gemendo) sia il termine più utilizzato in tutto il libro (almeno nella traduzione italiana) non depone molto bene, ma le parti in cui si tratta effettivamente della storia fanno perdonare il resto. Non so se prenderò Tatiana & Alexander, che ha la stessa mole.

Sul concetto di Mary Sue, vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Mary_sue

sull'assedio di Leningrado, vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Siege_of_Leningrad

Le foto del cimitero di Piskaryov: http://enlight.ru/camera/175/index_e.html

postato da: cabepfir alle ore 12/09/2009 18:15 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: libri, fine umorismo
domenica, 30 agosto 2009

scie letterarie minime

Quo Vadis

Ogni tanto, mentre sono occupata in altro, mi trovo a riflettere su alcune questioni di letteratura. In particolare, ogni tanto mi vengono in mente spunti mai considerati prima su opere molto amate, oppure piccole illuminazioni su significati e interpretazioni. Ieri sera ho avuto una fugace visione di una cosa  che traspare chiaramente nella struttura di Quo Vadis, ma che, sinceramente, non avevo mai notato prima.

Quo Vadis è uno dei libri fondamentali nel mio piccolo immaginario privato. L'ho letto per la prima volta a 11 anni, dopo aver visto il film, e continuo ad averlo caro. Per permettervi di seguire meglio il mio ragionamento, ve ne faccio un breve sunto, nel caso in cui non l'abbiate presente.

Roma, regno di Nerone. Il console Marco Vinicio si innamora di Ligia, un ostaggio cresciuto nella capitale insieme ai suoi genitori adottivi, dei nobili romani. Incapace di attrarre a sé la ragazza pacificamente, Vinicio finisce col farla rapire, e quando Ligia scappa, nel corso delle ricerche che fa per ritrovarla egli apprende che è una cristiana. L'urto con la fede di Ligia provoca una grossa crisi interiore in Vinicio, che sfoga nella conversione e nel battesimo. Tuttavia i due innamorati, nel corso di una lunga serie di vicende, incorrono nell'ira di Nerone, e quando Nerone addossa ai cristiani la colpa dell'incendio di Roma, Ligia finirà in carcere e poi nell'arena, da cui si salverà miracolosamente.

Contemporaneamente, il libro segue le vicende di Petronio Arbitro, zio di Marco Vinicio e consigliere di Nerone. Intelligentissimo ed epicureo, Petronio dà uno sguardo intellettuale a tutto il contesto. Di lui si innamora la sua schiava Eunice, di cui ad un certo punto Petronio riconosce e ricambia l'amore. Coinvolto nella congiura di Nerone e ai ferri corti con il prefetto del pretorio, il rozzo e avido Tigellino, Petronio si taglia le vene in un lauto banchetto. Eunice decide di morire con lui.

Anche se è evidente, ieri ragionavo con più lucidità del solito sul modo in cui nel romanzo si contrappongano queste due coppie, da un lato quella formata da Vinicio e Ligia, e dall'altra Petronio ed Eunice. La prima è la coppia cristiana, la seconda quella pagana, e mentre l'amore dei primi è casto e spirituale (dopo essere stato depurato della componente carnale attraverso la conversione e i tormenti di Vinicio), il secondo è chiaramente di natura sensuale, senza per questo essere meno forte e sincero.

Di fatti, quello che si evidenzia è il potere trasformativo che l'amore imprime su colui che raggiunge col suo tocco. Tale trasformazione raggiunge le due coppie secondo il doppio binario, tipico della biforcazione di Quo Vadis tra un polo cristiano e il polo pagano. La trasformazione in Vinicio agisce sul piano spirituale: egli ripensa alla propria vita, si lascia sedurre da questo nuovo dio, il Cristo, oppone resistenza, soffre, e infine si converte e si battezza. Trasformazione che avviente tramite e per Ligia, con cui alla fine Vinicio sarà in grado di congiungersi non in qualità di concubina o anche di moglie di fede diversa, ma in un autentico matrimonio cristiano basato sulla fede. Infatti, benché all'inizio la cosa da cui Vinicio fosse più impresso era l'aspetto fisico di Ligia, alla fine, quando la fanciulla sarà malata ed emaciata per colpa della prigione, egli non noterà neppure la diminuzione della bellezza fisica di lei perché ormai consapevole soltanto dell'aspetto spirituale e interiore della donna (cap. 48). Al contrario, la trasformazione agisce su Petronio su un piano del tutto sensibile e sensoriale:

"L'amore ci trasforma tutti, chi più chi meno, ed ha mutato anche me. Prima amavo il profumo della verbena, ma poiché ad Eunice piacciono di più le violette anch'io le preferisco ora a tutti gli altri profumi e, da quando è incominciata la primavera, respiriamo soltanto aria profumata di violette" (Henryk Sienkiewicz, Quo Vadis, cap. 29, trad. di Maria Czubek-Grassi e Eridano Bazzarelli) 

In effetti, non ci sono tra Petronio ed Eunice differenze ideologico-religiose tali da giustificare, tra i due, altro mutamento se non quello, appunto, dei gusti superficiali e sensoriali (riproponendo così, rispetto all'altra coppia, quell'opposizione corpo/spirito che pervade la produzione paolina, e S. Paolo è uno dei personaggi del romanzo). Tuttavia, sia pure sotto questo aspetto minoritario (dal punto di vista morale dell'autore e del lettore ideale), il personaggio maschile di Sienkiewicz riesce ad adattarsi ai gusti della donna. Poco più avanti Petronio afferma:

"Io accompagnerò Cesare, ma, al ritorno, lo lascerò e andrò a Cipro, perché questa mia bionda dea [i.e. Eunice] desidera che noi offriamo insieme, a Pafo, colombe a Cipride e tu devi sapere che si fa sempre ciò che desidera lei".

Insomma, anche se dal punto di vista della trama, dell'introspezione psicologica e del progresso dell'azione sono indubitabilmente i due personaggi maschili a condurre il gioco - è attraverso gli occhi di Petronio e di Vinicio che osserviamo gran parte delle vicende e in cui il lettore è chiamato ad identificarsi - questi stessi personaggi maschili riconoscono (Vinicio del tutto, Petronio, a dire il vero, solo in quest'occasione) di essere mossi a loro volta dall'influenza femminile su di loro. Ligia è il perno fisso, il cardine attorno al quale si muove e si agita Vinicio (in un rapporto facilmente accostabile, dal lettore italiano, a quello tra Renzo e Lucia), mentre la parte di Eunice nel romanzo è davvero microscopica e serve appunto a bilanciare la costituzione delle due coppie polarizzate.

Un altro parallelismo tra le due coppie è il concetto di "corsorte in morte" (tanto rilevato dai lettori di Tasso). Quando Ligia viene arrestata perché cristiana, Marco risponde così ad una domanda:

" - Che intendi fare?     - Salvarla o morire insieme. Anch'io credo in Cristo" (cap. 51)

Allo stesso modo, Eunice decide di morire insieme a Petronio per non sopravvivergli e per non restare sola senza di lui, dimostrandogli un amore disinteressato (Petronio l'aveva resa libera e le aveva lasciato in eredità tutte le sue immense ricchezze, ville, opere d'arte e schiavi).

Siamo pur sempre in un romanzo a tesi comunque, nonché in un romanzo storico, e quindi, mentre la coppia cristiana, Marco Vinicio e Ligia, dopo tante traversie sopravvivono, si sposano e vivono felici in Sicilia, la coppia pagana muore, anche se attirando su di sé l'ammirazione del lettore. L'arco delle vicende di Petronio in ogni caso supera e circonda quelle di Vinicio: il romanzo si apre su Petronio che si sveglia e termina (epilogo escluso, che non riguarda Marco bensì Nerone) con Petronio che muore; e così, il bacio dato alla fine del primo capitolo da Eunice alla statua di marmo di Petronio viene riecheggiato, nel finale, dall'equivalente bacio che Petronio deposita su Eunice ormai morta, bianca come una statua.

postato da: cabepfir alle ore 30/08/2009 02:14 | link | commenti (12) | commenti (12)
categorie: libri, studio, ricerca
mercoledì, 12 agosto 2009

Tecniche maldestre di corteggiamento, di Paul Vlitos

More about Tecniche maldestre di corteggiamento

Comprato stamattina al supermercato e finito in poche ore. Divertentissimo. Tecniche maldestre di corteggiamento (ma né il titolo italiano né quello inglese, Welcome to the Working Week, rendono bene l'idea) è una versione moderna dei romanzi epistolari, con le e-mail al posto delle vecchie lettere. Sostituito l'inchiostro col digitale, i problemi restano più o meno quelli: disastri di cuore, equivoci, gelosie, invidie e, soprattutto, pettegolezzi, il tutto condito con una dose massiccia di English humour. Non saprei se classificarlo come chick lit al maschile, dato che l'autore e il protagonista sono entrambi uomini, o se esista un termine apposito. E', diciamo, una versione al maschile del Diario di Bridget Jones (ma molto più ironico), dove i peli sulle mani e l'incipiente calvizie si sostituiscono ai chili di troppo.
Purtroppo il finale, dopo trecento pagine spumeggianti, è un po' moscio, e la storia del porcospino mi ha fatto temere che si scoprisse che il libro che Martin sta scrivendo non era altro che lo stesso Tecniche maldestre, e questo mi ha per un attimo scollegato dall'immedesimazione nella lettura.
Resta comunque una lettura piacevolissima, anche se lieve. Tra tutte, sono degne di nota le pagine sulla bacheca aziendale di commenti dopo l'attentato di Londra (pp. 322-27): esilaranti.
NB: la mia copia presentava due errori di impaginazione, essendo sparite le pagine 200 e 272, al cui posto si trova invece il duplicato delle pagine precedenti.

postato da: cabepfir alle ore 12/08/2009 19:38 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: libri
lunedì, 25 maggio 2009

Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia

Resto lì a lungo, la mano appoggiata al bordo della finestra, a fissare il punto in cui è sparita. Magari potrebbe accorgersi di avere dimenticato di dirmi qualcosa, e tornare indietro. Ma non torna. In quel punto rimane solo una specie di cavità invisibile che ha la forma della sua assenza.
 
È difficile condensare in poche parole un giudizio su Kafka sulla spiaggia. È un libro di cui ho sentito parlare molto prima di quando uscisse in Italia, sin dal momento in cui Amitrano sensei lo stava traducendo, e quindi all’incirca dal 2007. Una mia amica ne ha corretto le bozze, raccontandomi talvolta di alcuni dettagli del processo di traduzione. Poi, da quando è uscito, l’ho letto due volte. La prima volta all’inizio del 2008, lettura interrotta a poche pagine dalla fine perché lo lasciai in Italia quando partii per la Francia; la seconda volta quest’anno, finalmente finendolo. Rileggerlo non mi ha annoiato né me ne ha fatto avere, sostanzialmente, un giudizio diverso. Mi ha fatto solo comprendere meglio il sostrato di pensiero buddista che giace sotto molte delle riflessioni compiute dai protagonisti, e mi ha fatto notare meglio la compresenza di riferimenti alla cultura occidentale e a quella orientale, che è uno dei punti fissi di Murakami. Quasi tutte le citazioni che si trovano all’interno di questo libro (escluse alcune importanti eccezioni) rimandano alla cultura occidentale: la musica ascoltata dai personaggi, i libri letti, le misteriose incarnazioni di figure pop (Johnnie Walker, il colonnello Sanders), mentre la base filosofica è perlopiù di matrice orientale, e in particolare, mi sembra, buddista, con i riferimenti alla vacuità, all’impermanenza, al flusso. Le importanti eccezioni sono costituite dal richiamo al Genji monogatari, il capolavoro assoluto della letteratura giapponese, e in particolare all’episodio dello spirito tormentatore scaturito da una persona vivente, e da Natsume Sōseki, su cui i personaggi discutono.
 
Da un lato, è un classico romanzo di formazione, che prende l’avvio dal più classico dei problemi di origine: il complesso di Edipo. Il protagonista, che si fa chiamare Tamura Kafka, uccide suo padre e giace con sua madre e con sua sorella. Non adempie a questi atti in maniera diretta (tranne in un caso), ma attraverso intermediari che ruotano attorno a lui costituendo, nel caso di Nakata, dei filoni paralleli alla sua storia. Nakata, appunto, un vecchio la cui mente è stata alterata da un misterioso episodio infantile, è colui che gli uccide il padre; la sorella (ma davvero sorella?) viene penetrata in sogno, mentre un’altra sorella (d’adozione) è ritrovata nel mitico bibliotecario Ōshima, transgender FTM; la madre (ma davvero madre?) è amata attraverso la sua apparizione di quindicenne. Dopo essere passato attraverso la maledizione d’Edipo, Kafka è pronto (ma davvero pronto?) per vivere la sua vita. “Ma non ho ancora capito che cosa significa vivere”, dice proprio nell’ultima pagina. “Guarda il quadro. Ascolta il rumore del vento”, risponde Ōshima, in quella che è una meditata accettazione delle stranezze del reale.
E stranezze del reale ce ne sono a bizzeffe in questo testo: attorno al nucleo edipico girano misteriosi addormentamenti di bambini durante la seconda guerra mondiale, camionisti che iniziano ad apprezzare il Trio dell’Arciduca di Beethoven, prostitute da urlo che citano Hegel mentre praticano la fellatio, gatti che parlano, una pietra dell’entrata (verso che cosa? La propria coscienza? Il mondo dei ricordi? In ogni caso, se è aperta va richiusa, e dunque meglio non aprirla), sgombri e sardine che piovono dal cielo, e chi più ne ha più ne metta. Detta così sembrerebbe un romanzo fantastico. Non lo è, o meglio gli elementi fantastici non sono usati in termini di evasione bensì di metafora sul reale che è sullo stesso piano del reale stesso.
Nessuno di questi elementi fantastici, o dei misteri, viene spiegato. Neppure la pietra dell’entrata, oppure l’incidente che ha fatto di Nakata un uomo con un’ombra che è densa la metà delle ombre normali. Come dice la mia amica Gala, neppure tutte le parole del mondo – e il romanzo contiene un livello di dettaglio, nelle descrizioni e nel linguaggio, incredibile – possono spiegare il nucleo, l’insondabile. Come dice Ōshima, guarda e ascolta. La decifrazione seguirà quando sarà necessaria.
Kafka sulla spiaggia è un libro dentro cui si abita. Una volta che ci si entra dentro, si attraversa un viaggio esattamente come i due protagonisti, Kafka e Nakata (e poi il camionista, Hoshino), e alla fine, forse, si è imparato a guardare il quadro – che in questo caso è anche l’esperienza estetica vs. l’ermeneutica – senza porsi domande, ma solo godendo del passaggio.    

un morceau dal Trio dell'arciduca di Ludwig van.

postato da: cabepfir alle ore 25/05/2009 13:08 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: libri, video, mussica
sabato, 04 aprile 2009

de recensioni (2)

Un lettore del blog, Tony, attraverso un suo gentile commento mi chiedeva come mai a volte non recensisco le cose che sembrano meritarlo, dato che potrei così fornire una sorta di consigli per gli acquisti utili per chi volesse leggere/vedere determinate cose. Pensando che l'argomento potesse interessare anche altre persone, ho deciso di scriverci sopra due righe.

Vorrei innanzitutto precisare una cosa abbastanza evidente, ovvero che io per prima mi trovo in un percorso di ricerca e che non ho le risposte definitive per quanto riguarda i prodotti culturali, né tantomeno le risposte adatte a chiunque o a chiunque in un determinato momento. Il gusto di ognuno di noi si forma leggendo/vedendo sia le cose che ci piacciono che le cose che non ci piacciono. Dalle cose che non ci piacciono apprendiamo quali sono le cose che non ci piacciono, e viceversa.

Ma anche le cose che ci piacciono o che non ci piacciono possono variare nel corso del tempo e nel cambiamento del contesto. Se oggi leggo/vedo una cosa che mi piace, non è detto che debba piacermi dopo un anno o dopo dieci anni. Le nostre emozioni momentanee influenzano quello che leggiamo/vediamo e, inevitabilmente, anche quello che ne posso scrivere io in questo blog o pensare nella mia testa. A volte, una situazione negativa nella nostra sfera personale può influenzare il giudizio che diamo di un determinato prodotto oppure alterarlo. Vorrei dare alcuni esempi:

  • Una volta, quando avevo 16 anni, ebbi una forte febbre con problemi alla gola, che durò circa una settimana. In quel periodo stavo leggendo I pilastri della terra di Ken Follett, che aveva già letto il mio compagno di banco raccomandandomelo molto. Quando la febbre mi passò, non ebbi più voglia di prendere in mano il romanzo, perché nella mia mente l'avevo associato alla febbre. E non l'ho aperto mai più (alla fine l'ho regalato). Sempre in quel periodo stavo ascoltando Homogenic di Bjork. Anche quello l'ho associato alla febbre. Ho continuato ad ascoltare quel disco negli anni ma continuo ancora a ricordare quel periodo di febbre quando lo riprendo in mano.
  • Quando uscì il film di Ritratto di Signora di Jane Champion, avevo già letto il romanzo e ne ero rimasta profondamente impressionata. Il film, al cinema, non mi piacque quasi per niente. Poi, quando l'ho rivisto, mi è iniziato a piacere, e adesso ne posseggo anche il dvd. In ogni caso, continuo a immaginarmi Ralph Touchett in modo completamente diverso da come lo interpreta Martin Donovan e continuo a immaginarmi diversamente Caspar Goodwood.  Insomma, sono scesa a patti col film ma per me non ha certo sostituito il libro né lo si può considerare sostituibile ad esso.
  • Sono andata a vedere Una lunga domenica di passioni lo stesso giorno in cui persi un concorso di dottorato. Ero molto abbattuta, e il film, anche se contribuì un po' a distrarmi, non mi piacque. Direi lo stesso adesso? (non l'ho mai rivisto). La mia microrecensione dell'epoca quanto è influenzata da ciò che mi era successo quel giorno?

Dopo aver consegnato la tesi, volevo leggere qualcosa di non troppo impegnativo, e ho ancora in programma per il futuro la lettura di libri che non considero, già in partenza, come dei capolavori della letteratura. A volte abbiamo bisogno anche di queste cose medie, oppure di romanzi e filmetti scemi. Anche una cosa stupida può essere gradevole se arriva nel momento giusto o se risponde alla nostra intenzione di rilassarci. Mia madre dice sempre che quando qualcuno è all'ospedale gli porti/ti porti da leggere Gente, non Il pendolo di Foucault.

Da parte loro, le recensioni non sono che impressioni a caldo di oggetti che ho letto/visto solo una volta. Un film visto in due ore a cinema o a casa ti lascia un'impressione. Capisci alcune cose. Se lo rivedi dieci volte ne capisci altre. Una volta che lo vedi quaranta volte, e che ci hai letto sopra quello che ne hanno scritto altre persone competenti, ci puoi scrivere sopra una tesi di laurea. 

Con i libri va un po' meglio perché la loro lettura, in genere, dura più giorni, e il tuo giudizio ha la possibilità di venire modificato nel tempo e adattato eventualmente dall'inizio alla fine della lettura. Inoltre, i libri permettono di essere riletti, cosa che naturalmente si può fare anche coi film ma che personalmente mi è meno immediata. Normalmente quando leggo un libro leggo più volte determinate pagine. In genere vado avanti a leggere degli spezzoni situati molto più avanti della pagina che sto leggendo "di seguito". Leggo degli spoiler. Poi torno indietro e leggo per bene. Quando finisco un romanzo a volte ci sono dei capitoli o delle pagine che ho letto tre volte, mentre altre non le ho mai rilette. In questo modo ho il tempo di formarmi un giudizio un po' più sfaccettato.

Tuttavia, la lettura di romanzi fatta per diletto si differenzia in ogni caso dallo studio dei romanzi che posso fare all'università. Nella lettura sono in gioco le mie emozioni momentanee, il contesto della lettura. Nello studio scientifico il mio io scompare per lasciare posto a quella che spero che sia un'interpretazione (relativamente) oggettiva dei dati contenuti nel testo, anche questi adattati però a un determinato contesto. Se scrivo delle donne guerriere, studio quel testo cercando quello che sia utile a proposito delle donne guerriere, il resto lo tralascio. In ogni caso, il mio punto di vista su Ariosto come lettura da diletto o come oggetto di studio sarà diversa, per quanto possa avere dei punti combacianti. Se lo leggo per diletto posso fregarmi di un sacco di fattori che invece mi sono indispensabili per studiarlo.

Detto ciò, torniamo alla proposta di indicare un percorso di lettura. Molte cose che reputo fondamentali le ho lette prima di aprire il blog. Per fondamentali intendo Shakespeare, i russi, le Bronte, Tasso, il Genji Monogatari ecc. Con cose del genere per me si va sempre sul sicuro. Le cose notevoli che ho scoperto negli ultimi anni sono stati Hardy, Mervyn Peake e George RR Martin. La saga più bella che ho letto nel 2008 è stata Le cronache del ghiaccio e del fuoco di Martin. Non penso di aver scritto una recensione completa di nessuno dei nove tomi dell'edizione italiana (solo del primo forse). Perché non ne ho scritto? Perché ho passato più tempo a leggere quello che ne scrivevano altre persone sui forum e siti dedicati; perché ne ho parlato con molte persone su deviantart; perché, invece di scriverne, ne disegnavo le scene.  

Quest'anno ho letto dei libri che mi sono piaciuti, e non ne ho parlato. A volte parlare dei libri/film che sono piaciuti senza essere banali è molto più complicato che scrivere una critica distruttiva. Perché mi sono piaciuti? Si accordavano alle mie corde del momento, il loro stile mi andava bene, hanno suscitato in me immagini o richiamato memorie, raccontavano bene una bella storia... 

     

  • Il profumo di Patrick Süskind. Mi incuriosiva da anni. Temevo che non mi sarebbe piaciuto 1) perché era un bestseller; 2) perché a Valeria non era piaciuto. Invece a me è piaciuto. Non ho quasi notato l'assenza di dialoghi perché il racconto si reggeva anche senza. Non potevo poi non amare Baldini, il profumiere italiano fallito che fa da padre/padrone (ma infine anche lui soccomberà come tutti) a Grenouille. Poi ho rivisto pure il film, che avevo già visto un anno fa.
  • Twilight. Dopo averne sentito parlare da chiunque l'ho letto pure io, prima che uscisse il film, e a me è piaciuto, in specie la prima parte. L'atmosfera scolastica e l'amore adolescenziale evocava in me piacevoli ricordi. Invece la seconda parte del libro è troppo lenta, mentre la terza troppo veloce, troppo d'azione e infine inutile perché si sa già come andrà a finire. Ovviamente il vampirismo di Edward è una metafora sessuale neppure tanto nascosta. Letto il primo, però, non mi è venuta voglia di leggere gli altri. Ho letto la trama su internet e visto che a me i licantropi non mi sconfinferano più di tanto, ho deciso di evitare.
  • Un semplice interludio di Thomas Hardy. Iniziato e finito durante un tragitto in pullman. Non è neppure tragico. Un bel raccontino di Hardy misogino quanto basta ma che riscatta la sua misoginia nell'immagine finale di una ritrovata comunità femminile.

Il libro più bello attualmente in mio possesso e che devo ancora finire di leggere è La colomba pugnalata di Pietro Citati. L'ho scoperto casualmente due anni fa nella libreria di una persona che mi stava ospitando, e in una o due notti ne ho letto circa metà, restando affascinata. Adesso che l'ha ripubblicato l'Adelphi (prima era in edizione Mondadori) mi sono affrettata a comprarlo. Citati ripercorre con emozionante lirismo la vita di Marcel Proust, facendomi commuovere profondamente per il dolore dello scrittore che sembra entrare sotto la mia stessa pelle e metterla a nudo, facendola sanguinare. Non ho mai letto la Recherche e non so come possa sembrare questo libro a uno che sa di Proust più di me, ma nella mia limitatezza lo giudico un'ottima introduzione a questo maestro del '900. Di certo mi ha fatto venir voglia di leggere la Recherche.

Ma ci sono persone che leggono molto più di me, soprattutto materiale più vario e contemporaneo. Per questo consiglio di visitare i blog di IsabelleTostin, PattyBruce, dei due Gonzo, di Zeruhur (quando si occupa di libri), ecc. Ciò non vuol dire che la pensiamo sempre uguale in materia di libri, ma se la pensassimo tutti uguale...

Inkheart

I film che mi sono piaciuti più al cinema ultimamente sono stati Inkheart (Helen Mirren, Jim Broadbent, Andy Serkis e soprattutto Paul Bettany valgono lo spettacolo, anche se si levasse il fatto che è un film che parla di amanti di libri e del potere delle storie di salvare il mondo) e, incredibilmente, Iago (forse trovo un po' di tempo per scriverne più di questo rigo). A casa ho visto Gran Torino e Ponyo sulla scogliera. Su Gran Torino avevo dei pregiudizi, invece si è rivelato un film mirabile, anche se non capisco perché la polizia americana debba essere sempre mostrata sotto una cattiva luce nei film e i cittadini si vogliano fare sempre giustizia da soli (anche se c'è la sorpresa finale...). Ponyo è incantevole, in particolare, data ormai la mia veneranda età, il personaggio della madre e la scena in cui fa telegrafare Baka! Baka! (stupido! stupido!) al marito.

  

Di fumetti in questo periodo c'è una bassa terrificante. È uscito il 43 di Vagabond (in cui avviene il romantico reincontro di Takezu e Otsu e la poco romantica morte del mio amato Ueda ), il 23 dell'Immortale (in cui praticamente avviene una scena sola, ma la copertina è da sbavo) e basta. Sto leggendo Lovely Complex perché me lo prestano. E poi ho letto Monkey Business di Gianluca Maconi, ma attendo l'uscita del secondo numero (per Lucca?) per parlarne.

postato da: cabepfir alle ore 04/04/2009 16:14 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: libri, manga, studio, varia, lo schermo e la scena, fumetto, asoiaf
venerdì, 27 marzo 2009

Stonehenge, di Bernard Cornwell

Britannia, terzo millennio avanti Cristo. L’arrivo di un tesoro di losanghe d’oro nel villaggio di Ratharryn, rubato dal corredo del tempio di Sarmennyn e rivendicato anche dal villaggio di Cathallo, innesca una serie di liti e rivalità tra tribù e tra persone, che porterà alla costruzione del grandioso tempio di Stonehenge, pensato come offerta che farà riavvicinare Slaol (il dio del Sole) e Lahanna (la dea della Luna). Al centro di queste vicende stanno tre fratellastri: il violento Lengar, che si impadronisce del tesoro, il visionario Camaban, colui che progetta il tempio, e il babbeo Saban, che lo costruisce. L’odio reciproco tra i tre fratelli è fomentato anche da questioni di donne, in particolare dal passaggio fra i tre della bruna Derrewyn e della bionda Aurenna, con corredo di figli e figliastri. Alla strage finale sopravvivrà solo Saban, attraverso il cui punto di vista avevamo seguito le vicende, e pochi altri.  
 
Anche se sulla copertina è riportato un unico nome, a scrivere questo libro sono stati due autori: Bernard Cornwell il documentarista, e Bernard Cornwell lo scrittore. Entrambi hanno pregi (qualcuno) e difetti (vari). Non sono un’esperta di romanzi storici contemporanei, e quindi non so se sia consuetudine del genere intervallare la narrazione di avvenimenti alla descrizione di modi di vita: questo libro, almeno, è costruito così. La narrazione è interrotta da descrizioni più o meno lunghe e dettagliate di riti, feste, abitazioni (nella prima parte) e della costruzione di Stonehenge (nella seconda parte). Confesso che ho saltato a piè pari tutte le descrizioni dell’edificazione di Stonehenge, perché di interesse pressoché nullo per me: per pagine e pagine si ripete “Presero la pietra… scavarono la fossa… misero la pietra… tirarono le funi… mossero i buoi… Saban si allontanò per vedere se stava facendo un buon lavoro…” ecc ecc. Più o meno si ripete così per ogni singola pietra che innalzano, e sinceramente non me ne può importà de meno. Tale livello di dettaglio su alcune cose non è controbilanciato da quelle che sarebbero state, per me, delle discussioni più interessanti: su tutte, quella sul senso estetico dei primitivi. I personaggi di Stonehenge ripetono spesse volte “è bello”, “è bellissimo”; ma quando si sviluppò nell’uomo il senso estetico, quando, oltre al fatto di creare quelli che ora consideriamo manufatti artistici, iniziò a dire “è bello”? Questo punto non è affatto approfondito, anzi lasciato scorrere come se fosse normale che per un uomo dell’età del bronzo Stonehenge fosse “bella”, a fianco di altre definizioni quale imponente, ieratica, sacra ecc. A livello più piccolo, due dettagli tecnici mi hanno stupito in questo libro: da un lato, che questi uomini sembrano ignorare l’esistenza della ruota, che le mie scarse conoscenze preistoriche mi dicono già inventata all’epoca: queste benedette pietre di Stonehenge non sono trasportare su ruote ma tirate su delle slitte, o fatte passare su tronchi d’albero distesi per terra e usati come rulli. Dall’altro lato, una parte del viaggio fatto dalle pietre è svolto su barche a vela, e questa cosa delle barche a vela è (per stessa ammissione dell’autore nella postfazione) di verosimiglianza più incerta, tanto più che ci vuol far credere che con le barche a vela questi uomini riuscissero già a superare la Manica. Ma non sono un’esperta del sistema dei trasporti nell’età del bronzo, quindi lascerò perdere.
La mancanza di approfondimento sulla questione estetica è solo una piccola parte di un problema più grande e centrale, in cui avverto una spinta contraddittoria. Per farci immergere nell’atmosfera dell’epoca, Cornwell evita di descriverla esplicitamente come diversa dalla nostra, e questo da un lato mi sembra naturale, dall’altro lato mi appare come un limite. Mi spiego: in questo libro si compiono molti atti violenti (uccisioni, sacrifici umani, amputazioni, ecc) ma mancando il senso della violenza: tutto ciò scorre senza impressionare lo spettatore. Cornwell descrive un mondo in cui si pratica la violenza ma non suggerisce tale violenza a me come lettore: non sono rimasta impressionata da niente. Mentre leggevo, il mio riferimento era George RR Martin e le sue splendide Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: ma il fuoco non lambisce mai Stonehenge, non c’è il sapore del sangue, né si sente davvero la brama di potere. Il film I Vichinghi, un piccolo cult personale, descrive molto meglio, secondo me, un mondo rozzo e feroce in cui vige la legge del più forte. E qui arriviamo alla seconda contraddizione: Cornwell, convinto che (sempre come scrive nella postfazione), la natura umana non sia cambiata in questi ultimi quattromila anni di storia, descrive un mondo in cui le psicologie, secondo me, sono sin troppo medie, sbozzate e moderne per essere applicate a degli uomini dell’età del bronzo. Un personaggio, il mercante/sacerdote Haragg, cade in depressione dopo la morte della figlia e arriva a dubitare dell’esistenza degli dei. Ma esisteva lo scetticismo esistenziale in epoche tanto remote? A pelle, mi verrebbe da dubitare. Assistiamo ad una scena di lite tra coniugi che poteva essere riportata pari pari in un qualsiasi romanzo ambientato nella contemporaneità e i dialoghi e in particolare alcune espressioni sono troppo raffinate per quella che è la mia idea (il preconcetto?) dei primitivi. Si sente parlare di invenzione “geniale” (dubito che esistesse il concetto di genialità, che credo sia di elaborazione molto tarda), si parla più volte di “tragedia” (prima che i greci la inventassero, la tragedia), di una persona “amareggiata”. Ci sono costruzioni della frase come “Lo costruisce a esaltazione della sua gloria personale” (p. 315). Poiché la traduzione (di Lidia Perria), una volta tanto, mi sembra fatta bene ed è molto scorrevole, in mancanza del testo inglese non mi resta che affibbiare la colpa all’autore. Capisco che sia difficile arrivare a costruire un dialogo senza nessuna di queste sottigliezze, ma al contrario di Cornwell io personalmente non penso che non ci siano stati dei cambiamenti nella natura umana, o per meglio dire nella capacità di esprimersi e nell’elaborazione speculativa, quindi le espressioni che ho citato suonavano strane al mio orecchio.
Quando Cornwell decide invece di essere schematico nella rappresentazione psicologica dei personaggi, lo è troppo. Il fatto che secondo me dovrebbero esprimersi in maniera più elementare non significa che lo scrittore debba descrivere in maniera elementare i cambiamenti dei personaggi. Derrewyn all’inizio è una candida fanciulla, ma poi la stuprano e diventa una strega assetata di vendetta, senza che si siano seguiti i suoi pensieri, dato che tutto avviene fuori campo, e così da un capitolo all’altro ce la ritroviamo trasformata in una megera, e tale resterà fino alla fine. Aurenna, dalla calma e dolcezza sovrumana, diventa alla fine una fanatica che non esita ad uccidere la sua stessa figlia in onore del dio. Saban, il protagonista, dovrebbe essere quell’homo mediocris in cui tutti si possono identificare, dotato di buon senso e di una certa gentilezza: a me è sembrato irrimediabilmente indefinito, un Mary Sue qualsiasi, e in un paio di occasioni agisce proprio da idiota (non volevo crederci quando uccide due uomini della sua stessa tribù per salvare quella vecchia arpia di Derrewyn).
Camaban era il personaggio in cui riponevo più speranze, ma in tutta la seconda parte del libro non avviene in lui nessun cambiamento né l’autore si degna di descriverci il suo punto di vista, quindi ho perso interesse. Nato con un piede equino (e qui mi risuonava nelle orecchie Schiavo d’amore), tenuto alla larga da tutti e bramoso di un riconoscimento sociale, Camaban – il cui nome mi ricordava Calibano – decide di diventare un potente stregone e acquista potere e fama. All’inizio il suo risentimento verso il mondo, il senso di isolamento e il desiderio di rivalsa avevano dato un po’ di pepe alla broda, ma arrivato al punto in cui Camaban idea il progetto di Stonehenge e riesce a farlo mettere in pratica dagli altri il suo personaggio non attraversa più alcuna evoluzione. Resta ancorato al suo ruolo di stregone-architetto mezzo pazzo e non viene da aspettarsi più niente da lui.
Ma non voglio negare a questo libro tutti i meriti. Lo stile è molto scorrevole, si legge senza difficoltà (ma anche senza un particolare attaccamento alle vicende) e questo è già molto per un libro di questi tempi. Le scene iniziali con Camaban hanno una certa efficacia, e alcune cosette qui e là un certo gusto. Ma in questo libro non ho trovato un climax e anche i colpi di scena sono talmente ovvi che non colpiscono nessuno. Il ritmo di questo romanzo è talmente medio, così come i sentimenti dei personaggi, che contrasta spiacevolmente con l’atmosfera brutale che mi aspettavo di trovarci. Gli anni sono scanditi uno a uno, tanto che ho calcolato che alla fine Saban dovrebbe avere circa 36 anni, anche se si esprime ancora come un ragazzetto. Letto questo, non mi viene il ghiribizzo di leggere altre cose di Cornwell. Anzi, mi viene da chiedermi perché sia diventato un autore bestseller. Non c’è paragone con Martin, ma neppure con Ken Follett, per quel poco che mi ricordo dei Pilastri della Terra (letto ormai un secolo fa). Considerata l’assenza di sesso e di reale violenza, ritengo Stonehenge una lettura adatta ad un adolescente. Probabilmente a 13 anni mi sarebbe piaciuto di più. Lo scaffale dei libri per ragazzi sarebbe il suo posto più appropriato (in tutta serietà; non giudico spregiativamente i libri per ragazzi, essendo stata una lettrice molto più formidabile allora di quanto sia ora).

 

letto per il circolo del mercoledì

***

Sono stata a Stonehenge nel luglio del 1997. Non ne ricordo praticamente nulla personalmente, o meglio, ciò che mi ricordo davvero è solo il negozio, dove avevano un sacco di libri sui castelli scozzesi (magari avevano anche altro, ma mi ricordo quelli) e dove comprai un poster di Stonehenge al tramonto che è ancora appeso in camera mia. Insomma, ho un poster di Stonehenge in camera e non mi ricordo nulla di Stonehenge! Il suo "mistero" non mi ha mai particolarmente interessato: mi piacevano i colori del tramonto catturati dal fotografo e inoltre quel poster ce l'aveva già identico un mio amico, quindi, per le ben note leggi del desiderio mimetico, non potevo essere da meno ^^

 
postato da: cabepfir alle ore 27/03/2009 12:12 | link | commenti (10) | commenti (10)
categorie: libri, foto, persone
venerdì, 27 febbraio 2009

Il coraggio della farfalla, di Virginie Ollagnier

Avevo letto una microrecensione favorevole di questo libro su una rivista e mi aveva incuriosito. Leggo solo occasionalmente narrativa contemporanea, ma dopo aver consegnato la tesi volevo leggere qualcosa di leggero. E questo romanzo pareva partire con premesse perfette: una suora che si innamora di un soldato, dopo la prima guerra mondiale, e decide di abbandonare il velo da monaca per quello da sposa. Sono sempre stata affascinata dalle storie di religiosi innamorati, almeno da quando vidi il film del Nome della Rosa ormai più di dieci anni fa, e cercavo in questo libro quel leggero senso di trasgressione con cui la combinazione monaca + amore si presenta alla mia mente (magari troppo influenzata da Manzoni…). Ma la trasgressione è l’ultimo elemento che si ritrova nel romanzo dell’esordiente Virginie Ollagnier. Mi aspettavo atroci tormenti interiori nella suora che sente nascere dentro di sé l’amore per un uomo mortale, acerrime opposizioni da parte della madre superiora, parenti e altri conoscenti, un dilemma morale analizzato in tutte le sue pieghe psicologiche… invece niente. Da quando l’infermiera Claire si innamora di Pierre, il soldato affidato alle sue cure, pochi sono i dubbi che la attraversano, o meglio, pochi sono quelli che la Ollagnier si decide a descrivere in profondità invece di riassumere in definizioni generali. La Ollagnier infatti è affetta da una delle malattie della narrativa contemporanea: riassumere in una formula invece di mostrare. Ecco l’esempio più evidente:
 
Le domande le affollavano numerose la mente. La vita le riservava sempre nuove avventure. […] Si fece paura. No, non avrebbe trascorso la vita ad analizzare gli stessi interrogativi con strumenti diversi. […] Da quando il vuoto nel cortile del Saint-Joseph si era fatto così prorompente, Claire aveva iniziato a torturarsi con mille domande, più di quante se ne fosse mai poste in tutta la vita. (p. 157)
 
Quali sono queste mille domande con cui Claire si tortura non lo sapremo mai nello specifico. L’autrice confida nel fatto che il lettore ci pensi da solo. Ma questa prova di fiducia nella capacità di introspezione psicologica del lettore impedisce una delle condizioni di base di un romanzo che si vuole introspettivo senza esserlo: lo sprofondare nell’atmosfera del libro, l’identificarsi con i personaggi, l’immergersi nelle loro vicende. Questa immersione, nel mio caso, non è avvenuta mai. E se non c’è immersione, non c’è nemmeno catarsi. Ho finito questo libro con un sospiro di sollievo, perché avevo finalmente chiuso la copertina. Infatti, nonostante sia un romanzo facile, l’assenza di identificazione nei personaggi mi rendevano difficoltosa la lettura, tanto che ci ho messo venti giorni per finirlo.
L’assenza di reale approfondimento psicologico (nonostante le frasette riassuntive) è tanto più eclatante se si considera che il romanzo è ambientato in una clinica psichiatrica, che Claire è alle dipendenze dello psichiatra direttore dell’istituto e che alla fine, quando smetterà il velo, inizierà a studiare anche lei psicanalisi. L’autrice dichiara zelantemente di aver svolto serie ricerche psicologiche per scrivere questo libro, ma senza voler negare il suo zelo di studentessa, salta all’occhio la sua scarsa capacità di trasmettere le sue riflessioni in materia di psicologia al lettore, che non vadano oltre il fatto che i massaggi aiutano l’espressione dell’inconscio e altresì l’ipnosi. Inutile affondare il coltello nella piaga dicendo che in un aggettivo del già citato Manzoni c’è più sottigliezza psicologica che in questo romanzo ambientato agli esordi della psicanalisi.
Un’altra cosa che contribuiva alla mia distanza emozionale da questo libro è il fatto che Pierre, l’oggetto dell’amore della nostra protagonista, non è altro, appunto, che un oggetto: un soldato che, a causa dei traumi di guerra, è in una specie di coma e che, portato nel manicomio, si risveglierà alla fine grazie ai massaggi di Claire. Ora, un paio di cose mi suonavano astruse: 1, che un malato nelle sue condizioni venisse portato in manicomio, invece che lasciato a crepare in un qualsiasi letto d’ospedale; 2, che il primario della clinica psichiatrica, il suo aiuto, altri psichiatri, Claire e altre infermiere dedichino tutta la loro giornata (o quasi) appresso a questo malato, quando penso che, nella realtà, gli sarebbero state dedicate molte meno attenzioni; 3, che Claire si innamori di un uomo in coma, praticamente solo perché è bello fisicamente. E ho capito che vedere un bell’uomo possa fare comunque effetto, ma innamorarsi? Decidere di non fare la monaca per uno con cui non si è mai parlato? E questi punti magari potevano anche essere utilizzati quali spunti per la riflessione psicologica di cui sopra, invece niente. Il fatto che Pierre sia incosciente viene risolto, a livello narrativo, con il fatto che comunque emette delle frasi, e che sotto i massaggi di Claire, le sue funzioni mentali si risvegliano, e così metà del romanzo racconta, in corsivo, quello che Pierre pensa nel suo sonno obnubilato; che magari è pure la parte più scorrevole e interessante del libro, se non altro perché permette di scoprire che il più grande amore di quest’uomo era il ragazzino di cui era il precettore, sebbene per schivare accuse di pederastia, l’autrice si inventi che egli abbia avuto una relazione con la madre del ragazzino. Ma per tornare alla nostra trasgressione, immaginatevi il livello di pruderie che può avere un’infermiera che si innamora del suo paziente in coma; e il fatto che ella sia solo una novizia, manco una suora che ha già preso i voti, toglie un po’ il succo al tutto.
Il senso di fatica della lettura è accresciuto da altri due fattori. In primis, il fatto che, per cercare di movimentare una struttura che altrimenti sarebbe solo: Claire va a fare il massaggio a Pierre pensando “Quanto è bello” – Pierre ricorda l’amato Mathieu – Claire finisce di fare il massaggio tormentandosi con le mille domande sconosciute, l’autrice inserisce alcuni altri personaggi, senza però degnarsi di informarci su chi siano. Per esempio, nella seconda metà del libro Claire va a fare visita a tale Escudier, malato grave di qualche malanno. Sarò distratta, ma non ho mai capito chi fosse questo Escudier. Un nome e basta, giusto per cercare di apportare del movimento, ma senza risultato. Tra i personaggi secondari quella più riuscita è l’energica infermiera Claude, che almeno sembra una persona sensata.
In secondo luogo, la traduzione del libro è pessima, e lo si capisce anche senza avere davanti l’originale in francese. Che ne dite di “Uno scritto che, oltre ad essere ben scritto, mi offriva anche le radici storiche che andavo cercando” (p. 289)? Ci vuole tanto a trovare un sinonimo di scritto?
In definitiva, un romanzo di grandi ambizioni – in Francia ha vinto anche diversi premi letterari – ma che non riesce ad essere né profondo né coinvolgente, mancando, d’altro canto, di quella scorrevolezza che ci si aspetterebbe da un prodotto del genere.  
postato da: cabepfir alle ore 27/02/2009 15:43 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: libri
mercoledì, 04 febbraio 2009

de critica

Nelle ultime settimate della mia scrittura di tesi - tra parentesi, ringrazio tutti quelli che mi hanno inviato l'in bocca al lupo! La tesi è stata deibitamente consegnata lunedì :) - per cercare un po' di distrazione, sono andata sovente a leggiucchiarmi il blog di recensioni fantasy della Gamberetta, di cui avevo già postato il link qui. Alcune cose scritte da lei sono molto divertenti, altre meno, il tono predicatorio che adotta in certe occasioni mi sembra fuori contesto, in particolare quando, come nell'ultimo post, detta regole su come si scrivano le recensioni. Anche perché una cosa bella della rete credo sia la libertà che dà a ognuno di far udire la propria voce, senza restrizioni, e che inoltre, fermo restando il fatto che in rete si trovano cose scritte in maniera serissima, una cosa è - per esempio - lo studio che Gilbert & Gubar dedicano a Jane Eyre, una cosa la recensione che un lettore fa della sua lettura personale. Nella mia personale recensione posso anche scrivere che Rochester è uno strafigo e che St. John avrebbe fatto meglio a sposare Rosamond invece di rompere le palle a Jane, ma se invece devo scrivere un saggio accademico, non è che non possa dire più o meno le stesse cose, ma le dovrò dire con un altro linguaggio.

"In Jane Eyre, Charlotte Bronte cerca di realizzare un tipo di personaggio maschile giudicato desiderabile dalle donne perché incarna l'ideale del bel tenbroso di ascendenza byroniana ecc ecc"

"Attraverso il personaggio di St. John, Charlotte Bronte desidera presentare un tipo di mascolinità opposta a quella di Rocherster per dimostrare che neppure il ribaltamento delle caratteristiche sessualmente libertine di Rochester nella repressione bigotta di St. John possa essere accettato dalla protagonista come confacente alle sue esigenze, fisiche e spirituali" ecc. (su St. John, intanto, potete vedere questo e quest'altro saggio).

In ogni caso, le parole di Gamberetta mi hanno spinto a considerare il problema delle competenze quando si scrive. Vorrei allora fare degli esempi personali.

A. Letteratura. Sono ormai anni che mi dedico allo studio della letteratura. Ciò significa che in alcuni campi ho ormai una qual certa esperienza (tipo il poema cavalleresco, anche se non è esattamente il genere del momento), altre cose non le leggo per non interesse, altre perché non mi piacciono, altre perché vorrei ma non ho il tempo di farlo. Come lettrice in genere sono lenta e, rispetto ad altre persone che conosco qui su splinder, riesco a leggere in un anno molta meno narrativa. Negli ultimi mesi, ad esempio, con la tesi per lo mezzo, non ho letto affatto.

Ora, benché io stia - se Dio vuole - per conseguire un dottorato di ricerca in letteratura, questo non significa che la mia recensione di un libro di narrativa che scrivo qui sia più valida di quella di altre persone. Non è che il libro dia a me più emozioni di quante ne ha date a un altro lettore. Io però dovrei aver studiato di più il meccanismo su cui si struttura un libro e dovrei essere in grado, applicandomi, di spiegare perché un libro suscita determinate emozioni. Questo almeno nei miei studi accademici. Il critico letterario dovrebbe riuscire a far vedere agli altri cose nascoste in un'opera che gli altri non avevano visto. Per esempio, per tornare a Gilbert & Gubar: la loro analisi di Jane Eyre parte con la prima scena del libro, in cui la piccola Jane è rinchiusa dalla zia nella stanza rossa. Io, leggendo Jane Eyre, non avevo mai dato un particolare peso a quella scena, non ero stata in grado di leggervi niente di particolare. Invece G&G - perché hanno letto il libro più volte, perché hanno letto a loro volta più materiale critico su JE, perché stavano andando a cercare una cosa specifica, perché hanno avuto un'intuizione geniale ecc - riescono a vedere, e a far vedere al loro lettore, come quella scena contenga già la prefigurazione della vicenda di Jane.

Moltissimi studi di letteratura non sono al livello di The Madwoman in the Attic, o di Mimesis, o di Poesia come retorica di Ezio Raimondi. Tuttavia, il loro scopo è più o meno sempre quello: spiegare il testo perché gli uomini capiscano come funziona la creazione letteraria di altri uomini.

Però, se io voglio andare a leggermi Jane Eyre perché non l'ho ancora letto, non inizierò leggendo The Madwoman in the Attic. Probabilmente andrò su anobii o su amazon e leggerò i commenti degli altri lettori. Da questi mi farò una certa idea nella mia testa, e poi, anche nell'eventualità in cui i commenti fossero tutti negativi, se il libro mi interessa me lo andrò a comprare comunque.

B. L'opera d'arte. Tutti i lettori di questo blog sapranno che io disegno e dipingo (quando posso)(anzi ora dovrei proprio mettermi a fare dei disegni per una mostra). Sono ovviamente anche un'amante dell'arte, fin da piccola ho sfogliato rapita i cataloghi dei musei, e mi ricordo che alle elementari tentai di copiare la Venere allo specchio di Velazquez (!). Tuttavia, non ho mai avuto un particolare interesse per lo studio dell'arte. Diventare il critico d'arte non mi ha mai interessato. E quando leggo le spiegazioni che gli esperti danno dei quadri, resto spesso stupita. Anche perché una delle cose che interessa di più a me è la tecnica. Mi piacerebbe tanto sentire una spiegazione del tipo "Velazquez usava una tavolozza in cui metteva rosso, giallo, verde e bianco. Per fare la pelle, prima stendeva uno strato di verde e rosso, poi lasciava asciugare, e dopo una settimana passava uno strato di giallo. Lasciava asciugare, e dopo una settimana ricominciava daccapo". Invece quello che vedo soprattutto in giro è "Venere cela lo sguardo allo spettatore perché l'amore può essere solo riflesso in uno specchio, simbolo barocco della duplicazione del sé. Davanti all'occhio del pittore la realtà si duplica in una versione reale e in un'illusione, e mentre la verità volta le spalle, l'illusione ci guarda dalla superficie dello specchio ecc".

Qualche tempo fa, la mia cara Silvia ha pubblicato sul suo blog l'interpretazione araldico-simbolica del ritratto della famiglia di Tommaso Moro di Holbein (link). Io resto stupefatta nel leggere cose del genere, perché se lo guardo io, il massimo che noto è la lunghezza dei nasi delle donne. Invece il critico riesce a leggere dei doppi sensi francesi nella posa dei personaggi. Chapeaux.

C. I film. Tanto tempo fa, quando preparavo l'esame di Storia e critica del cinema, ogni volta che vedevo un film non potevo fare altro che scinderlo mentalmente: "piano americano, ralenti, fluo, carrellata, gru" ecc. Poi, per fortuna, è passata. Quando scrivevo recensioni di film qui con una certa frequenza, mentre vedevo il film al cinema non facevo che pensare a come l'avrei commentato. Alla fine questo fatto di pensare alla recensione mi toglieva il gusto di immergermi nella storia.

D. La musica. Non ho alcuna competenza musicale. Non so leggere le note in uno spartito, ho difficoltà a riconoscere il suono dei singoli strumenti, non sarei mai in grado di dire "e qui è il suono dei quattro ottavini che sottolinea il dolore straziante dell'eroina". Il mio apprezzamento della musica passa quindi tutto dal punto di vista emozionale. L'abitudine all'ascolto dell'opera mi permette di notare se un cantante canta male, ma non saprei spiegare perché né sono assolutamente in grado di scrivere di musica in maniera decente, di conseguenza lo faccio pochissimo. Ma non credo che questo mi levi il diritto, se volessi, di scrivere un giudizio sintetico di un disco appena comprato.

Ieri sono andata per la prima volta al San Carlo restaurato. Hanno aumentato le luci, adesso è tutto molto più contrastato. Le luci sono più bianche, i tendaggi rossi più scuri, mentre prima era tutto più ovattato. L'unica cosa che non mi è piaciuta del restauro è stato il palco reale: prima mi sembrava avesse una tonalità più azzurrina, ora più violacea.

L'opera messa in scena era il Peter Grimes di Benjamin Britten. Messa in scena stupenda per un'opera alquanto disturbante. Lo spettacolo in sé era di prima categoria - direzione degli attori, orchestra, voci dei cantanti, in particolare il protagonista, Brandon Jovanovich, mostruoso nella sua capacità di mutare registri in una parte che prevede l'urlo un minuto e il minuto dopo un tenorismo madrigalesco - ma il testo è indigeribile, una pesantezza e un'angoscia!

postato da: cabepfir alle ore 04/02/2009 11:44 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: libri, disegno, lo schermo e la scena, opera house
lunedì, 19 gennaio 2009

Rubo questo link al lj della mitica pojypojy, ma mi sembrava d'obbligo: http://fantasy.gamberi.org/

Andate e ridete.

postato da: cabepfir alle ore 19/01/2009 18:40 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: libri, delirio
venerdì, 22 agosto 2008

Bosworth 2008

Questo è il disegno che ho fatto durante il viaggio riccardiano e che ho lasciato a Sutton Cheney, accanto all'iscrizione per Riccardo. Ho fatto solo una foto all'ultimo minuto, senza neppure stare a controllarla, ecco perché l'immagine è così sfocata. Spero che il disegno stia ancora lì, che non sia stato buttato e/o che nessuno se lo sia preso.

A Bosworth si incontrano fan riccardiani e sporadici fan dei Tudor alla ricerca delle loro origini, più una marea di ragazzi delle medie e delle superiori portati lì in visita scolastica. Gli archeologi e le guide non si sbilanciano: sono lì per determinare quale sia stato il vero sito della battaglia, se Ambion Hill o Redemore Plain o se ancora più ad ovest, e se davvero Northumberland sia stato impedito dal bosco, da un ruscello o da qualsiasi altro oggetto fisico ad arrivare al soccorso di Riccardo, oppure se sia stato un vero tradimento. A me lì veniva da piangere, anche se quello che si vede è soltanto un prato graziosamente tagliato e incorniciato da cespugli. La famosa bandiera che garrisce al vento non la si può toccare né raggiungere, perché è nel mezzo di un campo seminato.

In occasione dell'anniversario, ho deciso finalmente di mostrarvi l'immagine da cui è partito tutto:

La freccia nera - Gianni De Luca

È questa vignetta di Riccardo sofferente, disegnata dal mitico Gianni De Luca per la riduzione a fumetti della Freccia nera di Stevenson, che mi ha convertito una volta e per tutte al riccardianesimo. Ecco la sua presentazione a Dick Shelton (clicquez pour enlarger):

*****

Ma oggi è anche il compleanno del figaccione riccardiano, aka Richard Armitage. In suo onore, ecco come viene rappresentato il personaggio di Guy di Gisborne in un'altra riduzione a fumetti del Giornalino, Robin Hood di Fabio e Stelio Fenzo:

Robin Hood di Stelio Fenzo

Non esattamente ciò che suscita il nostro nasone preferito, eh? Con quei due ciuffi in cima alla testa, uno da un lato e uno dall'altro, il Gisborne di Fenzo sembra una specie di elicottero pronto al decollo. E anche il suo carattere poco si discosta da quello di un arrogante prepotente che si crede un crante cuerriero mentre non sa neppure com'è fatta una spada. Robin Hood lo fa fuori senza rimpianti del lettore:

Robin Hood di Stelio Fenzo

(stendiamo un velo pietoso sulle ultime puntate della serie televisiva con Armitage, vi prego).

 

postato da: cabepfir alle ore 22/08/2008 14:39 | link | commenti (10) | commenti (10)
categorie: libri, foto, disegno, fumetto, riccardo iii
giovedì, 14 agosto 2008

slash onirico (cont.)

Nella puntata precedente abbiamo parlato di letteratura inglese.

Anche la letteratura italiana, però, non scherza.

Inoltre ho scoperto che TT probabilmente era gay, il che mi ha rivoluzionato la vita. [link]

postato da: cabepfir alle ore 14/08/2008 23:21 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: libri, disegno, studio, ricerca
giovedì, 07 agosto 2008

slash onirico

Christopher Marlowe

La letteratura inglese fa male.

Stanotte ho sognato un film (sogno sempre film) in cui il giovane Shakespeare (per gli amici Shaky), un bambino di colore di circa 10 anni, era coinvolto in strani traffici dei gangster ammericani che volevano farlo cantare nei loro locali (Shaky bambino aveva una bellissima voce). Ma poi la polizia lo salvava e lo mandava in una casa famiglia insieme al giovane Christopher Marlowe (foto) e un altro bambino, biondo, delicato e chiaramente effeminato.

Seconda parte. Shaky, Marlowe e il biondino hanno ormai circa vent'anni, Shaky non è più di colore, e sono tutti ostaggi in un grande castello (non ho idea del perché). Marlowe ha raggiunto la testa di tutte le classifiche intercontinentali come sciupafemmine e Shaky viene immediatamente dopo. Il biondino (avete presente Draco Malfoy? ecco, coi capelli più lunghi) fa più o meno da cameriere a Marlowe. Shaky, che cerca vari modi per evadere dal castello, ad un certo punto ha l'illuminazione della sua vita: il biondino è innamorato di Marlowe e il giovane Chris, dietro tutta la sua dongiovannagine, nasconde una latente omosessualità. A questo punto Shaky si mette di guzzo buono per far cadere il biondino nelle braccia di Marlowe e alla fine ci riesce. Seguono varie scene di bondage in cui Marlowe lega il biondino ad una parete e gli gira intorno provocandolo (non sono sicura che avesse una frusta o meno), e il biondino per tentare di liberarsi si ingroviglia sempre più nelle funi con pose sensuali.

Poi mi sono svegliata.

La letteratura inglese fa male.

postato da: cabepfir alle ore 07/08/2008 20:22 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: libri, persone, varia
giovedì, 12 giugno 2008

Il circolo del mercoledì

Valeria aka Isabelle Tostin ha fondato un nuovo blog, Il circolo del mercoledì, dove io, lei, Harion e Zeruhur pubblicheremo le nostre recensioni dei libri che abbiamo scelto per leggere in comune.

Il primo libro scelto è stato Schiavo d'amore, di William Somerset Maugham. Potete leggere qui la prima recensione di Valeria e di seguito ricopio la mia.

Schiavo d'amore

Il titolo italiano del primo romanzo importante di Maugham fa pensare ad una torrida storia di amore fatale, ambientata in una località decadente come la Venezia fin de siècle in un ipotetico romanzo di Gabriele d’Annunzio. Il titolo originale (Of Human Bondage), molto bello nella sua semplicità, lascia immaginare un pacato trattato di uno stoico che si è liberato delle passioni terrene per la contemplazione delle verità celesti.
Schiavo d’amore non è nulla di tutto questo. È la storia di un uomo mediocre, Philip Carey, i cui interessi nella vita sono, per parafrasare un passo dei Fiumi della guerra di George RR Martin, rimuginare sui presunti torti subiti e prendersela con le donne che hanno la sventura di incontrarlo. I torti subiti sono l’essere affetto da un piede equino (che continuo ad ignorare cosa sia), l’essere orfano ed essere stato allevato dallo zio prete, un uomo gretto e del tutto privo di immaginazione. Il nostro Philip non è che di immaginazione ne abbia granché di più, ma soprattutto gli manca una qualsiasi forma di risolutezza. Da adolescente, in conseguenza dell’educazione ricevuta, sviluppa una qualche parvenza di sentimento religioso, ma poi rifiuta di entrare in seminario e va invece in Germania a studiare il tedesco. Non si capisce a cosa gli serva l’esperienza. Tornato in Inghilterra, entra come contabile in una ditta. Manco questa cosa gli va molto a genio, quindi, ricordandosi che da bambino aveva fatto degli acquerelli come l’80% della popolazione occidentale, si convince di essere dotato di un grande talento artistico e va a Parigi per imparare il mestiere del pittore. Dopo due anni capisce che non sarà mai Michelangelo e, con uno spirito eroico pari a Costantino V che fece il gran rifiuto, torna a Londra e si mette a studiare medicina. Logico e lineare, no? Dopo un paio d’anni di università va in bancarotta e gli tocca, somma sventura, lavorare in un grande magazzino. Ma poi, ricevuta l’eredità alla morte dello zio (gretto e meschino, così differente da Philip), si laurea e, per la sventura dei suoi pazienti, inizia ad esercitare il nobile mestiere di Ippocrate.
L’incostanza che Philip dimostra nelle sue esperienze lavorative e verso la propria filosofia di vita (da fervente cristiano Philip si fa prima miscredente, poi ateo, infine capisce la grande verità che nella vita non c’è significato), non intacca invece i suoi rapporti con le donne, dominati da un’unica, costante nota di sottofondo: il profondo disprezzo che Philip prova per esse e il suo bieco maschilismo. Schiavo d’amore è il libro più maschilista che io abbia mai letto. Nonostante tutte le sue proteste, Philip continua a sentirsi parte della classe sociale dei gentleman, eppure mai cerca una donna della sua stessa classe, mai cerca una compagna da trattare da pari a pari, una che consideri al suo stesso livello intellettuale (Philip crede di essere dotato di profonda cultura ed intelligenza). Le sue esperienze invece sono prima con un’istitutrice, poi con una pittrice innamorata di lui che si suicida per povertà, poi con una vedova scrittrice di romanzetti da quattro soldi, quindi con una cameriera (Mildred, la presunta femme fatale del romanzo) e infine con una ragazzotta del borgo che gli ha dato la sua verginità (l’unica) e che lui sposa. Di fronte a questo, Philip cerca invece sempre di stare al centro di un contesto omosociale al suo stesso livello: Philip cerca l’approvazione degli altri uomini, e ha sempre infinitamente più rispetto dei suoi amici maschi di quanto ne abbia per le sue donne. Non che, naturalmente, il romanzo proponga quello che Philip fa come la regola generale di comportamento: anzi, ho il sospetto che spinga il lettore proprio a trovare tutte le crepe nel comportamento di Philip, e soprattutto a riconoscere a quale assurdo livello fosse arrivato il maschilismo ottocentesco, che fa sì che Philip consideri naturale ricercare l’amicizia di uomini al suo stesso livello e l’amore di donne inferiori. Schiavo d’amore credo in realtà che smascheri proprio come, adattandosi all’amore di donne inferiori, Philip sia diventato inferiore anche lui.
Il concetto di donne inferiori e uomini superiori lo troviamo anche nel Velo dipinto, però da una prospettiva inversa. Mentre in Schiavo d’amore il punto di vista è sempre quello di Philip (tranne alcune frasi che il narratore presenta dal pdv di altri personaggi e che suonano strane per questo), il pdv nel Velo dipinto è quello della donna inferiore (Kitty) che ha sposato un cosiddetto uomo superiore, Walter Fane. Ovviamente il lettore ci metterà poco a scoprire che il cosiddetto uomo superiore è in realtà uno schifo ambulante e che Kitty la vince su tutti i piani.
Ma il Velo dipinto è un romanzo che supera in tutti i sensi Schiavo d’amore: è scritto meglio, è più stringato, più chiaro, si impantana meno in pagine inutili. Schiavo d’amore risente troppo del fatto di essere per metà un libro autobiografico, è appesantito da quella che doveva essere la difficoltà dell’autore a distaccarsi dagli avvenimenti della sua stessa giovinezza mettendoli in forma romanzesca. Come il suo protagonista, è un romanzo goffo, che si legge senza difficoltà, ma senza neanche troppo interesse. Non è uno di quei romanzi che ti tengono inchiodato, pagina dopo pagina, perché devi sapere cosa succede dopo.   
Il finale dell’opera, poi, è una collezione di stereotipi del romanzo ottocentesco: trascinato dall’incontrollabile sua sensualità (perché secondo il double standard la sensualità dell’uomo è naturale e naturalmente incontrollabile, quella della donna è innaturale e va controllata) Philip svergina la figlia maggiore del suo mentore Athelny (una delle tante figure finto-paterne di cui il protagonista si circonda), Sally, e poi le offre un matrimonio riparatore, dato che ormai è diventato un medico e, con la conquista della riconoscibilità sul piano delle relazioni sociali maschili, può anche concedersi un matrimonio che gli doni rispettabilità. La cosa più disgustosa sono i commenti di cui è circonfusa la promessa sposa: tutte similitudini vegetali, per lo più, che tramutano Sally in una sorta di dea pagana (altra tipica idea ottocentesca, quella della dea pagana che si trasforma in donna e accalappia un uomo mortale) della fertilità e della natura. Quanto alla relazione con Mildred, è quasi inimmaginabile il grado di abiezione cui scende Philip, che si rifiuta di avere rapporti sessuali con questa donna perduta che è stata già di altri, mentre cerca disperatamente di salvarla da se stessa, di fare papà Germont con la Traviata. Maschilismo 100% doc. Alec d’Urberville acquista sempre più in altezza morale al confronto di questi grand’uomini da quattro soldi.
postato da: cabepfir alle ore 12/06/2008 21:19 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: libri
martedì, 13 maggio 2008

a giorno

Vi sarete resi conto da soli che da un paio di mesi, questo blog un tempo famoso per le sue caustiche e mordenti recensioni di film, manga e libri non pubblica più nemmeno uno straccio di valutazione neppure su uno spazzolino da denti :-/ Mi dispiace. Il mio cuore è abbastanza lontano dalle recensioni in questo momento. Per circa tre anni, ho letto manga e visto film pensando alla recensione che ne avrei fatto qui. La cosa si stava facendo pesante. Mentre ero ancora nel buio della sala cinematografica, o mentre sfogliavo le pagine di un fumetto cercando di non piegarne la copertina, mi venivano in mente le frasi che poi avrei trascritto qui. Il fatto di dover poi recensire una cosa stava prendendo il sopravvento sul puro piacere di leggere o vedere una cosa così, senza secondi fini.

Inoltre, in questo momento la mia attenzione è occupata da ben altre cose:

  1. la mia tesi di dottorato (e sto ancora a scrivere il paragrafo sul De mulieribus claris;
  2. Le cronache del ghiaccio e del fuoco, per cui continuo a sfornare disegni:
  3. Asanor e tutti i nuovi personaggi che stanno sorgendo attorno a Pieter.

Ecco le nuove illustrazioni per Il trono di spade:

Il tempio di Baelor - Arya POV

Il tempio di Baelor - Ned POV

Non che io abbia smesso di leggere manga, libri o vedere film. Solo che per un po' di tempo, probabilmente, non ne sentirete più parlare su queste pagine, a meno di qualche breve ricapitolazione frettolosa. In Francia avevo già letto gli ultimi numeri di Nana (in Italia è appena uscito il n. 33), e Sigune mi ha fatto leggere a casa sua il nuovo tankobon di Vagabond (in francese sono già avanti di un paio di numeri rispetto a noi). È uscito anche il nuovo numero di Blood Alone, in cui per fortuna l'autore sembra essersi sbarazzato dall'ectoplasma di Wataru Yoshizumi che l'aveva posseduto durante il n. 4. Prima che partissi per la Francia, era appena uscito un nuovo numero dell'Immortale che da solo ripagava tutta la noia del ciclo della prigione (con nuove scene Makie/Anotsu! Yay!). E ora è uscito Cantarella, un nuovo manga su Cesare Borgia da cui straborda morbosità e slashità ad ogni pagina :-D

In Francia ho letto a scrocco, senza finirla, una nuova graphic novel di Guy Delisle, Cronache birmane, con cui si dimostra che quando un autore diventa troppo famoso e ha troppe pagine a disposizione, la qualità cala in maniera proporzionale. Mi sono annoiata talmente tanto che non ho manco finito di leggerlo, e sono andata alla Fnac 5 o 6 volte apposta per leggerlo :-/ Qui al Comicon, invece, ho preso Impeesa di Ivo Milazzo (grande Ivo! Mi ha fatto l'autografo e mi ha pure stretto la mano ^^), in cui il suo fantastico disegno è adattato ad una storia che definite colonialista è dire poco (ecco che al momento del bisogno il post-col risorge in me!) e La poesia uccide di Scornaienchi / Comandini (e m'hanno dato pure un disegno della Comandini in omaggio, per simpatia):

     

In Francia ho letto Stupori e tremori di Amélie Nothomb in una giornata (dà un'immagine del Giappone alquanto falsata). Adesso sto leggendo, in contemporanea: Schiavo d'amore per la sfida del mercoledì, La regina dei draghi (ASoIaF vol. 4) e De Profundis di Wilde. Ah, starei anche leggendo Gender Trouble di Judith Butler, ma mi sembra che lei i troubles ce li abbia nella testa, e che voglia solo scardinare una sovrastruttura per sostituirla con un'altra sovrastruttura.

Mi sono fatta mandare da Amazon pure The Madwoman in the Attic di Gilbert/Gubar e Between Men di Eve Kosofsky Sedgwick, giusto per completare la triade femminista :-)

Sono andata a cinema a vedere (in Francia) Crimini ad Oxford o Oxford Murders che dir si voglia e Disco, in Italia Questa notte è ancora nostra, Riprendimi, e proprio questo pomeriggio Mongol. Cercando di andare a vedere L'altra donna del re ho scassato la macchina (adesso riparata e rifunzionante ^^) e non sono mai arrivata a cinema.

Spero che sopravvivrete per un po' senza le mie recensioni, accontentandovi degli aggiornamenti artistici e dei miei terribili avatar.

postato da: cabepfir alle ore 13/05/2008 00:45 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: libri, manga, disegno, lo schermo e la scena, fumetto, asoiaf

Chi sono

Utente: cabepfir
Cecilia. 23/8/1981.

Links

Accio Brain!
Adele
Aidoc
Alessandro Rak
Alfredo Goffredi
Alison Bechdel
Ami Ami Prod.
Amnesty Italia
Andrea Scoppetta
Andrea Scoppetta (vecchio)
Barbarda Ciardo
Bastien Vivès
cabepfir su anobii
cabepfir su deviantart
cabepfir su flickr
Compalit
Craig Thompson
Daikon
Emilio Laiso
Experience Plus
Fabula. Recherches en littérature
fantasy gamberi
Francesca
gattosolitario
GG Studio blog
Gianluca Maconi
Gipi
Harion
il circolo del mercoledì
Izumi
Jo March
la riflessiva
Linda
lo spazio bianco
Luca Genovese
Lucio
Marco Castiello
Martina Cecilia
MF e compagnia bella
Morris
Nasubionna
Orpheus no Mado Encyclopaedia
Paco Desiato
Pandatrek
Panem
Perselus
Phylomache
pojypojy
queeniemab
Rak & Scop
ranocchia
Richard III Soc. America
Richard III Society
Sand
Sigune (1)
Sigune (2)
Silvia
Università Orientale
Université François Rabelais
Vacuum -
Vacuum-Music
Valeria
weatherman (vecchio)
westeros
WWF Italia
zeruhur

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte