Sono tornata ieri a casa dopo una settimana passata nelle biblioteche romane, ieri pomeriggio sono andata al Comicon, stanotte ho visto la premiazione degli Oscar, oggi ho fatto da segretaria agli esami per tutta la giornata e poi sono andata alla presentazione del nuovo film di Capuano, La guerra di Mario, alla Feltrinelli, e mi attendono lezioni per tutta la settimana... Sono un po' stanca! Per non trascinarmi appresso recensioni, comunque, darò un rapido accenno alle ultime visioni e letture.
Notte degli Oscar 2006. È stata una delle peggiori cerimonie che io ricordi, e sì che la vedo in diretta da una decina d'anni ormai (mamma mia!). Orribile il colore oro-verde di sfondo, di una pesantezza neoclassica che mal si adattava alla spregiudicatezza di fondo. È stata la prima volta in cui mi sono chiesta che ci stavo a fare a guardare una cerimonia che gli americani si cantavano e si suonavano per i fattacci loro. Mai come questa volta si avvertiva il flusso dei soldi al di sotto della macchina hollywoodiana, con tutti i loro appelli alla visione dei film al cinema e non in dvd. I filmati finto-promozionali erano insopportabili. Non parliamo poi del solito, pessimo salotto di Sky dove incredibilmente non si salvava neanche Luigi Lo Cascio, che fingeva di piangere per la sconfitta della Comencini (ma c'è qualcuno che credesse veramente nella vittoria della Comencini, in Italia?). Tre oscar a testa per Crash, Brokeback Mountain, King Kong e Memorie di una geisha: mai vista una distribuzione così equanime e monotona, che ovviamente esclude Woody Allen e l'altro grande film della stagione, Oliver Twist di Polanski. Sono stata contenta per la sconfitta di Brokeback Mountain, anche se tanto valeva non premiare Ang Lee (la sua regia è pessima) e dargli poi il film; mi ha stupito invece la vittoria della Witherspoon, che pure trovo adorabile, sulla Felicity Huffman, che in Transamerica deve aver dato una performance da paura. Quando Jack Nicholson, come sempre in prima fila a masticare gomme, ha annunciato "Crash" (di cui non so nulla, proprio nulla) come miglior film, pensavo stesse scherzando.
Tito di Gormenghast

Ho comprato questo libro senza preavviso, così, attratta dalla bella copertina (cosa inusuale per un Adelphi) con un acquerello di Victor Hugo, e leggendo dei piccolissimi stralci dell'interno, da cui mi ero fatta l'idea che fosse un libro umoristico. Eh sì, con dei personaggi che si chiamano Dottor Floristrazio, Lisca, Conte Sepulcrio de' Lamenti, Abiatha Sugna il cuoco, Cora & Clarice, Ferraguzzo, Agrimonio, Barbacane, signora Stoppa, Stoccafisso, Pentecoste il giardiniere, Fucsia ecc verrebbe naturale pensare che si tratti di un libro comico. E ce n'è tanta di ironia in questo romanzo, e persino pagine che fanno piangere dalle risate, ma non è per niente un libro comico, né una lettura "facile". È anzi un romanzo molto, estremamente acuminato, che mette addosso una sottile inquietudine, che ti lascia presagire, ad ogni pagina, il brivido di una tragedia imminente, di un atto irreparabile che rischia di far sbriciolare il mondo di Gormenghast in mille pezzi. Alla Feltrinelli è esposto tra i libri fantasy ma col fantasy non ha niente a che vedere: è più un romanzo filosofico che un fantasy. Ha un ambientazione fantastica, questo sì, ma da racconto fantastico dell'800 à la Hoffman, non alla mitologia fiabesca di un Tolkien o di un CS Lewis. La trama è molto semplice e, a dirla in due parole, di estrema banalità: Gormenghast è una cittadella arroccata sulla montagna omonima, sede immemoriale della stirpe dei conti de' Lamenti, arrivati al 76° discendente. Dietro una facciata di calma statica e di immobilità, nel castello si consumano intrighi, vendette, delitti e passioni. Il romanzo si svolge nell'arco di un anno, dalla nascita di Tito, alla sua proclamazione a conte all'età di un anno e due mesi. Proprio così: alla fine del romanzo il protagonista eponimo ha solo un anno e due mesi, e tutto quello che si deve svolgere, ancora non è stato risolto. E pensare che questo Titus Groan fu pubblicato dall'Adelphi nel lontano & mitico 1981, e che ora l'ha riproposto solo perché ha finalmente pubblicato la seconda parte della trilogia, Gormenghast! Non voglio pensare a quei poveretti che hanno trascorso gli ultimi 25 anni rosicandosi le unghie fino all'osso pensando alla continuazione della trama! Già io, fortunatamente leggendolo con già il seondo tomo sulla mia scrivania (che, quando scrivo queste righe, ho già iniziato), ho frenato a stento l'impulso di leggere più avanti per vedere come prosegue la storia. Sì, perché è un libro che ti prende nelle midolla, e tu devi sapere, devi sapere. Epperò nonostante questa forza magnetica, metterò comunque in luce i difetti che vi ho riscontrato. Circa un terzo, se non metà, delle pagine è dedicato a descrizioni di carattere meteologico o architettonico, condotte con uno stile forbitissimo e sceltissimo; e nonostante questi accumuli di descrizioni, la planimetria di Gormenghast resta sfuggente, misteriosa, e alla fine del libro mi ero scordata cosa fosse il Torrione delle Felci. Questa ridondanza descrittiva è bilanciata da una capacità di descrivere le emozioni quasi fulminea, per cui con pochissimi tratti, Peake riesce a dipingere il sorgere di un sentimento nei suoi personaggi, e soprattutto nell'incendiabile Fucsia, arrivando a momenti direi quasi di epifania, piccole perle di manifestazioni psicologiche. Di lunghezza è però affetta la parte quasi-finale con il duello di Sugna e Lisca, nonché tutte le pagine dedicate a Keda, nutrice di Tito (si capisce che queste pagine avranno importanza perché, presumo, Tito si innamorerà o comunque avrà a che fare con la figlia di Keda, sua sorella di latte, di cui non sappiamo ancora il nome). E senza approfondimento resta finora la morte del conte Sepulcrio, impazzito e assimilatosi ai gufi. I momenti di più poetico splendore sono quelli riservati a Fucsia, sorella quindicenne di Tito, e a Ferraguzzo, un ambiziosissimo arrampicatore sociale che cospargerà di sangue la sua scalata al potere; così come è davvero mirabile il modo in cui, con una frase soltanto, Lisca si trasforma in un Claude Frollo, che dal bosco medita su Fucsia che forse non vedrà più, o come Floristrazio spia Ferraguzzo che spia Fucsia, o come quest'ultima diventi donna in un attimo (che brutta espressione, ma non mi viene altro), indossando il rubino per il dottore.
È un libro eminentemente visivo; ad ogni rigo si percepisce con evidenza che Peake è un disegnatore, oltre ad essere uno scrittore e un poeta. In Gormenghast, seconda parte della trilogia, hanno accluso anche qualche sua illustrazione. Per la prima volta, forse, ho pensato di avere davanti anche un libro che deve essere letto ad alta voce. Sì, leggerlo ad alta voce ad una riunione collettiva, a bambini e grandi. Se pure la geometria del castello di Gormenghast non è chiara, i suoi personaggi si stagliano aguzzi come lance, ognuno visibile e staccato nello spazio, emergente dallo sfondo. Sono personaggi da disegnare, alti secchi e spigolosi, a penna o forse meglio ad incisione. Nella raffigurazione della contessa Gertrude circondata da centinaia di gatti bianchi, Peake riesce persino a farci vedere e sentire il brusio delle fusa.
Siriana

Un film indubbiamente difficile, dalla trama contorta, involuta, con personaggi e ruoli che si confondono tra di loro (alla fine del film non avevo ancora distinto tra loro due avvocati, tutti e due vecchi e coi capelli bianchi), ma non per questo meno godibile e, direi, necessario. Sono andata a vederlo a Roma, senza volontà di costruirci poi un discorso critico sopra: quindi non parlerò né degli interpreti, né della regia, né del montaggio. Le due p tre critiche che finora ho letto, quella su Film in TV e quella sul Sole 24 Ore della domenica, d'altronde, concordano nel descriverne l'ingarbuglio narrativo. Quel che vi posso dire è che è stato un film che mi ha fatto riflettere: non solo la mia attenzione non è mai scemata, ma l'ho visto addirittura con concentrazione. Siriana invita alla riflessione: sui rapporti internazionali, sulla situazione del petrolio e sul ricambio energetico, sulle relazioni tra potere, economia, corruzione, gestione delle notizie. Mette in scena molte cose, tra cui una lucida descrizione della formazione di un integralista islamico che, novello dirottatore della Locomotiva di Guccini, si va a schiantare contro una petroliera. È davvero un mondo messo male quello raffigurato in Siriana, dove la volontà del singolo soccombe alla logica dello spreco e della dilapidazione dei beni di organizzazioni più grandi di lui. La scena della tortura inflitta al personaggio di George Clooney, a cui strappano le unghie delle mani con una pinza, non mi ha fatto né caldo né freddo: vedi a cosa porta la lettura precoce di Berserk (
dove alla giovane prostituta Nina strappavano giusto un'unghia prima di confessare) a una ragazza per bene, mentre mia zia si copriva gli occhi e si turava le orecchie...
La trilogia della villeggiatura ~ Roma, teatro Eliseo fino al 12 marzo
È la prima volta che rivedevo Max Malatesta a teatro dal 2001/2002, penso, e certo non si ascrive tra le sue interpretazioni memorabili. Più che sua, la colpa è di una regia che forza il testo in una direzione che con Goldoni ha poco a che fare, accentuando la discesa verso un finale amarognolo e calcando sul pedale del melodramma. Da una commedia lieve, per quanto pur sempre una garbata critica ai costumi, ad un noir lugubre, ambientato in un edificio fatiscente, con tutti i personaggi in impermeabile nero sotto la pioggia battente, ce ne corre: qui passiamo da un'acerba primavera ad un inverno cupo, direi quasi ad un inverno del nostro scontento. Gli spettatori escono con l'amaro in bocca, e non si sa se Goldoni volesse, con Giacinta, arrivare al dramma oppure se Luca De Fusco ha sbagliato a calibrare la sua regia. Per il resto, Lello Arena è stato spettacolare, sia in calzoncini da mare con calzini bianchi al ginocchio e camicia hawaiana sia nella veste da camera dello zio Bernardino; bravissima Gaia Aprea, che, nonostante il gran sfoggio di gambe a cui la costringono, si cala con sofferta partecipazione nel suo ruolo; ottima Nunzia Greco nella parte della querula zia Sabina. Giovanni Calò (Ferdinando) sbagliava tutti i tempi. Cosimo Coltraro l'avevamo già visto in Amerika. Max Malatesta non sembra molto convinto del suo personaggio, Leonardo: è in parte solo durante il secondo atto, quando si può lasciare andare ad un atteggiamento di muta accusa nei confronti di Giacinta; altrimenti supplisce col nervosismo dei gesti ad un'identificazione mancata. Naturalmente non è che ci si possa identificare in Leonardo come in Costantin Gavrilovic, ma il pubblico se ne accorge lo stesso. Bellissime luci di Emidio Benezzi. La cosa più spiacevole è stata la pessima acustica del teatro Eliseo: eravamo al centro della platea, con una visione ottimale, ma non sentivamo nulla. Gli attori si sgolavano, Max tanto da arrochirsi, ma non c'era niente da fare, a meno di non far apparire magicamente dei microfoni che sembravano essere stati banditi ed esiliati quali rei.
