
Resto lì a lungo, la mano appoggiata al bordo della finestra, a fissare il punto in cui è sparita. Magari potrebbe accorgersi di avere dimenticato di dirmi qualcosa, e tornare indietro. Ma non torna. In quel punto rimane solo una specie di cavità invisibile che ha la forma della sua assenza.
È difficile condensare in poche parole un giudizio su Kafka sulla spiaggia. È un libro di cui ho sentito parlare molto prima di quando uscisse in Italia, sin dal momento in cui Amitrano sensei lo stava traducendo, e quindi all’incirca dal 2007. Una mia amica ne ha corretto le bozze, raccontandomi talvolta di alcuni dettagli del processo di traduzione. Poi, da quando è uscito, l’ho letto due volte. La prima volta all’inizio del 2008, lettura interrotta a poche pagine dalla fine perché lo lasciai in Italia quando partii per la Francia; la seconda volta quest’anno, finalmente finendolo. Rileggerlo non mi ha annoiato né me ne ha fatto avere, sostanzialmente, un giudizio diverso. Mi ha fatto solo comprendere meglio il sostrato di pensiero buddista che giace sotto molte delle riflessioni compiute dai protagonisti, e mi ha fatto notare meglio la compresenza di riferimenti alla cultura occidentale e a quella orientale, che è uno dei punti fissi di Murakami. Quasi tutte le citazioni che si trovano all’interno di questo libro (escluse alcune importanti eccezioni) rimandano alla cultura occidentale: la musica ascoltata dai personaggi, i libri letti, le misteriose incarnazioni di figure pop (Johnnie Walker, il colonnello Sanders), mentre la base filosofica è perlopiù di matrice orientale, e in particolare, mi sembra, buddista, con i riferimenti alla vacuità, all’impermanenza, al flusso. Le importanti eccezioni sono costituite dal richiamo al Genji monogatari, il capolavoro assoluto della letteratura giapponese, e in particolare all’episodio dello spirito tormentatore scaturito da una persona vivente, e da Natsume Sōseki, su cui i personaggi discutono.
Da un lato, è un classico romanzo di formazione, che prende l’avvio dal più classico dei problemi di origine: il complesso di Edipo. Il protagonista, che si fa chiamare Tamura Kafka, uccide suo padre e giace con sua madre e con sua sorella. Non adempie a questi atti in maniera diretta (tranne in un caso), ma attraverso intermediari che ruotano attorno a lui costituendo, nel caso di Nakata, dei filoni paralleli alla sua storia. Nakata, appunto, un vecchio la cui mente è stata alterata da un misterioso episodio infantile, è colui che gli uccide il padre; la sorella (ma davvero sorella?) viene penetrata in sogno, mentre un’altra sorella (d’adozione) è ritrovata nel mitico bibliotecario Ōshima, transgender FTM; la madre (ma davvero madre?) è amata attraverso la sua apparizione di quindicenne. Dopo essere passato attraverso la maledizione d’Edipo, Kafka è pronto (ma davvero pronto?) per vivere la sua vita. “Ma non ho ancora capito che cosa significa vivere”, dice proprio nell’ultima pagina. “Guarda il quadro. Ascolta il rumore del vento”, risponde Ōshima, in quella che è una meditata accettazione delle stranezze del reale.
E stranezze del reale ce ne sono a bizzeffe in questo testo: attorno al nucleo edipico girano misteriosi addormentamenti di bambini durante la seconda guerra mondiale, camionisti che iniziano ad apprezzare il Trio dell’Arciduca di Beethoven, prostitute da urlo che citano Hegel mentre praticano la fellatio, gatti che parlano, una pietra dell’entrata (verso che cosa? La propria coscienza? Il mondo dei ricordi? In ogni caso, se è aperta va richiusa, e dunque meglio non aprirla), sgombri e sardine che piovono dal cielo, e chi più ne ha più ne metta. Detta così sembrerebbe un romanzo fantastico. Non lo è, o meglio gli elementi fantastici non sono usati in termini di evasione bensì di metafora sul reale che è sullo stesso piano del reale stesso.
Nessuno di questi elementi fantastici, o dei misteri, viene spiegato. Neppure la pietra dell’entrata, oppure l’incidente che ha fatto di Nakata un uomo con un’ombra che è densa la metà delle ombre normali. Come dice la mia amica Gala, neppure tutte le parole del mondo – e il romanzo contiene un livello di dettaglio, nelle descrizioni e nel linguaggio, incredibile – possono spiegare il nucleo, l’insondabile. Come dice Ōshima, guarda e ascolta. La decifrazione seguirà quando sarà necessaria.
Kafka sulla spiaggia è un libro dentro cui si abita. Una volta che ci si entra dentro, si attraversa un viaggio esattamente come i due protagonisti, Kafka e Nakata (e poi il camionista, Hoshino), e alla fine, forse, si è imparato a guardare il quadro – che in questo caso è anche l’esperienza estetica vs. l’ermeneutica – senza porsi domande, ma solo godendo del passaggio.
un morceau dal Trio dell'arciduca di Ludwig van.