Sto vergognosamente trascurando questo blog. Giusto per non dire che a giugno ho scritto un post solo, vi mostro un po' di ultima roba:
Miriel e Naide.
Scena da pullman. Io e la chiarezza non ci conosciamo.
Ho partecipato al concorso Illustrissimi e una mia illustrazione è stata selezionata! Spero di darvi maggiori informazioni in seguito. Comunque, il tema della mostra era "Fuoco" e dopo aver finito le tre illustrazioni per il concorso, mi è venuta in mente un'altra immagine, quella di una ragazza i cui capelli prendevano fuoco. L'illustrazione che è venuta è poi molto diversa da quella che c'era nella mia testa (molto più scura e pastosa, in cui le ciocche-fiamme dovevano risaltare di più).
Jaime e Cersei litigano. Un'ennesima fanart per Le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George RR Martin.
Alla prossima! (e forza Ferrero).
Hiroshige - Roma, Museo Fondazione Roma, prorogata fino al 13 settembre
Appena entrati nell'elegante allestimento della mostra sul grande maestro Hiroshige, accolti da svettanti hostess in microkimono che insinuano un sottile tono da Yoshiwara, si passa attraverso una sala introduttiva decorata con un giardino zen (con piante finte) e rischiarato da un raffinato sistema di luci che passano soavemente dall'alba al tramonto, mentre cinguettii di uccelli e fruscii di seta danno l'ultimo tocco di giapponesità. La mente entra subito in uno stadio più elevato, di contemplazione distaccata eppur partecipata, e considera come il giardino giapponese, con le sue forme contenute, punti a farsi comprendere dallo spettatore per via di sintesi, mirando ad essere riprodotto per intero, nell'insieme delle sue parti, nella mente dello spettatore contemplante. Poi si arriva alla prima sala, e questo clima zen viene bruscamente interrotto.
Da un lato, un gruppo di vegliarde chiassose ricorda a voce alta tutte le mostre a cui hanno partecipato durante la loro pensione. Le hostess fluttuanti, che mai cercano di zittire i visitatori rumorosi, più tardi mi inviteranno ad uscire dalla stanza quando mi squilla il cellulare e cerco di spiegare in un sussurro all'interlocutore di trovarmi ancora alla mostra. Le vegliarde bastano perché riaffiori una mia vecchia tendenza, l'odio assoluto per i visitatori dei musei che parlano. Ma le vegliarde non sono il peggio: parlano dei fatti loro, non commentano le opere esposte. I commentatori ignoranti o inappropriati sono quelli invece che riescono a farmi imbufalire come poche altre cose. Sono ancora nella prima sala quando giunge una signora con il suo compagno. Appena entrata, senza quasi neanche guardare l'opera esposta, esclama (sempre a voce alta): "Che colori!" (il che rientra nei commenti sgradevoli di tipo 1: banalità colossali, come dire "che bello", "bellissimo", ecc). Poi tenta di spiegare al suo compagno l'influsso del giapponismo nella produzione artistica occidentale di inizio '900, dicendo testualmente: "Il liberty si chiama liberty perché viene dal Giappone". Ora, so che la signora voleva dire quanto il Giappone abbia influito sullo sviluppo del liberty. Ma qualcuno mi sa trovare un motivo per cui linguisticamente la parola liberty dovrebbe avere a che fare con l'arcipelago nipponico?
Ora, su altri aspetti dell'umano consesso sono molto tollerante. Ma il commentatore ignorante delle mostre è al di sopra delle mie capacità di sopportazione. Con tutto il rispetto per la libertà di espressione, vorrei che fosse proibito per legge di parlare durante la visita ai musei, rovinando l'esperienza estetica delle altre persone. Guardate, non parlate. I commenti li farete quando uscite. E se proprio non riuscite a trattenere un commento, almeno fatelo a un volume inferiore a quello che serve ai quartieri spagnoli per chiamarsi da una parte all'altra del vicolo. Ricordo ancora con la pelle d'oca una mostra su Gauguin al Vittoriano, immersa tra i commenti di gente che sapeva dire solo "Bello", "Bellissimo", "Che bello", e poi non guardava neppure le pennellate.
In ogni caso, le mie stesse modalità di vedere una mostra sono servite a liberarmi dei commentatori inopportuni. Mentre io mi soffermavo ancora nella prima sala, la signora e il suo compagno erano già arrivati alla fine della mostra, immagino sempre tra analoghi cincischiamenti. Questo distanziamento cronologico mi ha permesso di godermi il resto dell'esposizione tra compagni più silenziosi e beneducati.
La caratteristica fondamentale che mi è parso di rintracciare nelle opere di Hiroshige è un avvicinamento alla perfezione, ottenuta soprattutto attraverso un dominio pressoché totale dell'equilibrio compositivo. La disposizione delle figure avviene con impressionante maestria lungo le linee diagonali, verticali e/o orizzontali, in una tensione continua verso una immobilità dinamica, o un movimento immobile.
Il senso dello spazio è ottenuto con una sapiente sovrapposizione dei piani che, quando condotta sencondo i canoni della prospettiva occidentale, mi ha fatto gridare alla meraviglia. Le sue scene con figure sono mirabilmente animate, trasmettendo nello spettatore un senso di chiacchiericcio vivo e brulicante, visto col sorriso sulle labbra.
Una delle cose che più mi ha impressionato è il fatto che tale stupefacente equilibrio spesso fosse raggiunto soltanto tenendo conto delle scritte, e dunque includendo, nella valutazione dell'opera, sia il lato pittorico che quello verbale, come d'altronde tipico della cultura giapponese. Insomma: senza l'aggiunta dello spazio occupato dai versi, la composizione penderebbe da un lato o dall'altro, laddove invece i kanji forticono un apporto talora determinante per la valutazione degli spazi.
Putroppo come al solito non c'erano in vendita le cartoline delle silografie che mi erano piaciute di più... Perché mettono in vendita invece sempre riproduzioni che non mi interessano?
Beato Angelico, Musei Capitolini, fino al 5 luglio
Almeno quelli della Fondazione Roma dieci cartoline per Hiroshige le hanno fatte, mentre quelli dei Musei Capitolini non si sono degnati neppure di fare una cartolina per la mostra sul Beato Angelico. Sono uscita dunque dalla mostra a bocca asciutta, ma non solo per la mancata cartolina: dopo l'abboffata di Hiroshige al mattino, la mostra sul Beato Angelico, con le sue venti opere, sembrava davvero poca cosa. Aggiungiamo poi la confusione del museo, dove le indicazioni (pur abbondantissime) non portano mai nella direzione sperata, facendomi perdere più di una volta.
Mentre Hiroshige tende alla sintesi, niente sintesi nella pittura del Beato Angelico, dove il dettaglio prevale sul senso del totale e dove il colore ha la meglio sul disegno. Davvero bellissimi colori, e alcune cose (in particolare un panneggio di un Cristo in gloria) stupefacenti: ma quest'oscillazione dell'Angelico tra Medioevo e Rinascimento, tra fondi dorati e costruzione prospettica e volumetrica, che sarà anche fondamentale per la storia dell'arte, mi è sembrata una cosa che, appunto, non sta né di qua né di là, incerta sulla direzione da prendere. Come quelli che hanno messo i cartelli dentro i Musei Capitolini.