a metà strada tra il critico e il fan

esperimenti di critica sociale e umana
venerdì, 30 marzo 2007

Storie di femmes fatales 2. Zuleika Dobson, di Max Beerbohm

Con la sua qualifica di “romanzo satirico”, Zuleika Dobson si presentava come qualcosa di un po’ diverso rispetto a quanto leggo di solito. Mi rassicurava però il sottotitolo, “Una storia d’amore ad Oxford”, le ottime critiche che avevo letto qui e là (specie sul Sole 24 Ore domenicale) e soprattutto la nomea di Max Beerbohm, e il righino nella sua biografia in terza di copertina “il massimo autore satirico dell’Inghilterra edoardiana” faceva il suo effetto.
Però sia i termini “satira” sia “storia d’amore” – a parte che sono leggermente contraddittori l’uno con l’altro – non descrivono con esattezza Zuleika Dobson. Di amore qui ce n’è pochissimo, essendo i due protagonisti innamorati non tanto l’uno dell’altra quanto narcisisticamente di se stessi, e la satira è blanda, sorridente, nostalgica, piuttosto che mordente, caustica e sferzante. Insomma, Beerbohm è un autore satirico in un modo un po’ diverso da come potremmo definire, che so, Forattini.
Ma ecco in breve la trama. Nella Oxford di fine secolo, frequentata unicamente da maschi divisi in due categorie – i giovani studenti e i vegliardi professori – arriva, come un turbine inaspettato, la bellissima e fatale Zuleika Dobson, nipote del direttore dello Judas College. Semina strage. Zuleika è una ragazza che si è fatta da sé, apprendendo qualche banale trucco di prestidigitazione è diventata famosa in tutto il mondo e ha ricevuto omaggi dai principi di Russia e dagli emiri d’Arabia; ma non si è ancora mai innamorata ed è ancora fisicamente illibata. Non si è ancora innamorata perché non riesce a provare interesse per le schiere di uomini che le si gettano ai piedi adoranti; cerca invece un uomo che non si abbassi di fronte a lei, ma davanti a cui lei possa al contrario inginocchiarsi. Arrivata ad Oxford sembra finalmente aver trovato l’uomo giusto: è il bellissimo, nobilissimo & ricchissimo duca di Dorset, che alla prima cena insieme sembra ignorarla. Zuleika è pazza di lui. Ma, ahimè, il giorno dopo anche Dorset le dichiara il suo amore e la sua devozione: Zuleika immediatamente smette di amarlo. Dorset, nell’impossibilità di ottenere da Zuleika un minimo segno di affetto, decide di suicidarsi per amor suo. E si incaponisce tanto in questa decisione, che finirà per suicidarsi davvero, annegandosi nel Tamigi; ma non prima che siano successi un altro po’ di sconvolgimenti tra i due protagonisti. Disprezzato da Zuleika, infatti, Dorset smette ben presto di amarla; e si suiciderà non per amor suo, ma per tener fede alla parola data. Perché, dovete capire, Dorset è un dandy; e il dandy non potrebbe mai rischiare di apparire ridicolo rimangiandosi le parole; e non può assolutamente mettere in forse il proprio onore. Quando Dorset smette di amarla, però, Zuleika si reinnamora nuovamente di lui: ma a questo punto ormai Dorset la disprezza talmente che la scaccia con malagrazia, e la obbliga a rinunciare all’amore per lui. Ciò non risulta tutto sommato tanto difficile per Zuleika, che non verserà neanche una lacrima per la sua morte.
La seconda complicazione è costituita dal fatto che il duca è lo studente più popolare e ammirato di tutta Oxford; e quando si diffonde la notizia che si suiciderà per amore di Zuleika, tutti gli studenti di Oxford – egualmente innamorati di lei – decidono di seguire il suo esempio e si suicidano tutti insieme a Dorset. Ma oh ironia! Tra tutti gli studenti di Oxford il duca è l’unico che non ama più Zuleika; ed è l’unico a morire “col cuore freddo”, per rispettare la sua assurda decisione.
Da un lato dunque abbiamo Zuleika e la sua condizione di donna fatale, e dall’altra il duca di Dorset col suo dandismo. Può una donna fatale innamorarsi di qualcuno? Può un dandy, peraltro presidente di un club costituito da tre membri e dedicato a Nellie O’Mora, “la più bella ragazza che sia mai stata o che sarà”, innamorarsi di qualcuna? Evidentemente no. I due personaggi non si amano l’un l’altro, amano solo l’ideale al quale si sono dedicati, il fatalismo e il dandismo, e di cui sono consapevoli con una certa coscienza quasi extra-testuale. Questa dedizione è certamente ironizzata dall’autore, ma è anche vista con partecipazione benevola: Max Beerbohm bacchetta un po’ Zuleika sulla punta delle dita per il disastro che ha provocato, ma senza farle male e senza sciuparle la pelle. Quanto al duca, poi, note e biografia ci ricordano che Beerbohm stesso era stato un dandy e che si era mantenuto fedele al dandismo anche nell’avanzato ‘900: è chiaro quindi che non critica il duca, che nella sua ostinazione raggiunge una dimensione quasi tragica.
Dov’è la satira allora? Nella presa in giro e nell’esagerazione stessa con cui è trattata la figura della femme fatale, tipico personaggio del decadentismo (Zuleika riesce a rovinare non un uomo solo, ma ben centinaia e centinaia di studenti!); nel riso benevolo che circonda il duca e il suo inopportuno raffreddore; nei personaggi minori, veri e propri caratteristi (la padrona di casa del duca, sua figlia, l’altro inquilino, la cameriera di Zuleika Melisande innamorata del cameriere Pelleas). E Oxford, Oxford è forse ironizzata? No, Oxford non la si può prendere in giro. L’autore la ama troppo, ed è per Oxford, per la sua atmosfera ovattata, immobile e sempre uguale a se stessa che si riversa tutta la nostalgia di Beerbohm. La descrizione di Oxford mi ricordava quella del gruppo di maestri di Gormenghast (e torniamo sempre sui soliti testi beneamati!).
Il romanzo, complessivamente, è di piacevolissima lettura, anche se stringi stringi da Zuleika e dal duca si ottiene poco; la scrittura è suadente, sempre gradevole, disseminata di belle immagini, belle frasi (basta leggere la fantastica descrizione di Zuleika), quel brio che doveva essere di un grande conversatore inglese di fine ‘800. Il vero colpo d’ala, però, Beerbohm lo fa non con i due protagonisti ma col capitolo centrale, in cui la musa Clio lo incarica, in modo molto metatestuale, di scrivere la storia che stiamo leggendo. Come Astolfo sull’ippogrifo, all’autore è concesso allora di sorvolare una Oxford notturna immersa nel sonno, ed è veramente un librarsi della fantasia.

E Zuleika che fine fa? Dopo il suicidio collettivo, considera per un momento l’idea di ritirarsi dal mondo e di chiudersi in convento; ma poi cerca gli orari del primo treno dell’indomani per Cambridge, pronta a menare una nuova strage.

Di seguito ho letto anche, sempre di Beerbohm, una raccolta di racconti pubblicata anni fa da Sellerio (e trovata per caso nella casa dove sono stata a Parigi), Storie fantastiche per uomini stanchi. Mentre il primo raccontino è abbastanza zuccheroso (sullo stile delle fiabe di Wilde - io amo Wilde ma le sue fiabe sono al saccarosio, stucchevoli), gli altri 3 sono di pregiata fattura. Il quarto è appena un abbozzo, il terzo una storia abbastanza bizzarra che non soddisfa appieno il mistero creato all'inizio, ma il secondo è un vero gioiello, una storia à la HG Wells e alla sua macchina del tempo, con un poetastro che vende la sua anima al diavolo per vedere la British Library nel 1997. E il finale, il finale è davvero eccezionale. Provate per credere.

Nota di servizio: apprendo dal blog di Gonzo che è uscito il 5° libro dell'imperdibile serie della shopaholic Becky Bloomwood di Sophie Kinsella, Shopaholic & baby. Lo vogliooo!

Nota di servizio 2. Ultimo giorno a Tours: domani torno in Italia!!!!!

postato da: cabepfir alle ore 30/03/2007 22:55 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: libri, tours
lunedì, 26 marzo 2007

Storie di femmes fatales 1. Via dalla pazza folla, di T. Hardy

A volte mi sembra che i libri che leggo (succede un po’ meno coi film) seguano un determinato percorso, siano in qualche maniera collegati l’uno con l’altro da una catena, da un filo rosso tematico. La cosa non è programmata – quando leggo un libro quasi mai so quale sarà il successivo – ma capita di frequente. I due primi libri che ho letto quando sono arrivata qui a Tours, e che quindi ho finito da un mese ormai, hanno entrambi come protagonista una femme fatale. Da questo punto di partenza e di contatto, però, i due testi si dipanano in modo praticamente opposto, in modo conforme, d’altronde, al carattere degli autori.
 
Incominciamo da Via dalla pazza folla (Far from the madding crowd, 1874), il settimo libro che leggo di Hardy, dopo La brughiera, Tess dei D’Urberville, Nel bosco, Sotto gli alberi, Una romantica avventura e I tre sconosciuti e altri racconti. Appartenendo ai primi romanzi dello scrittore, non è ancora segnato da quel pessimismo incurabile e assoluto degli ultimi lavori; anzi, all’interno della sua bibliografia, appartiene se così si può dire ai “romanzi a lieto fine”, comprensivi di matrimonio finale e risoluzione (apparente) dei problemi. Tutt’altra pasta quindi che le tragedie di Tess e di Jude? Ma no, il nostro caro Hardy non riesce mai ad essere veramente lieto e spensierato (forse solo in Sotto gli alberi c’è una situazione completamente priva di problemi), neppure in un romanzo a lieto fine. La tragedia è sempre in agguato; e qui, in questo Via dalla pazza folla, la tragedia non è costituita tanto dalle morti più o meno sensazionali (un personaggio viene condannato a morte dopo averne ucciso un altro, una donna muore di parto) quanto dalla punizione che subisce la protagonista.
Ma andiamo come sempre con ordine. Siamo come sempre nel Wessex: il fittavolo benestante Gabriel Oak si innamora della bellissima e povera Batsceba Everdene, appena arrivata, e chiede la sua mano. Batsceba rifiuta. Dopo qualche mese, la condizione sociale tra i due si è rovesciata: Batsceba ha ereditato la fattoria di suo zio, e Oak ha perso tutti i suoi possedimenti in una notte di tempesta. Oak si ritrova quindi alle dipendenze di Batsceba, prima come pastore poi come fattore; e ha così modo di osservare da presso lei e gli altri suoi dipendenti, i variopinti abitanti del paese. Batsceba miete i cuori di tutti gli uomini che incontra, ma uno solo, all’inizio, sembra indifferente al suo fascino: il suo vicino di fattoria, William Boldwood. Per scherzo, Batsceba gli manda un biglietto di S. Valentino. L’uomo si infiamma e inizia ad ardere d’amore per lei. Batsceba riesce a malapena a impedire un fidanzamento tra loro, prendendo tempo; intanto nel villaggio arriva un nuovo sergente, il baldo Francis Troy. Per la prima volta in vita sua la sprezzante Batsceba si innamora, cede alle lusinghe di Troy, lo sposa dopo pochi giorni. Troy inizia a sperperare le ricchezze di Batsceba, ma non è tutto: spunta fuori anche la sua precedente relazione con una cameriera, Fanny Robin, che aveva sedotto & abbandonato. Quando Fanny muore di parto, Troy ritrova all’improvviso tutto il suo amore per lei, le fa costruire una tomba monumentale e scappa di casa. Viene creduto annegato in mare, e Batsceba viene riconosciuta da tutti come vedova; Boldwood ricomincia a farle la corte, ottenendone una promessa di matrimonio di lì a sei anni. Quando però all’improvviso rispunta Troy e reclama sua moglie, Boldwood, che aveva già dato segni di squilibrio mentale, lo uccide e viene condannato a morte (sarà poi graziato e deportato in Australia). Rimasta vedova davvero, Batsceba sposa infine il suo primo pretendente, Gabriel Oak, che in tutti quegli anni non aveva smesso di vegliare su di lei e di amarla.
Detta così sembrerebbe davvero che il matrimonio finale sia un lieto fine; e invece no. Perché Batsceba è costretta da Hardy a sposare Oak, e tutto quello che le capita non è che una punizione per essere stata una femme fatale, per essere una donna che ha deciso di amministrare da sola la sua tenuta. Leggo sulla pagina di Wikipedia ad esso dedicata che Via dalla pazza folla è giudicato un romanzo femminista: ma quale femminismo! Batsceba Everdene è una donna che viene domata dalle circostanze della vita (ossia dalla volontà di Hardy), che da donna superba, orgogliosa e narcisista viene costretta a chinare il capo, a subire una serie inimmaginabile di disgrazie (prima le perdite economiche, poi l’infedeltà del marito, quindi l’uccisione di detto marito, per quanto cattivo fosse, quindi la perdita di un altro pretendente) e infine a sposare un uomo che è arrivata ad amare, ma solo secondo le parole di Hardy. Questo amore tra Oak e Batsceba è più gratitudine che non amore; è più rassegnazione che non gioia. Naturalmente Hardy per tutto il libro è stato dalla parte di Oak; ma questo non toglie che Oak risulti poco simpatico. Non è bello, si veste male, è sgraziato nei movimenti, e in più è circondato dall’aria antipatichetta di chi sa sempre cosa fare, “di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”, come cantavano Guccini e i Nomadi: insomma è buono e lo fa pesare. Come tale è un personaggio hardiano un po’ anomalo; normalmente i suoi protagonisti sono belli & tormentati (penso a Winterbourne di Nel bosco e a Clym de La brughiera). In tal senso Boldwood è molto più affine a questa categoria di personaggi: bello, colto, estremamente riservato e introverso, il suo mondo mentale si sbriciola quando prende coscienza dell’esistenza di Batsceba e da tale scossa non si riprenderà più. Infranto l’ordine prestabilito dei suoi pensieri, l’amore fa vagare Boldwood sempre più giù nella china dello squilibrio e del disordine psichico, al punto di commettere la follia di uccidere Troy (un soldato vanesio come lunga schiera nella letteratura inglese insegna, da Wickham di Orgoglio e pregiudizio a George Osborne della Fiera delle vanità). Batsceba, dal canto suo, è una femme fatale quasi senza volerlo; il suo unico gesto provocatorio è quello che compie nei confronti di Boldwood, mandandogli il bigliettino, atto di cui si pentirà per tutta la vita. La Batsceba orgogliosamente e fieramente indipendente delle prime pagine viene ridotta, alla fine, in una figura prostrata e invecchiata prima del tempo. Quando Batsceba e Oak alla fine si sposano non sono passati che 5 o 6 anni da quando lui le aveva fatto la prima proposta, ma Batsceba sembra invecchiata di vent’anni almeno. Hardy ha un bel dirci che quello tra lei e Oak è un amore maturo fondato sull’amicizia; a me non sembra altro che la punizione di Batsceba, novella bisbetica domata a forza.
Come contorno, una variegata schiera di contadini e paesani, tanto cari ad Hardy, e qui delineati con particolare varietà di forme e distinzione di voci.
La traduzione italiana di Piero Jahier e Maj-Lis Rissler Stoneman (ed. Garzanti) è una delle più brutte traduzioni che abbia visto in vita mia; è datata 1973 ma sembra del 1673 perlomeno, con tutto un uso di termini contadini regionali – toscani? piemontesi? mah – che probabilmente erano già obsoleti ai tempi di Dante. I due artefici (si sono messi in due per ottenere tale risultato!) si candidano al premio di peggiori traduttori da me letti, insieme ad Ilva Tron e a Serena & Valentina Daniele. Anche a causa di tale traduzione la lettura è stata alquanto rallentata, specie all’inizio; di tutti i libri di Hardy è quello che ho letto più lentamente e con più sforzo. Dopo la scena madre centrale del temporale, però, tutto inizia a scorrere più liscio e si fa appassionante come al solito.  
postato da: cabepfir alle ore 26/03/2007 21:50 | link | commenti (6) | commenti (6)
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venerdì, 23 marzo 2007

Tou(r)s les films

300

Epico. È questo il primo aggettivo col quale viene definito questo film negli strilli pubblicitari, ed è il primo che viene anche a me per descriverlo. E quando faccio uso del termine epico, senza mascherarmi dietro falsa modestia, lo uso con una certa cognizione di causa, dato che sono tre anni che ormai non mi occupo praticamente d'altro se non dello studio di poemi epici e cavallereschi. Ma l'epicità non è l'unico elemento che troveremo in 300. Vediamo allora di distinguere alcuni nodi centrali, altrimenti rischio di essere poco chiara.

300 è l'adattamento del fumetto omonimo di Frank Miller, non so se pubblicato anche in Italia o meno (qui in giro non l'ho visto). Come tale si inserisce in tutta la schiera ormai corposa di film tratti negli ultimi anni da fumetti, come X-Men, Spiderman, Elektra, ecc.

300 è un peplum: greci vs persiani in slippino, schinieri e scudi, case con colonnato, sandali e bracciali, vogliono dire proprio la quintessenza del genere. Come tale 300 si inserisce nel recente revival del peplum, con film come Troy, Il Gladiatore, Alexander ecc.

300 è un film epico, ed epico vuol dire anche fantasy (un giorno mi prenderò finalmente la briga di analizzare un po' il legame tra l'epica, il fantasy e i videogiochi). E epico-fantasy significa Signore degli Anelli (in seguito: LOTR), King Arthur, ecc.

Questa triplice appartenenza dà conto delle (grandi) virtù e dei (pochi) vizi di questo film. Infatti, seguendo i canoni tipici dei generi, 300 raggiunge livelli molto alti in tutti i campi, però, proprio il fatto di trovarsi tanto implicato coi suoi predecessori, comporta una serie di difetti che poi vedremo.

Come film epico, 300 raggiunge livelli elevatissimi, tanto da far gridare quasi al miracolo: i primi 15 minuti di questo film hanno una potenza, una possanza d'afflato, una carica impetuosa veramente epica. E in generale tutto il film è percorso da una grandissima carica energetica ed esaltante: mentre di sangue sullo schermo se ne vede poco, e quello che schizza è in bollicine, ciò che veramente scorre per due ore è una scarica praticamente ininterrotta di adrenalina. Sono uscita dal cinema in uno stato di grande eccitazione, e l'ho visto quasi tutto a bocca aperta, ottimo segno.

Inoltre, chi ora lo accusa di essere un film irrispettoso verso l'Iran ecc, si vede che non ha capito proprio niente e che non sa proprio nulla di storia antica. La Grecia costituisce se stessa in opposizione alla Persia: questo è un dato storico che non si può confutare. Quest'anno, per le mie ricerche sulle Amazzoni, ho letto un po' di testi di storici greci antichi, Erodoto, Diodoro Siculo, Plutarco e giù di lì, nonché un po' di oratori come Isocrate, perché dovete sapere che le Amazzoni venivano usate dalla propagandistica ateniese come "metafora" dei Persiani. E vi assicuro che 300 dà un'immagine fedelissima dell'impressione che si ricava leggendo i testi antichi. Basta scorrere le pagine di Ippocrate per trovarsi davanti alla descrizione dei Persiani come debosciati, effeminati, inferiori nel fisico perché inferiori nell'organizzazione politica e viceversa. Certo, tutto ciò non fa altro che confermare che i problemi tra Europa e Medio Oriente non sono iniziati ieri; ma tra dire che Plutarco e 300 con lui insultino gli iraniani, ce ne corre. Allora dovremmo vietare pure l'Orlando Furioso e la Gerusalemme Liberata, e staremmo freschi. 

Come adattamento di un fumetto, anche qui siamo a livelli di eccellenza. Dovendo fare un film tratto da un fumetto di Frank Miller pochi anni dopo l'eccezionale Sin City di Robert Rodriguez, Zack Snyder si trova costretto a spremersi le meningi per ottenere un prodotto che conservi il più possibile dello stile del grande Frank e che non sia una copia conforme di Sin City. Lo spremimento delle meningi è fruttuoso: Snyder penso che abbia massacrato i suoi collaboratori per ottenere quelle immagini scabre ed essenziali, percorse da fumi e da polveri terrose, con "cieli che non sono cieli" (l'ho letto in una sua intervista). Conserva la voce fuori campo, la descrizione secca, molto americana e molto milleriana (e anche molto epica) di avvenimenti e pensieri, la stilizzazione delle scene di battaglia, dei colpi, del sangue che esce a bollicine, anche se non può mantenere quell'effetto di "fumetto filmato" di Sin City. Una sola scena conserva il bianco & nero tipico dell'autore, ed è quella del naufragio delle navi.  

Ma allora dove nascono i difetti? Nel fatto che a quanto pare, non si può prescindere dalle scelte grafiche, di inquadratura e movimenti di macchina, dei succitati Troy, LOTR ecc. Così, lo sbarco delle navi deve per forza dipendere dalla gigantesca flotta di Troy (solo che qui le navi sono orientate da destra a sinistra e non è giorno ma il tramonto); l'arrivo degli elefanti deve per forza richiamare gli oliphant di LOTR. L'impossibilità - o l'incapacità - di spezzare queste catene metacinematografiche e intertestuali (che paroloni, eh?) è sottolineata dall'utilizzo, in tutti questi film, di uno stesso stock di attori: e così vediamo David Wenham che ha lasciato da côté l'arco di Faramir per mettersi lo splippino di Dilios, e l'effetto è veramente straniante. Già in Troy comparivano Orlando Bloom e Sean Bean, usciti belli belli dalla Nuova Zelanda... La regina Gorgo porta un abito a striscette tipo quello di Ginevra in King Arthur (e dubito assai che sia una regina spartana sia dama Ginevra portassero abiti a striscette). La scena nel prato col bambino richiama invariabilmente Il Gladiatore. E non so quante altre somiglianze si potrebbero trovare, a cercarle con attenzione.

A parte questo, alcuni intrusi venivano a disturbare il flusso epico del tutto: le scene con la regina Gorgo, che avrei tagliato tutte, specie l'amplesso patinato alla luce della luna (molto poco epico e molto Harmony, invece); l'invocazione di Leonida alla moglie prima di morire (vi ricordo che Lady Oscar prima di morire urla "France banzai!", e che a Roncisvalle Rolando non ci pensa proprio, ad Alda la bella); mentre altre diversioni dal canone erano più gradite: la profezia dell'oracolo in stile pubblicità di profumo, la mela da Biancaneve di Leonida, la morte di Leonida a mo' di San Sebastiano, in posizione da crocefisso trapassato dalle frecce, che sarebbe piaciuta molto a Mishima Yukio.

Serse è un 'irriconoscibile Rodrigo Santoro: credo che sia stato persino doppiato per fargli avere il vocione.

Il numero 23 

Nata di 23, con tutta una serie di superstizioni personali legate ai numeri, fan di Jim Carrey, non potevo mancare di andare a vedere questo film. Come i vari Identity, The Jacket ecc, è un thriller molto arzigogolato in cui all'inizio non si capisce niente e poi quadra tutto; anche se nel momento esatto in cui il cerchio si chiude, il film perde tutto l'interesse. Il numero 23 è la storia di un'ossessione paranoica per il numero 23, appunto, nata con un libro così intitolato, con scoperta di un passato che non si sapeva di avere. Al contrario di altri film del genere, però, Il numero 23 è provvisto di forte morale finale, credo voluta dallo stesso Carrey, che da un'intervista che ho letto mi sembra essere un tipo molto filosofico. Appartengo a quel non nutritissimo ma agguerrito gruppo di persone che ritiene che Jim Carrey sia un grande attore, uno dei migliori attualmente in circolazione; e questo film conferma le sue doti. A parte questo, però, poco di più.

La città proibita  

Ci sarebbe da interrogarsi, per chi avesse una conoscenza della sua filmografia ben maggiore della mia, sul percorso registico di Zhang Yimou dalla critica sociale di Lanterne rosse e la Vera storia di Qiu Ju fino ai wuxia pian come Hero, la Foresta dei Pugnali volanti e quest'ultima fatica. Perché certo dietro ci deve essere un percorso voluto e ricercato; ma io non riesco esattamente a capire quale sia. E anche con questa storia di intrighi di palazzo, che di wuxia pian ha molto poco (pochi i combattimenti volanti, secondario l'amore contrastato tra i due giovani & belli, ecc), Zhang Yimou vorrebbe probabilmente dirci qualcosa: ma che cosa? Forse i film sociali erano per parlare ai cinesi, questi kolossal invece sono da esportazione? O è forse vero il contrario? O Zhang Yimou è sempre e comunque un regista che ha guardato solo ai riconoscimenti (e ai profitti) internazionali? Non so, mi faccio queste domande non sapendo quasi niente del contesto. Certo, La città proibita non raggiunge i livelli di Hero e della Foresta (già la Foresta era inferiore a Hero, d'altro canto), e i miliardi spesi per rivestire tutto di una sfoglia d'oro non basta per donare al film quella straordinaria eleganza visiva di Hero. Anche gli attori giovani, non brillano molto per bellezza o per bravura; e faccio il paragone con quello straordinario figone attore di Kaneshiro Takeshi nella Foresta dei Pugnali volanti. Insomma il gioco mi sembra un po' fine a se stesso, con un'incredibile dose di violenza e di sangue mostrato (tutto quello che hanno risparmiato in 300, dove peraltro è virtuale, l'hanno impiegato qui), con due possibili spiegazioni. Uno, che Zhang Yimou stesse tentando di fare un Trono di sangue (Kumonosu jo di Akira Kurosawa, 1957, altrimenti conosciuto come il Macbeth giapponese) letterale in salsa cinese, con annessi pseudo-riferimenti a Shakespeare, ecc (ne muoiono più in questo film che in Amleto, ed è tutto dire). Due, che La città proibita non sia altro che un unico, lungo e doloroso canto d'amore per Gong Li, bellissima e sofferente; e allora, sia pure solo per questo, il film avrebbe un senso.

postato da: cabepfir alle ore 23/03/2007 23:55 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: lo schermo e la scena, tours
martedì, 20 marzo 2007

Buona festa del papà (senza zeppole, che festa è?)

L'acquerello che ho fatto per mio padre:

È Naide che canta in un locale. Stavolta, contrariamente alla versione di due anni fa (http://www.amiamiprod.com/Asanor/naidesings.htm) sono riuscita a dare un po' l'effetto del fumo, anche se è lungi dall'essere come desiderato. Senza contare che il foglio minacciava di fracellarsi ad ogni colpo di pennello... Potete immaginare la canzone che volete (da stampigliare in alto a destra), anche se io pensavo magari a Someone to Watch Over Me, o comunque qualche altro brano molto classico. Dovete anche immaginare che, come tutto il resto, Naide ha una bellissima voce ^_^

In attesa di nuove recensioni, potete occupare il vostro tempo vedendo le nuove foto che ho uplodato su http://www.flickr.com/photos/cabepfir/ :

postato da: cabepfir alle ore 20/03/2007 00:27 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: disegno, fumetto, tours, mussica, asanor
giovedì, 15 marzo 2007

La BD è bello, a scrocco è meglio.

Le vol du corbeau, di J-P Gibrat (2 volumi)

      

Ebbene, lo ammetto: questo fumetto non l'ho scroccato, ma regolarmente comprato, attratta magneticamente dai fantastici disegni di questo a me perfettamente sconosciuto Gibrat, il cui nome fa tanto Jibras. La storia ci mette un bel po' a decollare, e anche quando ingrana non è che sia questa cosa sconvolgente da urlacchiare entusiasti, ma i disegni sono talmente magnifici da far passare in secondo piano le carenze della sceneggiatura. A rigor di cronaca, la storia è abbastanza semplice: siamo in Francia all'indomani dello sbarco in Normandia, una partigiana comunista ricercata dai tedeschi viene aiutata a nascondersi da un ladro di cui obv si innamora e da una bizzarra famigliola che vive su una chiatta della Senna. Lieto fine per tutti. Come militante comunista Jeanne è semplicemente ridicola, con i suoi guanti bianchi e l'assenza di quello spirito un po' fanaticamente ispirato che poteva realmente circondare una "compagna" nella resistenza. Gli altri personaggi sono un po' bozzettistici ad esclusione del ladro gentiluomo François, adorabile canaglia (ma anche questo, direbbero i miei studi sui personaggi, è un tipo). Ma i disegni sono un'altra cosa, con quelle linee sinuose, la precisione delle ambientazioni (prob riprese da fotografie), la dolcezza dei visi; per non parlare dell'opulenza dei colori, aquerelli un po' ritoccati con l'acrilico o la tempera. Non un cielo di questa serie è puramente azzurro: tutte le atmosfere sono fatte con un colore di sfondo preferibilmente caldo, con cieli aperti da un susseguirsi di nuvole rosse, e poi che finezza nell'accostamento delle tinte, che palette ricca e insieme riposante per l'occhio, che delizia grafica. Si potrebbero obiettare solo due cose, la prima è una certa mancanza di espressività nei visi (specie in quello di Jeanne, che fa più o meno solo da manichino alla Manara - ma con classe) e le seconda che il viso di Jeanne è sempre in ombra per fare il gioco del riflesso sul profilo, e dopo un po' un simile trucchetto salta all'occhio. Ma comunque, che lusso. La pagina migliore dal punto di vista fumettistico è proprio l'ultima, in cui riesce finalmente a descrivere un'azione compiuta senza parole e senza didascalie, e soprattutto non mostrando mai il personaggio ma solo le sue orme sulla neve. Perché il fumetto è in parte - in gran parte - sottrazione, e quando riesce, allora ecco che forma e contenuto sono tutt'uno e nasce l'Arte.

Largo Winch

Serie lunghissima (15 volumi in corso, mi pare) di cui ho letto il primo numero a scrocco, per caso perché presente nella piccolissima biblioteca lasciata dalla legittima proprietaria in camera mia. Una buona serie d'azione tutta avventure e colpi di scena, che inizia con un incipit davvero magistrale: un vecchio miliardario obbliga un suo azionista a "suicidarlo" perché malato di cancro. Il giovane e ribelle Largo Winch, una testa calda, è l'unico erede del vecchiaccio e si becca 2 miliardi di dollari. Ma dovrà fare i conti con tanti e tanti ostacoli prima di goderseli... Purtroppo non avrò il tempo di leggere tutta la serie: ho letto il secondo numero alla Fnac ma gli altri penso che potrò sì e no sfogliarli. Comunque, un buon intrattenimento con buoni disegni e salda sceneggiatura a incastro (questa sì).

Mlle Ôishi, 28 ans, célibataire 1 e 2

Questo strano caso di manga novel a puntate è della stessa autrice di Cool Pine (già recensito su queste pagine virtuali) Q-ta Minami, ma è moolto meglio del precedente manga. I disegni semplici e ariosi, quasi privi di retini ma giocati invece su larghi campi bianchi appena intervallati dalle linee di contorno, ben si adattano alla storia di tutti i giorni di Kon Ôishi, commessa in una merceria e grande appassionata di tricot, e alle sue (dis)avventure sentimentali tra un convivente divorziato che le spilla tutti i soldi per pagare gli alimenti alla ex-moglie e un bishonen bisex che non si vuole impegnare. Non mancano un fratello gay ma represso, un amico che allunga troppo le mani, varie amiche variamente squilibrate ecc. Se Cool Pine sembrava mancare di una vera logica e di un vero perché, la storia di Ôishi è invece delicata e frizzante, non impegnativa ma neppure stupida.  

Angel, di Erika Sakurazawa

È abbastanza raro trovare un'opera - sia essa un film, un libro o un fumetto - con una scena di vera fantasia. E per fantasia non intendo certo quel campionario di esseri mitologico-fantastici che va dagli elfi agli orchi, dai centauri agli gnomi, ecc. Chi traffica un po' il fantasy sa bene che proprio lì in primis la fantasia tende a scarseggiare, e che non si fa che riproporre la medesima sbobba rimangiata e rimasticata. Ma quando invece compare un'opera di vera fantasia - sia essa Gormenghast di Mervyn Peake o la trilogia di Queste oscure materie (che prima o poi dovrei rileggere, almeno per prepararmi degnamente al film) di Philip Pullman - allora ti si allarga talmente tanto il cuore che vorresti metterti a cantare. Angel è un manga novel che parte da un'idea non certo originale - un angelo scende sulla terra ad aiutare gli umani in difficoltà, in questo caso una bambina con madre disfunzionale, il protagonista e una ragazza che ha perduto il suo gatto - ma che viene illuminato da una scena di vera fantasia: nel bel mezzo di una festa il protagonista galleggia per aria fino alle assi del tetto per bere un gin lemon con la fanciulla-angelo. Una scena che brilla come un diamante in un insieme grazioso, poetico e delicato quanto basta.

postato da: cabepfir alle ore 15/03/2007 00:53 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: manga, fumetto, tours
lunedì, 12 marzo 2007

Il velo dipinto (libro e film)

    

Per prepararmi adeguatamente alla visione di questo film, la cui sola locandima mi aveva fatto innamorare, mi sono fatta mandare da mia madre il romanzo dall'Italia, e l'ho divorato in un giorno. Considerando i miei bradipitici tempi di lettura, solo questo vi dovrebbe dare l'idea che il soggetto in questione mi sia piaciuto abbastanza. Ma andiamo con ordine.

La giovane e frivola Kitty Garstin ha sposato l'uggioso batteriologo Walter Fane sono per liberarsi dalla madre, "una donna dura, tirannica, intrigante, ambiziosa, avara e stupida" (ed. Adelphi p. 24. Trad. di Franco Salvatorelli). Arrivata col marito a Hong Kong, allora colonia inglese (siamo nel 1925), Kitty diventa l'amante del vicesegretario coloniale del posto, Charlie Townsend. Ma Walter scopre la tresca e impone alla moglie un ultimatum: o le intenterà una causa di divorzio, o la porterà con sé nel villaggio di Mei-tan-fu, dove è scoppiata una terribile epidemia di colera. Abbandonata dall'amante che rifiuta di sposarla in caso di divorzio, Kitty è costretta a seguire il marito, consapevole che per lei andare in quel posto significherà la morte. E invece non è così: a contatto con la malattia, le condizioni disagiate, il pericolo, e attraverso gli incontri con il "buono e buffo" Mr Waddington e soprattutto con le suore francesi di un convento cattolico, Kitty seguirà un percorso di crescita spirituale che la porterà a rinascere come persona nuova; mentre a soccombere all'epidemia sarà proprio Walter Fane, che tanto si era prodigato per contrastarla.

Come vedete un melodramma in piena regola, se non fosse per l'incredibile precisione e sottigliezza psicologica con la quale Maugham tratteggia i suoi personaggi, e che fa sembrare questa vicenda viva, palpitante, reale. È in particolare il carattere di Kitty a spiccare per la sua vividezza; non è comune trovare in un libro una descrizione talmente mimetica di un individuo da farcelo apparire, appunto, non personaggio ma persona, un essere di carne e sangue. Kitty è umana, viva; non sembra la costruzione di penna e inchiostro di uno scrittore. Per questo mi sentirei di accostarla ai personaggi di Tolstoj, a Natasha in particolare; solo Tolstoj ha quella capacità quasi sovrannaturale di infondere la realtà nei suoi romanzi. Ma, mentre Kitty è una persona, Walter Fane è un personaggio; se Kitty è umana, Fane è inumano, quasi inconcepibile sul pianeta Terra. È un uomo intelligente e colto, cortesissimo con la moglie e con le donne, tenero con i bambini, prodigo con i pazienti; un eroe, un santo, così lo chiamano le suore del convento. Ma, come diceva Ralph Touchett a proposito di Osmond: "Bisogna stare attenti quando un carattere così fine perde la pazienza" (scusate, non ho Portrait of a Lady qui con me, cito a memoria). Una volta scoperta l'infedeltà della moglie, per Walter Fane è come se si fosse spezzato l'idolo, stracciato il velo, incrinato l'asse del mondo. Già timido, chiuso, riservato, impacciato con le parole, rigido, severo nel volto e nel portamento, adesso Fane, inflessibile con se stesso, diventerà implacabile con la moglie. 

"Kitty cominciava ad irritarsi con lui. Perché non capiva quello che a un tratto le era divenuto così chiaro: che accanto all'ombra della morte che si stendeva su di loro, accanto alla bellezza che lei quel giorno aveva intravista, le loro erano futili questioni? Cosa davvero importava se una stupida donna aveva commesso adulterio, e perché suo marito, al cospetto del sublime, se ne dava pensiero? Era strano che Walter, con tutta la sua intelligenza, avesse un così scarso senso delle proporzioni. Sì, aveva vestito una bambola di abiti sfarzosi e l'aveva messa su un altare per adorarla, e poi aveva scoperto che questa bambola era piena di segatura; per questo, non riusciva a perdonare se stesso né lei. La sua anima era lacerata. Aveva vissuto in una finzione, e quando la verità l'aveva mandata in pezzi gli era parso che andasse in pezzi la realtà stessa. Era proprio così, non la perdonava perché non poteva perdonare se stesso. [...] Era, così lo chiamavano, crepacuore, ciò di cui egli soffriva?" (pp. 128-129) 

Fane la punisce per punire se stesso. Vuole far provare anche a lei quello che prova lui, mettendola di fronte alla dappochezza di Charlie Townsend. Il triangolo si sdoppia in due: se Fane, innamoratissimo della moglie, ne viene deluso quando questa lo tradisce al punto da non riprendersi più dal colpo, Kitty, sinceramente innamorata di Charlie, ne viene delusa quando questi rifiuta di divorziare dalla moglie per sposare lei. La vicenda della delusione di Fane trova il suo parallelo nella delusione e poi nel disgusto di Kitty verso Charlie, ma la reazione all'infrangersi degli idoli è diversa, così come diverso sarà il finale dei due personaggi. Kitty non punisce Charlie in alcun modo, anche se arriva a disprezzarlo; ma lei passa oltre, è capace di andare avanti, e alla fine del libro ha "coraggio e speranza" nei confronti del futuro. Fane si blocca; la tenerezza che aveva per la moglie la riversa sui malati; non può mettere da parte il suo orgoglio per perdonare la moglie. E così Walter Fane muore (punito dall'autore?), mentre Kitty sopravvive, anzi, rivive. Fane riesce appena ad accorgersi che quello che ha fatto gli si è ritorto contro. Le sue ultime parole sul letto di morte, "e a morire fu il cane" (citazione dall'Elegia di Olivier Goldsmith - link) hanno un doppio significato: 1) che è lui medico che muore al posto dei pazienti, per aver tentato di sperimentare su se stesso un antidoto; 2) che lui aveva tentato di punire la moglie, ma che invece il punito è lui stesso. Per questa duplicità di Fane - santo o inumano? buono o cattivo? innamorato o distruttivo? - mi verrebbe da ritornare al tipo tanto caro a Dostoevskij, quello del santo peccatore. Il personaggio di Dostoevskij è tanto più santo quanto più è peccatore, e viceversa; nella sua massima colpa risiede la sua massima elevazione, e così via. È un personaggio tragico; e l'aggettivo tragico ricorre tante volte nella caratterizzazione di Fane (si potrebbe fare un piccolo excursus sull'aggettivazione usata per Fane, ma lascio a voi il compito), quasi a convalidare la mia teoria. E così avremmo un personaggio tolstoiano e uno dostoevskiano nello stesso romanzo di uno scrittore inglese ^^ Ma al contrario degli strabordanti personaggi dostoevskiani, Fane è freddo, rigido e imperscrutabile.

È abbastanza chiaro che l'autore sta dalla parte di Kitty, non da quella di Fane, pur con tutti i lati positivi che gli attribuisce. Ma come dice Kitty, "come se una donna avesse mai amato un uomo per la sua virtù" (p. 164): alla fine del romanzo Kitty prova pena per Fane e si è pentita per quello che ha fatto, ma ciò non impedisce che, tornata ad Hong Kong, ricaschi sotto il fascino di Charlie e si abbandoni a lui per una notte prima di schifarsi di lui definitivamente e di tornare in Inghilterra.

Ma un simile finale, con Fane che muore senza aver perdonato Kitty e Kitty che è dispiaciuta per lui ma continua a non amarlo, non è abbastanza melodrammatico per un film in grande stile. Non so dove pochi giorni fa ho letto che un finale in cui i buoni non sono premiati e i cattivi non sono puniti è possibile solo in un libro. Al cinema è diverso: per questo, dopo aver seguito con una fedeltà quasi scrupolosa il testo fino a tre quarti del film, il regista John Curran e lo sceneggiatore Ron Nyswaner decidono ovviamente di far riconciliare Kitty e Walter, di far passare loro una notte di passione insieme, di far morire Fane solo dopo aver debitamente chiesto perdono a Kitty, e di aggiungere una scena finale con Kitty che incontra Charlie dopo cinque anni e lo snobba sulla pubblica via. Il finale diventa quindi un po' "l'amore ai tempi del colera", comprensivo di neo-luna di miele sul fiume, anche se almeno ci risparmia una Kitty che urla "Ti amo!" al capezzale del marito (uno sceneggiatore meno scrupoloso l'avrebbe fatto). Ma a parte queste licenze poetiche, il lavoro di sceneggiatura è abbastanza pregevole; dato che il testo è costituito quasi esclusivamente da tratti psicologici, la sceneggiatura si è sobbarcata l'onere di inserire scene sulla vita in ospedale, sul problema imperialismo-nazionalismo in Cina (aspetto assente nel libro), sugli sforzi di Fane per contrastare l'epidemia, in particolare con la deviazione dell'acqua da un fiume a un altro attraverso una gigantesca pala rotante. La necessità cinematografica di avere più scene d'azione che non di introspezione va un po' a scapito quindi della descrizione particolareggiata del cambiamento di Kitty, anche se lo si intuisce benissimo dall'ottima interpretazione di Naomi Watts (veramente eccellente, moolto meglio che in King Kong). Quello che è veramente un po' sacrificato e appiattito è il carattere della Madre Superiora, un personaggio davvero poderoso nel libro - originaria di una famiglia dell'altissima nobiltà, austera e umile, autoritaria e compassionevole - specie per l'influenza che ha su Kitty. Costumi, colori, musiche ecc tutto approvato a pieni voti.

MA che cos'è davvero il punto dolente del film? Che non si capisce come possa Naomi Watts tradire Ed Norton con Liev Schreiber! Con tutta la simpatia per Liev Schreiber e la riconoscenza che gli dobbiamo per aver diretto Elijah Wood in Ogni cosa è illuminata, non si possono proprio fare paragoni. Nessuna donna con un po' di sale in zucca lo farebbe, e quindi che Kitty e Walter alla fine si riconcilino nel film non è solo prevedibile, ma anche pienamente giustificato. Cioè, se mi consentite di passare dall'analisi letteraria a basse considerazioni adolescenziali, Ed Norton in questo film è bello come una mucca in calore, un totano semovente di categoria AA, una specie di apparizione al cui passaggio si spaccano le pietre! Ho passato due ore a sbavare come una disperata, cercando di evitare che i miei vicini si accorgessero del mio sorriso ebete a 34 denti non appena compariva sullo schermo. Peraltro il bell'Edward, pure produttore, si è riservato persino una scena in cui si mostra praticamente nudo, giusto per il collasso ormonale delle spettatrici (e non molto in carattere con Walter Fane, eh). E che dire del lavoro degli addetti al trucco? Con i capelli che mano mano si imbiondiscono e la pelle che mano mano si abbronza? Ah, che goduria estetica! Il problema è che tutta questo ben di Dio non rientra esattamente nella descrizione che Maugham fa di Walter Fane (mentre Naomi Watts è una Kitty spiccicata): "Con il suo naso diritto e delicato, la fronte aperta e la bocca ben disegnata avrebbe dovuto essere bello. Ma stranamente non lo era." (p. 33). Il Fane di Ed Norton, che pure è bravissimo nel suo aplomb britannico, non è freddo, duro, crudele verso Kitty neanche la metà di come è il Fane di Maugham, ha un sorriso ironico e non sardonico come quello di Fane (lievemente demoniaco in certi suoi aspetti), si ubriaca due volte ed è buffo dopo la sbronza. Non riesce a mantenere quell'aria di soggezione che Fane spande attorno a sé; Norton attira masse di donne adoranti come il miele, mentre Fane dovrebbe risultare un po' inquietante, et pas de tout charmant. Il punto è, come ho detto prima, che Fane è un personaggio inumano; mentre un attore per forza di cose deve dar vita a un personaggio umano (concedetemi questo senza stare a sottilizzare sul teatro sperimentale, ecc) e quindi Ed Norton umanizza Fane, allontanandolo dal personaggio di carta stampata. Ma chiuderemo un occhio di fronte a siffatta infedeltà pur di goderci due ore di bellezza abbacinante @_@ Aspetto con ansia il dvd...

Nota 1. Forse sono stata un po' prolissa?? Scusatemi il delirio post-Ed Norton, lo so che non ve lo aspettavate dopo un inizio così serio...

Nota 2. Non vi nascondo che sono rimasta un po' delusa nel vedere che solo 2 persone hanno commentato il mio disegno... un artista ha bisogno di feedback per la sua autostima! 

Nota 3. Oggi è il compleanno di Miriel!! Auguri a lei e anche ad Arturo, Giacomo e alle altre persone che oggi compiono gli anni.

postato da: cabepfir alle ore 12/03/2007 11:17 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: libri, lo schermo e la scena, tours
domenica, 04 marzo 2007

Vi sono mancati i miei disegni?

⇒ SI        ⇔  SI

barrare la casella corrispondente.

Nell'attesa di scannerizzarlo decentemente e di metterlo sul sito (qui non ho Filezilla), ho uplodato su Flickr il mio ultimo acquerello, fatto domenica scorsa su un foglio non da acquerello (bensì su un cartoncino dell'Alitalia, figuratevi). Pasticciando sempre con i miei adorati personaggi - sto pur sempre in fase di progettazione della nuova storia breve, il cui titolo provvisorio - anteprima! - è La pineta di Sevonell - mi era balenata in mente una scena in cui Naide viene lasciata in disparte da tutti gli altri personaggi femminili, che le voltano le spalle con disdegno. Quasi tutte le altre - Miriel in primis, ma anche Saki, Carla, Dina ecc - hanno delle buone ragioni per avercela con Naide, considerato che l'80% dei personaggi maschili prima o poi perde la testa per lei. Anche Carla non approva l'operato della sua padrona. Quanto a Dina, vi starete chiedendo chi è: ebbene, lo scoprirete nella nuova storia, quando sarà pronta (tra 2-3 mesi??). L'unica che prova una certa simpatia istintiva per l'ultima erede dei Lokestil è Erminia, che infatti fa un passo per aiutarla. Dwenn in tutto questo non c'entra niente ma l'ho messa perché mi piaceva (vedi tu che motivo!). È un disegno con un sacco di difetti, lo so bene, e che peraltro doveva essere fatto con altri mezzi. Ma almeno ho marcato l'idea. E dopo tante introduzioni eccovelo qua:

Su http://www.flickr.com/photos/cabepfir/ ho uplodato anche le foto di Amboise e di Chenonceau, per chi volesse vederle. 

postato da: cabepfir alle ore 04/03/2007 20:15 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: disegno, fumetto, tours, asanor

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