a metà strada tra il critico e il fan

esperimenti di critica sociale e umana
giovedì, 30 novembre 2006

Mega manga-fumetto parade

Emma 1

Per fortuna ho dato retta alla recensione di Valeria e mi sono ricordata di cercare in fumetteria questo volume della Dynit, divisione editoriale della Dynamic di cui non credo di aver mai acquistato altri manga. Magari ho fatto male; Emma è stupendo, proprio quello che ci vuole per noi ragazze cresciute a pane e Jane Eyre; un manga pulito, romantico ma non troppo, con quel sorriso un po' ironico che lo rende particolarmente piacevole. In particolare apprezzo il fatto che l'autrice, Kaoru Mori, non si limiti ad un Ottocento generico ma si sforzi di rappresentare una situazione di fine '800, con abiti e accessori appropriati (anche se ci sono già le automobili e l'anziana istitutrice ha già il telefono in casa - lusso che pochi si poterono permettere fino agli anni '30-'40 - ma vabbè), e io apprezzo sempre chi ha fatto i compiti. Naturalmente tifiamo tutti per il timido Mr. Jones, anche se Hakim et alii gli metteranno i bastoni fra le ruote. Insomma, con l'ingresso in scena del terzo incomodo femminile nelle ultime pagine, è tutto predisposto per gustare una bella storia d'amore in salsa vittoriana, insieme ai biscottini e al thè.

Moonlight Mile 2

Con la dovuta eccezione di Takehiko Inoue e di Hiroaki Samura, Moonlight Mile è il miglior titolo che la Plama pubblica attualmente - finalmente un manga per gente che abbia superato l'età mentale delle storielle liceali e degli ammazzamenti tra robottoni, anche se ogni tanto ci piace ancora sguazzare negli amori liceali e nell'LCL dei robottoni. Moonlight Mile è un fumetto che procede come una sinfonia: Yasuo Otagaki sembra aver appreso la lezione di Kubrick, che univa allo spazio sconfinato del suo 2001: Odissea nello spazio le musiche di Beethoven, Strauss & co. Questa musica che scorre sotterranea tra le pagine ci parla di uno sguardo limpido e sereno, che guarda insieme con distacco e con partecipazione le vicende degli uomini; ci parla di saggezza raggiunta con l'esperienza e con la fatica, con la ricerca dentro di sé e il lavoro su se stessi. È un manga profondo, Moonlight Mile, tanto che la prima storia, quella dell'astronauta Joseph e di suo figlio Karl, mi ha portato all'orlo delle lacrime. Nel secondo episodio poi torna in scena quella faccia tosta di Riyoko, e tutto s'aggiusta. Disegni fantastici.

Densha Otoko 2

La faccenda dei commenti della chat inizia a farsi un po' ripetitiva - a parte il mitico intervento del mangione muto - ma ci si passa facilmente sopra considerando la delicatezza e la freschezza primaverile (mamma, sembra la reclame di un detersivo...) di questo manga costruito sulle piccole trasformazioni dei sentimenti. Restiamo in attesa del prossimo & ultimo numero.

Non sono un angelo 4

Sebbene inficiato dai soliti difetti della Yazawa - gente che si mette a piangere a sproposito, sciocchezze che diventano montagne nella mente delle persone - il quarto è il numero migliore uscito finora di Tenshi nanka janai. La cosa inizia a movimentarsi un po' con l'ingresso in scena di Ken Nakagawa (quello che in Cortili del cuore sarà ormai il cantante famoso a cui viene paragonato il protagonista), che è 100 volte meglio di quel musone pesante di Akira. Niente di nuovo sul fronte Mamirin.

Furugama Memories

Numero speciale per i 20 anni della Star Comics, 100 pagine tutte a colori, grande formato, una volta tanto un'edizioen come si deve, una gioia per gli occhi. La storia è contortissima e leggermente deprimente come sanno esserlo a volte i giapponesi; il mio consiglio è di ignorare la storia (bambole vive, oggetti antropomorfi che si fanno fotografare i loro ricordi) e di godersi in pace il tripudio grafico.

Bye bye jazz (brutta storia Mr. Brown) 

Mi è sempre un po' difficile esprimermi sui fumetti di Alessandro Rak e Andrea Scoppetta, dato che li conosco personalmente; in questo caso al loro duo si è aggiunto Luca Scornaienchi, che invece non conosco affatto. Credo di potermi azzardare a dire che è un grosso passo avanti nella loro ricerca formale; sono 45 pagine senza una sola parola (solo qualche scritta), in ogni pagina c'è una vignetta unica quadrata, di eguale formato per tutte le pagine, con un'immagine unica. Sono quindi appena 45 disegni che raccontano una storia più lunga e complessa, che ci fanno intravedere tutto quello che c'è dietro, speranze, sogni e delusioni di questo mr. Brown, un poveraccio che racimola qualche soldo per strada suonando la tromba e che un bel giorno si trova davanti al dilemma di come spendere il mazzetto di banconote che un passante gli ha gettato. Decide di comprare un'arma e di rapinare la banca, ma il fato ci metterà lo zampino... La conclusione non è ben chiara. Per quanto riguarda i disegni, credo che Rak e Scop abbiano lavorato in stretta collaborazione, anche se direi che Scop si sia occupato delle chine e che la copertina sia di Rak (colorata al computer con uno stile simile a quello della sua cartolina esposta alla mostra sul Vesuvio). Il passante, il negoziante di armi e il fato (?) hanno tutti la faccia della morte, vecchia conoscenza dei disegni di Rak (cfr Ark). È incredibile come a p. 16 si riesca a sentire distintamente il sibilo dei proiettili che trapassano i barattoli di latta.

Ford Ravenstock - specialista in suicidi

Vincitore del Lucca Project Contest 2005 (a cui avevo partecipato anch'io): mi sentivo in dovere di prendere questo numero, per vedere se davvero avesse vinto il migliore. Questo non lo posso dire con certezza, dato che le altre storie non le ho lette: posso egoisticamente dire che Asanor è molto meglio (e  su questo non avevate dubbi, no?). La storia è bizzarra - un sicario sui generis viene pagato per "far" suicidare le persone - e i disegni, con le anatomie rattrappite (specie le mani) e il tratteggio incerto non si meritano certo i miei voti più alti. Gli schizzi, come spesso succede, erano meglio. Detto questo, non è neppure completamente da buttare e per questo auguro tanta fortuna a Susanna Raule ed Armando Rossi (aureola).

E ora per le letture a scrocco...

Gridare amore dal centro del mondo

Versione manga del romanzo che ha venduto 4 milioni di copie in Giappone (e che io non ho letto), è una specie di Love Story - lei malata di leucemia, lui ai piedi suoi - senza infamia e senza lode. Certo che con tutto quel successo uno che disegnasse e sceneggiasse un po' meglio lo potevano trovare...

Free Soul, di Ebine Yamaji

Dalla stessa autrice di Love my life un'altra storia di ventenni alle prese con l'organizzazione della propria vita e con la loro omosessualità. Come la protagonista di Love my life, anche Keito è lesbica, follemente innamorata di una ragazza che non la pensa neanche - fino all'ultima pagina, quando c'è un affrettato happy end - e circondata da altre persone con vari problemi sentimentali e relazionali. A far da controcanto c'è la storia di Angie, una cantante nera lesbica, personaggio inventato da Keito per il suo ingresso nel mondo dei manga. A ciò aggiungiamo una vecchietta che ospita persone a casa sua per ghiribizzo e che in realtà è una grande artista e il suo misterioso assistente che sembra tanto bravo poi non lo sembra più e poi lo sembra di nuovo. Una bella lettura (a scrocco), con questo solito stile pulito ed essenziale, quasi senza ombreggiature, come se ci fosse già una risposta chiara anche se i personaggi non la vedono.

Pillole blu di Frederick Peeters

E per finire un altro romanzo a fumetti, stavolta autobiografico, di Frederick Peeters, l'autore di Lupus. Era una vita che volevo leggerlo e finalmente l'ho visto alla Fnac. È la storia del rapporto di Fred, l'autore-narratore, con la sua ragazza sieropositiva e il figlio di lei, anch'egli sieropositivo, visto in una prospettiva in bilico tra l'autoironia, la preoccupazione, la serietà ed altri piccoli elementi che formano la nostra visione, o i nostri pregiudizi, sulla sieropositività. L'autobiografismo di Peeters è diverso da quello del mio beneamato Craig Thompson: meno lirico e anche apparentemente meno sincero, come ci si aspetterebbe - usando un pregiudizio iconografico - da uno svizzero rispetto ad un americano; tuttavia sembra sempre esserci del metodo dietro i disegni (anche se qualcuno mi deve spiegare cosa significa l'episodio del mammut alla fine). Lo stile del disegno, in particolare delle chine, è molto particolare; forse però in Lupus, che è successivo, sono meglio. Grande il dottore.

 Città di vetro, di Auster - Mazzucchelli - Karasik

Confesso candidamente la mia incapacità ad apprezzare questa graphic novel; tempo fa avevo letto che era tra le migliori mai stampate (sic) e quindi, quando è uscita con Repubblica, l'ho comprata. È di un post-modernismo che trovo troppo faticoso per me, irritante perché si dà tante arie di essere profondo & intellettuale quando in realtà mostra solo un po' di decostruzionismo di seconda mano applicato a Don Chisciotte e al problema dell'identità che, se la poniamo nel modo di questo fumetto, francamente mi ha stancato. Sono troppo cattiva, eh? Ma io rivendico il diritto a leggere una storia che abbia un inizio e una fine, banali o strampalati che siano, che non inizi in un modo e poi si perda nelle elucubrazioni del personaggio-narratore-autore-non autore per poi dire "ops, ci siamo sbagliati, in verità non c'è nessuna fine e nessuna storia perché questo negli anni '90 fa più chic". E scusatemi se sono tradizionalista; in realtà c'è molto di buono in questa Città di vetro, i disegni sono ottimi, pura scuola americana doc, l'inizio è coinvolgente, ma il finale mi ha deluso e infastidito. 

postato da: cabepfir alle ore 30/11/2006 13:09 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: manga, fumetto
domenica, 26 novembre 2006

Neve sottile, di Tanizaki Jun'ichiro

Le sorelle Makioka nella mia interpretazione: da sinistra Tsuruko, Sachiko, Yukiko e Taeko

Gli studenti di giapponese che abbiano preparato letteratura del IV anno sul Keene ricorderanno sicuramente una piccola frase, buttata là all'inizio della sua trattazione di Sasame Yuki: "Tanizaki began in 1942 to write his longest and perhaps his best novel, Sasameyuki..." (Dawn to the west, p. 773). Considerato quanto all'epoca già amassi Tanizaki, quel "perhaps his best novel" mi rimase come una pulce nell'orecchio, tanto più che ero impossibilitata a leggerlo, dato che era ormai fuori catalogo da secoli. Potete immaginare la mia gioia quando una decina di giorni fa l'ho trovato, fresco di ristampa, sugli scaffali della Feltrinelli: l'ho preso immediatamente e ho divorato le sue 600 pagine in una settimana. Nella produzione di Tani Tani è certo un'anomalia: un romanzo senza sesso, senza perversioni sessuali, senza donne dominatrici e uomini schiavi, senza rapporti SM, senza feticismo dei piedi, senza tragedie... "solo" la cronaca, quasi giorno per giorno di quattro anni, dal 1938 al 1941, nella vita di quattro sorelle di Osaka, le prime due felicemente sposate, e le ultime due ancora da maritare. Un romanzo volutamente lento, futile se si vuole, solo con i maneggi per maritare la terza sorella, Yukiko, e per tenere a bada l'ultima, Taeko, più moderna e ribelle. Nel suo schema così semplice, sebra quasi che Tanizaki si sia volutamente rifatto ad altri grandi romanzi di sorelle: Piccole Donne e Orgoglio e Pregiudizio. Si potrebbero persino cercare dei paralleli: Tsuruko come Meg, tutta impegnata con la casa e i bambini; Sachiko come Jo, non tanto per l'inventiva o lo spirito ma in quanto l'essere il punto su cui più si focalizza lo sguardo del narratore; Yukiko come Beth, fragile e timida, ma con una grande forza interiore (e c'è persino un episodio di scarlattina in Sasame Yuki, ma quella che si ammala è Etsuko, la figlia di Sachiko, non Yukiko); e l'ultima figlia, Taeko come Amy o la più piccola delle sorelle Bennett, anticonformista che fugge per amore, che ha un bambino dall'uomo sbagliato, e che viene diciamo così "punita" per i suoi errori, ma in modo pacato, senza tragedie. Appassionante come possono esserlo solo le organizzazioni di matrimoni o la cronaca quotidiana, Sasame Yuki veicola un messaggio anche più profondo, considerando quando e come è stato scritto (durante la 2 guerra mondiale, e censurato): un inno alla vita, alla quotidianità, al Giappone che riesce a integrarsi con l'occidente in maniera sfumata (basti pensare ai legami dei Makioka con i loro vicini tedeschi, gli Stolz, e con i rifugiati russi), alla tradizione di Osaka rispetto a Tokyo. Benché sia inficiato da una traduzione bizzarra, che per quanto sappia è stata effettuata dal giapponese ma che sembra piuttosto fatta dall'inglese, (quello che era presumibilmente Kei-chan diventa Kei-boy, i nomi delle strade sono dati in inglese con tanto di boulevard e di ward), Sasame yuki merita le stesse parole che Katô Shûichi scriveva a proposito del Genji (e aggiungo così, ma tanto già lo sapete, che Tanizaki aveva portato da poco a termine la grande traduzione del Genji in giapponese moderno). "La verità sulla natura umana che il Genji monogatari ci svela non è il destino, né la transitorietà della vita, ma il passaggio del tempo, cosa fondamentale e d'altronde così semplice. Presentare o rivelare tale verità necessitava davvero un lungo romanzo". (Storia lett giap I, p.172). Non solo un lungo, ma un grandissimo romanzo. 

postato da: cabepfir alle ore 26/11/2006 14:30 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: libri, disegno
domenica, 19 novembre 2006

The Departed

Martin Scorsese, Leonardo DiCaprio e Matt Damon sul set

n.b. ci saranno un fracco di spoiler
Non sono diventata una fan di Leonardo DiCaprio ai tempi di Titanic, quando penso di essere stata l’unica di classe mia ad aver visto il film a cinema una sola volta e quando mi ostinavo a ritenere che Jack e Rose avrebbero potuto starci entrambi, sulla tavola. Non lo sono diventata per Romeo + Julietta, film che ho visto più volte per doveri “professionali” senza quella sconfinata ammirazione per il Baz Luhrmann di Moulin Rouge. Non lo sono diventata per i due precedenti film di Scorsese, né per Gangs of New York in cui al massimo potevo gradire l’Ezechiele Lupo di Daniel Day Lewis né per The Aviator in cui mi sono limitata ad apprezzare la Cate Blanchett – Katherine Hepburn. Non lo sono diventata quando ho letto di come ha trattato i suoi fan romani, ammorbandoli con la presentazione del suo documentario sulla tratta dei diamanti, pur apprezzando la buona volontà ambientalista. Rischio di diventare una fan di DiCaprio adesso, alla veneranda età di 25 anni, dopo l’ultimo, sconvolgente film di Martin Scorsese. Era penso dai tempi di Frodo che non facevo il tifo in maniera così spudorata per un personaggio a cinema, e Scorsese me l’ha pure ucciso (boohohoh, sono traumatizzata).
Tre ore che filano come un treno, in una costante accelerazione adrenalinica, con una tale sapienza di ritmo, compattezza, consequenzialità e necessità che non ti permettono di distogliere per un attimo l’attenzione. Ammetto di essere andata a vederlo a cinema solo perché me l’ha chiesto una mia amica: pensavo che una vicenda di malavita di Boston potesse aspettare la visione casalinga. Ho dovuto completamente ricredermi: The Departed è un film bello, bellissimo, e dirò di nuovo “necessario” come le cose di cui non puoi fare più a meno. La sua profondità supera la mia capacità di analisi della domenica mattina, ma non dubito che se l’avete visto o quando lo vedrete capirete quello che voglio dire. È un film di genere, sì: fin dal montaggio è un thriller poliziesco. Ma dietro la macchina da presa c’è Scorsese, e questo cambia tutto. Qui della malavita vera e propria non ce ne importa niente, e il discorso è sull’uomo in generale, sull’umanità, sull’America. Come al solito il segno visibile non è che una metafora, resa di ancora più difficile interpretazione dall’ambiguità del segno, dal suo shape-shifting. Poliziotti violenti che in realtà sono buoni, killer che sono in realtà poliziotti, padrini che sono informatori dell’FBI, infiltrati che sono poliziotti che erano delinquenti… Tutto è contaminato, non c’è niente che stia saldamente dalla parte del bene, o meglio, come dice il sottotitolo italiano, chi sta dalla parte del bene, chi sta dalla parte del male? Quale bene? Quale male? Non il bene e il male assoluti, ma quelli visibili davanti ai nostri occhi non hanno più forma, non hanno più identità. Ridammi solo la mia identità e me ne vado, urla Bill Costigan (DiCaprio) quando ha ormai braccato il bastardissimo Colin Sullivan (Matt Damon), l’uomo che gli ha ucciso il suo punto di riferimento, il capo buono della polizia Queenan (Martin Sheen) e che si è freddamente sbarazzato del suo boss, Frank Costello (Jack Nicholson), e che per di più si è pure ciurpato la bionda psichiatra (Vera Farmiga). Ma forse il braccato è sempre Costigan, a cui viene negata persino la vendetta. (Quando DiCaprio muore mi stavo mettendo a piangere, giuro, ero tutta scossa dai singulti, e se pensate a quanto raramente io mi commuova al cinema, ciò potrebbe anche bastare come giudizio al film). Ai due personaggi positivi, Costigan e Queenan, viene negata persino la bella morte, quella degli eroi uccisi in battaglia dal loro diretto avversario: Queenan viene buttato giù da un palazzo, Costigan viene freddato all’uscita da un ascensore da uno sbirro qualunque. Allo spettatore neanche questo è dato: vedere Costigan che uccide Sullivan dopo avergli fatto provare le torture dell’inferno. È vero, alla fine anche Sullivan incontra la sua nemesi per mano dell’altro poliziotto dalla mano di ferro, Dignam (un magnifico Mark Wahlberg a cui tra l’altro donano un sacco i capelli lunghi) ma si può veramente dire: giustizia è fatta? È davvero un’uccisione catartica, l’ultima? Non credo proprio. La spirale non si è affatto interrotta: i vari morti non sono che pedine, e dopo Sullivan ci sarà sicuramente qualche altro che prenderà il suo posto.
In questa sfavillante rappresentazione metaforica, sorretta da un cast da urlo (tutti bravissimi, a partire da DiCaprio fino all’ottuso capitano Ellerby di Alec Baldwin, senza dimenticare l’istrionico Nicholson che non a manco bisogno che se ne faccia menzione) e accompagnata dalle fantastiche musiche di Howard Shore (specialmente il folk-metal irlandese, che sballo: qualcuno sa chi fosse quel gruppo?) c’è una sola, grossa pecca che mi trattiene dall’usare il termine “capolavoro”: si tratta di una scena completamente sbagliata a metà film. Per non so quali ragioni, Scorsese si deve essere visto costretto ad inserire una scena di sesso e quindi ha inserito uno stacchetto con la maglietta di DiCaprio che si arravoglia con le mutande di Vera Farmiga: ce n’era bisogno? È una scena che spezza completamente il ritmo e stende la sua influenza anche sulle scene successive, per cui si deve ricarburare prima della scalata finale. Secondo me il film poteva tirare dritto anche senza la pausa pubblicitaria gentilmente offerta dalla Lovable, il ritmo si sarebbe mantenuto serratissimo senza stancare troppo lo spettatore, anzi, sarebbe stato ancora più forte, come un treno. Magari in dvd si riesce a saltare la scena incriminata e passare subito alle nuove malefatte di Costello…
Oltre a questa pecca, per cercare proprio il pelo nell’uovo, non ho capito bene che cosa significhi che Costello è un informatore dell’FBI (ma allora l’FBI da che parte sta? Cerca di proteggerlo?), in che modo Sullivan fa avere la medaglia al valore a Costigan (dice che l’altro poliziotto da lui ucciso era la talpa? Me lo sono perso mentre piangevo la morte di DiCaprio) e poi quali siano i veri scopi di Sullivan quando uccide Costello: dal loro dialogo ho avuto l’impressione che Sullivan volesse prendere il suo posto a capo della mafia, anche se dopo si capisce che vuole continuare a fingere di fare il bravo poliziotto.
E comunque resta la domanda: ma di chi è veramente il bambino? Eheh…
postato da: cabepfir alle ore 19/11/2006 09:24 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: lo schermo e la scena
martedì, 07 novembre 2006

L'undicesima estate di Jibras: schizzi

Ho finalmente uplodato alcuni schizzi per la storia breve su Jibras... Ecco a voi:

L'undicesima estate di Jibras main page

~ Aliema, Jibras, Brenon e Miriel a tavola

~ Jibras e Naide giovinetti

~ Feleus

~ Jibras e Feleus

postato da: cabepfir alle ore 07/11/2006 22:06 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: disegno, fumetto, asanor
venerdì, 03 novembre 2006

Ma c'è qualcuno che vuole fare qualcosa per il nostro pianeta?

Stasera a Otto e mezzo, la trasmissione condotta da Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni su La Sette, si parlava di ambiente. Da un po' di giorni i giornali stanno finalmente pubblicando quasi ogni giorno articoli sulla situazione ambientale, causa il rapporto presentato da un ex economista di cui purtroppo non ricordo il nome (per qualche link agli articoli, provate qui). Tra gli altri ospiti (Alfonso Pecoraro Scanio, un gionalista da New York e un altro professore) era presente il prof. Franco Battaglia, che insegna Chimica dell'ambiente all'Università di Modena. In poco meno di 10 minuti Battaglia ha osato affermare che:

  • Nel '900 abbiamo assistito a tutte le cose peggiori: il nazismo, il comunismo, e ora all'ambientalismo. Ha osato mettere sullo stesso piano nazismo e ambientalismo! Ma quest'incredibile cecità non era che la prima di una serie di affermazioni allucinanti:
  • Chernobyl ha fatto solo 59 morti, è stata tutta una sciocchezza montata ad arte;
  • Non ci sono stati mutamenti climatici negli ultimi 10 anni, è tutto normale (certo, come no: è normale che fino a tre giorni fa c'erano 26 gradi e oggi ce ne sono 6?)
  • Il sole come fonte di energia è passato, vecchio e inutile; la fonte d'energia del futuro è qualcosa di diverso dal sole (dal suo pdv, il nucleare)
  • L'anidride carbonica non fa male, è contenuta pure nelle bevande.

Oh, ma la gente si rende conto di quello che dice? Ma come può a questo Battaglia essere concesso di insegnare ai giovani? Io spero solo che la prossima volta che se lo trovano davanti i suoi studenti gli sputino in faccia. Perché, che lui se ne renda conto o no, solo una bella inversione di tendenza rispetto al nostro attuale livello di inquinamento, di consumi e di sprechi farà sì che questo pianeta possa campare fino al 2100, il che non è detto. Abbiamo già superato il limite delle risorse utilizzabili, stiamo andando avanti con la riserva! E quando anche la riserva finirà, che faremo?


Il prof Battaglia mi ha talmente innervosito che mi ha rovinato tutto il piacere di offrirvi due nuovi disegnucci, una Miriel e uno Snape:

Miriel        Snape

postato da: cabepfir alle ore 03/11/2006 23:13 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: disegno, fumetto, ambient, asanor

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