a metà strada tra il critico e il fan

esperimenti di critica sociale e umana
martedì, 30 giugno 2009

disegno ancora...

Sto vergognosamente trascurando questo blog. Giusto per non dire che a giugno ho scritto un post solo, vi mostro un po' di ultima roba:

Miriel e Naide.

Scena da pullman. Io e la chiarezza non ci conosciamo.

Ho partecipato al concorso Illustrissimi e una mia illustrazione è stata selezionata! Spero di darvi maggiori informazioni in seguito. Comunque, il tema della mostra era "Fuoco" e dopo aver finito le tre illustrazioni per il concorso, mi è venuta in mente un'altra immagine, quella di una ragazza i cui capelli prendevano fuoco. L'illustrazione che è venuta è poi molto diversa da quella che c'era nella mia testa (molto più scura e pastosa, in cui le ciocche-fiamme dovevano risaltare di più).

Jaime e Cersei litigano. Un'ennesima fanart per Le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George RR Martin.

Alla prossima! (e forza Ferrero).

postato da: cabepfir alle ore 30/06/2009 13:07 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: disegno, fumetto, asanor, asoiaf
giovedì, 04 giugno 2009

mostre e mostri

Hiroshige - Roma, Museo Fondazione Roma, prorogata fino al 13 settembre

Appena entrati nell'elegante allestimento della mostra sul grande maestro Hiroshige, accolti da svettanti hostess in microkimono che insinuano un sottile tono da Yoshiwara, si passa attraverso una sala introduttiva decorata con un giardino zen (con piante finte) e rischiarato da un raffinato sistema di luci che passano soavemente dall'alba al tramonto, mentre cinguettii di uccelli e fruscii di seta danno l'ultimo tocco di giapponesità. La mente entra subito in uno stadio più elevato, di contemplazione distaccata eppur partecipata, e considera come il giardino giapponese, con le sue forme contenute, punti a farsi comprendere dallo spettatore per via di sintesi, mirando ad essere riprodotto per intero, nell'insieme delle sue parti, nella mente dello spettatore contemplante. Poi si arriva alla prima sala, e questo clima zen viene bruscamente interrotto.

Da un lato, un gruppo di vegliarde chiassose ricorda a voce alta tutte le mostre a cui hanno partecipato durante la loro pensione. Le hostess fluttuanti, che mai cercano di zittire i visitatori rumorosi, più tardi mi inviteranno ad uscire dalla stanza quando mi squilla il cellulare e cerco di spiegare in un sussurro all'interlocutore di trovarmi ancora alla mostra. Le vegliarde bastano perché riaffiori una mia vecchia tendenza, l'odio assoluto per i visitatori dei musei che parlano. Ma le vegliarde non sono il peggio: parlano dei fatti loro, non commentano le opere esposte. I commentatori ignoranti o inappropriati sono quelli invece che riescono a farmi imbufalire come poche altre cose. Sono ancora nella prima sala quando giunge una signora con il suo compagno. Appena entrata, senza quasi neanche guardare l'opera esposta, esclama (sempre a voce alta): "Che colori!" (il che rientra nei commenti sgradevoli di tipo 1: banalità colossali, come dire "che bello", "bellissimo", ecc). Poi tenta di spiegare al suo compagno l'influsso del giapponismo nella produzione artistica occidentale di inizio '900, dicendo testualmente: "Il liberty si chiama liberty perché viene dal Giappone". Ora, so che la signora voleva dire quanto il Giappone abbia influito sullo sviluppo del liberty. Ma qualcuno mi sa trovare un motivo per cui linguisticamente la parola liberty dovrebbe avere a che fare con l'arcipelago nipponico?

Ora, su altri aspetti dell'umano consesso sono molto tollerante. Ma il commentatore ignorante delle mostre è al di sopra delle mie capacità di sopportazione. Con tutto il rispetto per la libertà di espressione, vorrei che fosse proibito per legge di parlare durante la visita ai musei, rovinando l'esperienza estetica delle altre persone. Guardate, non parlate. I commenti li farete quando uscite. E se proprio non riuscite a trattenere un commento, almeno fatelo a un volume inferiore a quello che serve ai quartieri spagnoli per chiamarsi da una parte all'altra del vicolo. Ricordo ancora con la pelle d'oca una mostra su Gauguin al Vittoriano, immersa tra i commenti di gente che sapeva dire solo "Bello", "Bellissimo", "Che bello", e poi non guardava neppure le pennellate.

In ogni caso, le mie stesse modalità di vedere una mostra sono servite a liberarmi dei commentatori inopportuni. Mentre io mi soffermavo ancora nella prima sala, la signora e il suo compagno erano già arrivati alla fine della mostra, immagino sempre tra analoghi cincischiamenti. Questo distanziamento cronologico mi ha permesso di godermi il resto dell'esposizione tra compagni più silenziosi e beneducati.

    

La caratteristica fondamentale che mi è parso di rintracciare nelle opere di Hiroshige è un avvicinamento alla perfezione, ottenuta soprattutto attraverso un dominio pressoché totale dell'equilibrio compositivo. La disposizione delle figure avviene con impressionante maestria lungo le linee diagonali, verticali e/o orizzontali, in una tensione continua verso una immobilità dinamica, o un movimento immobile.

   

Il senso dello spazio è ottenuto con una sapiente sovrapposizione dei piani che, quando condotta sencondo i canoni della prospettiva occidentale, mi ha fatto gridare alla meraviglia. Le sue scene con figure sono mirabilmente animate, trasmettendo nello spettatore un senso di chiacchiericcio vivo e brulicante, visto col sorriso sulle labbra.

  

Una delle cose che più mi ha impressionato è il fatto che tale stupefacente equilibrio spesso fosse raggiunto soltanto tenendo conto delle scritte, e dunque includendo, nella valutazione dell'opera, sia il lato pittorico che quello verbale, come d'altronde tipico della cultura giapponese. Insomma: senza l'aggiunta dello spazio occupato dai versi, la composizione penderebbe da un lato o dall'altro, laddove invece i kanji forticono un apporto talora determinante per la valutazione degli spazi.

 

Putroppo come al solito non c'erano in vendita le cartoline delle silografie che mi erano piaciute di più... Perché mettono in vendita invece sempre riproduzioni che non mi interessano?

Beato Angelico, Musei Capitolini, fino al 5 luglio

Almeno quelli della Fondazione Roma dieci cartoline per Hiroshige le hanno fatte, mentre quelli dei Musei Capitolini non si sono degnati neppure di fare una cartolina per la mostra sul Beato Angelico. Sono uscita dunque dalla mostra a bocca asciutta, ma non solo per la mancata cartolina: dopo l'abboffata di Hiroshige al mattino, la mostra sul Beato Angelico, con le sue venti opere, sembrava davvero poca cosa. Aggiungiamo poi la confusione del museo, dove le indicazioni (pur abbondantissime) non portano mai nella direzione sperata, facendomi perdere più di una volta.

Mentre Hiroshige tende alla sintesi, niente sintesi nella pittura del Beato Angelico, dove il dettaglio prevale sul senso del totale e dove il colore ha la meglio sul disegno. Davvero bellissimi colori, e alcune cose (in particolare un panneggio di un Cristo in gloria) stupefacenti: ma quest'oscillazione dell'Angelico tra Medioevo e Rinascimento, tra fondi dorati e costruzione prospettica e volumetrica, che sarà anche fondamentale per la storia dell'arte, mi è sembrata una cosa che, appunto, non sta né di qua né di là, incerta sulla direzione da prendere. Come quelli che hanno messo i cartelli dentro i Musei Capitolini.

postato da: cabepfir alle ore 04/06/2009 00:08 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: foto, disegno, studio, persone
giovedì, 28 maggio 2009

battute biotroniche

Non vi preoccupate, io sono sempre qui e anche i disegnini.

Anche se ormai sono in fase di regressione.

postato da: cabepfir alle ore 28/05/2009 08:19 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: disegno, persone, fumetto, fine umorismo
mercoledì, 27 maggio 2009

nuovo template

Dopo quattro anni di blog, mi sono arresa a mettere i rees, feed o comesichiamano. Non è mai troppo tardi. Per far questo ho dovuto rinunciare al mio precedente template, sul quale avevo faticato tanto. Ho anche disegnato questa scenetta (una vecchia idea) per metterla come immagine d'apertura, ma non riesco a manipolare il template in modo da inserirla in modo soddisfacente. Ah, la mia ignoranza dell'accatiemmeelle.

Sentivo da un po' la necessità di dare un po' d'ordine al caos precedente, e adesso ho proprio spazzato via tutte le cose che rendevano interessante (e caotica) la colonna di destra.

Questo prima di cedere del tutto alla tentazione di blogspot, come mi invita a fare Alfredo, novello trasferito, che sta mettendo su un blog dedicato alla nona arte. Serio.

postato da: cabepfir alle ore 27/05/2009 13:04 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: disegno, varia
lunedì, 25 maggio 2009

Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia

Resto lì a lungo, la mano appoggiata al bordo della finestra, a fissare il punto in cui è sparita. Magari potrebbe accorgersi di avere dimenticato di dirmi qualcosa, e tornare indietro. Ma non torna. In quel punto rimane solo una specie di cavità invisibile che ha la forma della sua assenza.
 
È difficile condensare in poche parole un giudizio su Kafka sulla spiaggia. È un libro di cui ho sentito parlare molto prima di quando uscisse in Italia, sin dal momento in cui Amitrano sensei lo stava traducendo, e quindi all’incirca dal 2007. Una mia amica ne ha corretto le bozze, raccontandomi talvolta di alcuni dettagli del processo di traduzione. Poi, da quando è uscito, l’ho letto due volte. La prima volta all’inizio del 2008, lettura interrotta a poche pagine dalla fine perché lo lasciai in Italia quando partii per la Francia; la seconda volta quest’anno, finalmente finendolo. Rileggerlo non mi ha annoiato né me ne ha fatto avere, sostanzialmente, un giudizio diverso. Mi ha fatto solo comprendere meglio il sostrato di pensiero buddista che giace sotto molte delle riflessioni compiute dai protagonisti, e mi ha fatto notare meglio la compresenza di riferimenti alla cultura occidentale e a quella orientale, che è uno dei punti fissi di Murakami. Quasi tutte le citazioni che si trovano all’interno di questo libro (escluse alcune importanti eccezioni) rimandano alla cultura occidentale: la musica ascoltata dai personaggi, i libri letti, le misteriose incarnazioni di figure pop (Johnnie Walker, il colonnello Sanders), mentre la base filosofica è perlopiù di matrice orientale, e in particolare, mi sembra, buddista, con i riferimenti alla vacuità, all’impermanenza, al flusso. Le importanti eccezioni sono costituite dal richiamo al Genji monogatari, il capolavoro assoluto della letteratura giapponese, e in particolare all’episodio dello spirito tormentatore scaturito da una persona vivente, e da Natsume Sōseki, su cui i personaggi discutono.
 
Da un lato, è un classico romanzo di formazione, che prende l’avvio dal più classico dei problemi di origine: il complesso di Edipo. Il protagonista, che si fa chiamare Tamura Kafka, uccide suo padre e giace con sua madre e con sua sorella. Non adempie a questi atti in maniera diretta (tranne in un caso), ma attraverso intermediari che ruotano attorno a lui costituendo, nel caso di Nakata, dei filoni paralleli alla sua storia. Nakata, appunto, un vecchio la cui mente è stata alterata da un misterioso episodio infantile, è colui che gli uccide il padre; la sorella (ma davvero sorella?) viene penetrata in sogno, mentre un’altra sorella (d’adozione) è ritrovata nel mitico bibliotecario Ōshima, transgender FTM; la madre (ma davvero madre?) è amata attraverso la sua apparizione di quindicenne. Dopo essere passato attraverso la maledizione d’Edipo, Kafka è pronto (ma davvero pronto?) per vivere la sua vita. “Ma non ho ancora capito che cosa significa vivere”, dice proprio nell’ultima pagina. “Guarda il quadro. Ascolta il rumore del vento”, risponde Ōshima, in quella che è una meditata accettazione delle stranezze del reale.
E stranezze del reale ce ne sono a bizzeffe in questo testo: attorno al nucleo edipico girano misteriosi addormentamenti di bambini durante la seconda guerra mondiale, camionisti che iniziano ad apprezzare il Trio dell’Arciduca di Beethoven, prostitute da urlo che citano Hegel mentre praticano la fellatio, gatti che parlano, una pietra dell’entrata (verso che cosa? La propria coscienza? Il mondo dei ricordi? In ogni caso, se è aperta va richiusa, e dunque meglio non aprirla), sgombri e sardine che piovono dal cielo, e chi più ne ha più ne metta. Detta così sembrerebbe un romanzo fantastico. Non lo è, o meglio gli elementi fantastici non sono usati in termini di evasione bensì di metafora sul reale che è sullo stesso piano del reale stesso.
Nessuno di questi elementi fantastici, o dei misteri, viene spiegato. Neppure la pietra dell’entrata, oppure l’incidente che ha fatto di Nakata un uomo con un’ombra che è densa la metà delle ombre normali. Come dice la mia amica Gala, neppure tutte le parole del mondo – e il romanzo contiene un livello di dettaglio, nelle descrizioni e nel linguaggio, incredibile – possono spiegare il nucleo, l’insondabile. Come dice Ōshima, guarda e ascolta. La decifrazione seguirà quando sarà necessaria.
Kafka sulla spiaggia è un libro dentro cui si abita. Una volta che ci si entra dentro, si attraversa un viaggio esattamente come i due protagonisti, Kafka e Nakata (e poi il camionista, Hoshino), e alla fine, forse, si è imparato a guardare il quadro – che in questo caso è anche l’esperienza estetica vs. l’ermeneutica – senza porsi domande, ma solo godendo del passaggio.    

un morceau dal Trio dell'arciduca di Ludwig van.

postato da: cabepfir alle ore 25/05/2009 13:08 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: libri, video, mussica
lunedì, 25 maggio 2009

10 domande

(grazie Zeruhur)

postato da: cabepfir alle ore 25/05/2009 10:57 | link | commenti | commenti
categorie: politiks
domenica, 10 maggio 2009

letture e acquisti post Comicon

Il Comicon è finito ormai da due settimane, ma io ho finito solo adesso di leggere la roba che ho acquistato/ scroccat-fattomi prestare dopo di esso. Ed ecco il minestrone:

Bastien Vivès, Dans mes yeux - Il gusto del cloro

In occasione del Comicon ho avuto l'incredibile ventura di conoscere Bastien Vivès. E chi l'avrebbe mai detto quando, a settembre, presi dallo scaffale della Fnac di Tours una copia del Goût du Chlore, e lo considerai subito uno dei fumetti migliori su cui avessi messo mano negli ultimi tempi? Alla fiera del Libro per ragazzi di Bologna, nello stand della Casterman, avevo avuto modo di sfogliare, ahimé per pochi minuti, la nuova opera di Bastien, Dans mes yeux, ancora inedita in Italia ma che spero sarà tradotta presto. Per fortuna Bastien ce ne ha lasciato una copia allo studio e quindi ho potuto leggerla con calma ^^

Dans mes yeux e Il gusto del cloro - di fresca stampa presso Black Velvet - raccontano la stessa storia. Un lui e una lei - di cui non si sa il nome in nessuna delle opere - si incontrano per caso, si studiano, si piacciono, si mettono insieme. Il gusto del cloro termina appena prima che i due si mettano insieme, Dans mes yeux prosegue fino a mostrare le prime incrinature della neoformata coppia. Il gusto del cloro ambienta tutto in piscina, Dans mes yeux segue i protagonisti dalla biblioteca universitaria dove si incontrano per la prima volta ai luoghi dei loro primi appuntamenti, il cinema, una festa, il ristorante, lo zoo ecc. Alcune situazioni si ripetono identiche nei due fumetti: lei che si lega i capelli con un elastico, lui che scopre con gelosia le altre amicizie maschili di lei, lui che guarda, ammira, fissa solo lei.

La bellezza del Gusto del cloro stava in quella sensazione di piscina che ti dava. Mentre lo leggi si percepisce l'acqua, l'atmosfera ovattata delle vasche, lo sciabordio delle piccole onde contro il bordo. Colorazione al computer in tinte piatte, sintetiche e utili. Dans mes yeux invece è colorato coi pastelli a cera, e un nervoso contorno a china segue le figure principali. La sua bellezza - e la sua genialità - sta nella prospettiva e nel sapiente utilizzo della voce narrativa.

In Dans mes yeux, il protagonista maschile non si vede mai. Tutto si vede, come dice il titolo, dai suoi occhi, e nei suoi occhi c'è solo lei, la ragazza che lo affascina e di cui lui segue tutti i movimenti. Anche i balloon riportano esclusivamente le parole di lei, mai quelle di lui, cosicché il dialogo va dedotto unicamente dalle reazioni di lei. Questo perché a lui, di quello che dice lui stesso, non importa. Interessa soltanto questa lei che è entrata così prepotentemente nella sua vita.

Per farla breve, Dans mes yeux è geniale e dovete leggerlo. Due cose non mi sono piaciute: la parte allo zoo (con quegli animali disegnati così realisticamente, al contrario del resto dei disegni) e il finale amaro, perché, come il protagonista, non capisco il senso delle lacrime di lei. Ma questo nulla toglie alla straordinarietà del tutto. Leggete di come l'attenzione di lui scema mentre lei parla con i suoi compagni di dormitorio, o di come lei balla. Bastien suggerisce di leggerlo ascoltando Les histoires d'A di Rita Mitsouko. Le voilà.

 Les histoires d'amour finissent mal en général.

Un omaggio di Bastien a Napoli:

immagine di Bastien Vivès

e il blog di Bastien: http://bastienvives.blogspot.com/ . Stay tuned. 

Blotch. Di fronte al proprio destino, di Blutch

Blotch di Blutch è semplicemente l'albo meglio inchiostrato adesso in circolazione, insieme alle cose di Frederick Peeters. Questo secondo tomo aggiunge, alle vette del primo (che forse è un pelino meglio), gli ulteriori tentativi di lecchinaggio di Blotch verso il padrone della rivista, che si dimostrerà molto più interessato alla garçonne di Blotch, Georgette, che non a lui stesso, il rapporto di Blotch con il jazz (da comparare con quello verso l'Africa del primo tomo), gli ulteriori battibecchi con Franz Dewiller, e soprattutto il passato di seduttore di Blotch con "la tentazione di Sant'Antonio". Insomma tutto il peggio del carattere di Blotch, per la nostra gioia.

Miss Endicott, di Derrien - Fourquemin

L'ho preso perché non so dire no alle governanti inglesi dell'800. Lettura gradevole, anche se mi aspettavo di meglio. Il ritmo molto veloce del racconto impedisce un po' di soffermarsi sui disegni, entrando in contrasto con il loro livello di dettaglio. Nel finale non ho capito perché Miss Endicott, svolto il suo lavoro, dovesse andarsene. In generale, mi ha ricordato da un lato Clues di Mara, e dall'altro Brisby e il segreto di NIMH, uno dei miei film d'animazione preferiti di quand'ero piccola.

Verso la tempesta, di Will Eisner

Trovato nella libreria dello studio e letto aspettando di andare a vedere Porco Rosso di Miyazaki. Andando a combattere nella Seconda guerra mondiale, il giovane Eisner traccia un'autobiografia della sua infanzia che è soprattutto una biografia di sua madre, giovane perbene e con la testa ben piantata sulle spalle ma con una famiglia disastrata, e di suo padre, artista fallito e affarista sognatore ancora più fallito nel lavoro, ma con delle idee molto chiare sulla convivenza etnico-religiosa. Faultless, come si dice, con alcune pagine splendide, ma ci sono cose più emozionanti.

Peppino Impastato. Un giullare contro la mafia, di Rizzo - Bonaccorso

In uno dei corridoi bui di Castel Sant'Elmo, erano esposte le tavole originali di questo fumetto. Non sapevo di cosa trattasse né chi fosse l'autore, ma sono rimasta conquistata dal tratto spigoloso e dolcemente asprigno, come un limone, e soprattutto dal fantastico naso del protagonista. Poi ho scoperto che il fumetto era su Peppino Impastato e che allo stand della Becco Giallo c'era l'autore che firmava le copie. Così mi sono fatta fare un naso solo per me ^^ Pare strano ma io I cento passi non l'ho visto, quindi non posso fare confronti, dal momento che, come si dice in appendice, la scelta della struttura anacronica è stata determinata anche dalla volontà di differenziarsi dal film. L'altroieri ricorreva anche il trentunesimo anniversario della morte di Peppino Impastato, e ben venga che lo si ricordi in tutti i modi. Ma soprattutto un plauso ai fantastici disegni del messinese Lelio Bonaccorso.

postato da: cabepfir alle ore 10/05/2009 11:13 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: disegno, video, persone, fumetto, tours, mussica
giovedì, 07 maggio 2009

ultime robe

bastardozoccolaUltimamente stavo riflettendo sul fatto che gli insulti che si scambiano rispettivamente i due sessi hanno una profonda motivazione sociologica. Il punto che si va a toccare con l'insulto è l'onore, ed essendo il punto d'onore variabile tra maschi e femmine, l'insulto varia di conseguenza. Le donne chiamano bastardo l'uomo che le ha fatte infuriare: bastardo presuppune che l'uomo sia di nascita non pura, non abbia quindi diritto all'eredità del padre, e punta quindi a screditare il ruolo dell'uomo nella società patriarcale, in cui la certezza dell'ereditarietà è tutto. Gli uomini insultano invece le donne puntando sul tasto del loro onore inteso in quanto comportamento sessuale: una donna non casta non ha onore, e di conseguenza è sempre esclusa dalla società patriarcale che prevede di garantire la purezza della discendenza tramite il controllo della sessualità femminile.

Freddura da doccia.

Una mendicante dalle calze e capelli arancioni davanti a Santa Chiara, qualche giorno fa.

Acquerello fatto per Bologna, finalmente scannerizzato. Avevo sognato l'ìmmagine di notte, o meglio avevo sognato questo disegno con un letto, un tappeto per terra, e delle linee gialle e bordeaux. Poi ci ho aggiunto il bambino per dargli un protagonista.

Scena dal vero alla Feltrinelli.

postato da: cabepfir alle ore 07/05/2009 12:57 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: disegno, persone, delirio, fumetto
venerdì, 17 aprile 2009

Nana 37

È LUI!! ABBIAMO ASPETTATO UN ANNO MA NE È VALSA LA PENA! PERCHÉ QUESTO NUMERO HA IL COLPO DI SCENA CHE PIÙ COLPO DI SCENA NON SI PUÒ! MI STAVO SENTENDO MALE PER STRADA A LEGGERLO!! IIIIIIHHHHHH!!!!

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Reira e Takumi si baciano!!!! Non l'avrei giammai creduto! Non l'avevo neppure ipotizzato! Sono rimasta senza fiato! Se pensate che questi punti esclamativi sono troppi, ricredetevi, perché non vi sono parole per descrivere la mia eccitazione nel leggere questo numero! Mai avrei immaginato una piega del genere nella storia! E Ai Yazawa inserisce anche nuovi misteri: Satsuki apparentemente ha un fratello! E Reira ha un figlio! Che sia figlio di Takumi? Takumi vive a Londra con Reira e il loro figliolo (che si chiama, guarda un po', Ren)? Oppure Hachi ha un altro figlio? Perché alla fine del volumetto parla di sé come donna con figli a carico... o si tratta semplicemente di un bisticcio nella traduzione (in giapponese non esiste il plurale, ma d'altronde non so neppure quale parola abbia usato la Yazawa)? Insomma, tutta una palpitazione. E peraltro la scena in cui Reira e Takumi si baciano è di un pathos tale che mi facevano venire in mente Jibras e Naide. Per farla breve: la Yazawa è riuscita a fare il colpaccio, mettendo un colpo di scena che non avevo proprio supposto (anche se, a rileggere i vecchi numeri all'indietro, si vedono un sacco di avvertimenti, che però erano dissimulati tanto bene che non ci avevo fatto caso). E il 37 si accinge a diventare il mio numero preferito di Nana in assoluto.

Takumi: + 1000 punti

*** end spoiler ***

Il 18 aprile i panda di cartapesta invaderanno Piazza del Popolo: il simbolo di un impegno quotidiano che in queste ultime settimane assume un significato ancora più profondo. (continua a leggere...)

Giornata Oasi 2009 - domenica 19 aprile


Sabato 18 aprile, alle 18, si inaugura la mostra Versi... diversi al PAN (Napoli, via dei Mille 60). Siete tutti invitati. Ci troverete anche due miei acquerelli sulle poesie di Salvatore di Giacomo.

postato da: cabepfir alle ore 17/04/2009 11:04 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: manga, disegno, ambient
mercoledì, 15 aprile 2009

Watchmen

Non sono un'appassionata né un'esperta delle storie di supereroi.

Non nutro alcuna ammirazione fanatica nei confronti di Alan Moore, che per me potrebbe essere poco più di un illustre sconosciuto con barbone e sguardo allucinato. From Hell l'ho sfogliato vagamente alla Feltrinelli anni addietro e l'ho trovato di difficilissima lettura. V per Vendetta l'ho letto dopo aver visto il film e, se devo essere sincera, di tale lettura non mi è rimasto dentro alcunché. L'ho anche recensito, ma non me ne ricordo nulla. E di Watchmen, prima che uscisse il film, non conoscevo neppure l'esistenza. È solo colpa della mia terrificante ignoranza o c'è un altro motivo dietro il fatto che in questi 27 anni non mi fosse giunta notizia di quest'opera, sbandierata come il capolavoro assoluto dell'arte sequenziale?

No, non è il capolavoro assoluto dei fumetti di tutti i luoghi e di tutti i tempi.

No, non è l'opera definitiva oltre cui non si poteva andare. In questi altri vent'anni dopo la sua pubblicazione la produzione di fumetti grazie a Dio è continuata e ha anche prodotto risultati eccelsi (leggi: Blankets, l'Immortale, Real, il Tex di Magnus che la Bonelli ha messo attualmente in ristampa e che consiglio a tutti).

Però che sia un capolavoro dell'arte sequenziale mi sembra ormai indubbio.

Leggerlo è complicato. Il formato dell'edizione non aiuta. Non lo si può leggere in metropolitana, né tenere il volume con un'unica mano come un tascabile. Bisogna essere seduti, con il volumone ben poggiato su un piano, e avere a disposizione un sacco di tempo. Non è lettura che si consuma in un'ora. E gli inserti scritti alla fine di ogni capitolo richiedono ancora più attenzione. E non basta una sola lettura. La presenza di narratori interni multipli permette di seguire separatamente (fino a un certo punto) i filoni di ogni personaggio, col fatto poi di tornare indietro a leggere quello che succede agli altri personaggi. Io ho iniziato leggendo il filone di Laurie, poi quello di Doc Manhattan, poi di Rorschach, di Gufo Notturno II, e infine di Veidt. Sono andata avanti leggendo avanti e indietro, ritornando su alcuni passaggi, cercando di leggere rapidamente altri. Il filone delle avventure del Vascello nero l'ho trovato intollerabile ed era una pena leggere quelle vignette dalla retinatura così pesante. Quelli sono gli unici passaggi dell'opera che non ho mai riletto.

I personaggi sono disgustosi. Più attraenti li trovi all'inizio, più repellenti ti sembrano alla fine. Corrotti fino al midollo, cinici, psicologicamente devastati, egoisti fino all'estremo. Il Comico non fa ridere nessuno e non si capisce perché tutti dicano che aveva capito tutto. Laurie è una poveraccia che Freud avrebbe trovato talmente segnata dal complesso d'Edipo da essere banale. Doc Manhattan è un superuomo asettico che trema davanti alle gonnelle. Dan Dreiberg l'epitome del buon senso nella sua forma più apatica. Veidt, che ha fatto sua la teoria dell'ucciderne uno per salvarne mille. Il mio preferito all'inizio era Manhattan, ma poi mi sono votata a Rorschach. La sua scena con lo psicologo varrebbe da sola tutto il fumetto. Anche Sally Jupiter non mi dispiace.

Vale per la storia? Non più di tanto. Vale per i personaggi? Fino a un certo punto. Vale per la struttura, per l'utilizzo del tempo (e dei tempi), per l'andamento, l'incastro, la struttura ciclica (con ultima pagina di puro genio), il ritorno dei simboli, il lento svelamento dei misteri. Tutto quello che il film non ha e/o non poteva riprodurre, mentre ha conservato la storia e i personaggi (con lievissimi adattamenti).

postato da: cabepfir alle ore 15/04/2009 12:58 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: fumetto
sabato, 04 aprile 2009

de recensioni (2)

Un lettore del blog, Tony, attraverso un suo gentile commento mi chiedeva come mai a volte non recensisco le cose che sembrano meritarlo, dato che potrei così fornire una sorta di consigli per gli acquisti utili per chi volesse leggere/vedere determinate cose. Pensando che l'argomento potesse interessare anche altre persone, ho deciso di scriverci sopra due righe.

Vorrei innanzitutto precisare una cosa abbastanza evidente, ovvero che io per prima mi trovo in un percorso di ricerca e che non ho le risposte definitive per quanto riguarda i prodotti culturali, né tantomeno le risposte adatte a chiunque o a chiunque in un determinato momento. Il gusto di ognuno di noi si forma leggendo/vedendo sia le cose che ci piacciono che le cose che non ci piacciono. Dalle cose che non ci piacciono apprendiamo quali sono le cose che non ci piacciono, e viceversa.

Ma anche le cose che ci piacciono o che non ci piacciono possono variare nel corso del tempo e nel cambiamento del contesto. Se oggi leggo/vedo una cosa che mi piace, non è detto che debba piacermi dopo un anno o dopo dieci anni. Le nostre emozioni momentanee influenzano quello che leggiamo/vediamo e, inevitabilmente, anche quello che ne posso scrivere io in questo blog o pensare nella mia testa. A volte, una situazione negativa nella nostra sfera personale può influenzare il giudizio che diamo di un determinato prodotto oppure alterarlo. Vorrei dare alcuni esempi:

  • Una volta, quando avevo 16 anni, ebbi una forte febbre con problemi alla gola, che durò circa una settimana. In quel periodo stavo leggendo I pilastri della terra di Ken Follett, che aveva già letto il mio compagno di banco raccomandandomelo molto. Quando la febbre mi passò, non ebbi più voglia di prendere in mano il romanzo, perché nella mia mente l'avevo associato alla febbre. E non l'ho aperto mai più (alla fine l'ho regalato). Sempre in quel periodo stavo ascoltando Homogenic di Bjork. Anche quello l'ho associato alla febbre. Ho continuato ad ascoltare quel disco negli anni ma continuo ancora a ricordare quel periodo di febbre quando lo riprendo in mano.
  • Quando uscì il film di Ritratto di Signora di Jane Champion, avevo già letto il romanzo e ne ero rimasta profondamente impressionata. Il film, al cinema, non mi piacque quasi per niente. Poi, quando l'ho rivisto, mi è iniziato a piacere, e adesso ne posseggo anche il dvd. In ogni caso, continuo a immaginarmi Ralph Touchett in modo completamente diverso da come lo interpreta Martin Donovan e continuo a immaginarmi diversamente Caspar Goodwood.  Insomma, sono scesa a patti col film ma per me non ha certo sostituito il libro né lo si può considerare sostituibile ad esso.
  • Sono andata a vedere Una lunga domenica di passioni lo stesso giorno in cui persi un concorso di dottorato. Ero molto abbattuta, e il film, anche se contribuì un po' a distrarmi, non mi piacque. Direi lo stesso adesso? (non l'ho mai rivisto). La mia microrecensione dell'epoca quanto è influenzata da ciò che mi era successo quel giorno?

Dopo aver consegnato la tesi, volevo leggere qualcosa di non troppo impegnativo, e ho ancora in programma per il futuro la lettura di libri che non considero, già in partenza, come dei capolavori della letteratura. A volte abbiamo bisogno anche di queste cose medie, oppure di romanzi e filmetti scemi. Anche una cosa stupida può essere gradevole se arriva nel momento giusto o se risponde alla nostra intenzione di rilassarci. Mia madre dice sempre che quando qualcuno è all'ospedale gli porti/ti porti da leggere Gente, non Il pendolo di Foucault.

Da parte loro, le recensioni non sono che impressioni a caldo di oggetti che ho letto/visto solo una volta. Un film visto in due ore a cinema o a casa ti lascia un'impressione. Capisci alcune cose. Se lo rivedi dieci volte ne capisci altre. Una volta che lo vedi quaranta volte, e che ci hai letto sopra quello che ne hanno scritto altre persone competenti, ci puoi scrivere sopra una tesi di laurea. 

Con i libri va un po' meglio perché la loro lettura, in genere, dura più giorni, e il tuo giudizio ha la possibilità di venire modificato nel tempo e adattato eventualmente dall'inizio alla fine della lettura. Inoltre, i libri permettono di essere riletti, cosa che naturalmente si può fare anche coi film ma che personalmente mi è meno immediata. Normalmente quando leggo un libro leggo più volte determinate pagine. In genere vado avanti a leggere degli spezzoni situati molto più avanti della pagina che sto leggendo "di seguito". Leggo degli spoiler. Poi torno indietro e leggo per bene. Quando finisco un romanzo a volte ci sono dei capitoli o delle pagine che ho letto tre volte, mentre altre non le ho mai rilette. In questo modo ho il tempo di formarmi un giudizio un po' più sfaccettato.

Tuttavia, la lettura di romanzi fatta per diletto si differenzia in ogni caso dallo studio dei romanzi che posso fare all'università. Nella lettura sono in gioco le mie emozioni momentanee, il contesto della lettura. Nello studio scientifico il mio io scompare per lasciare posto a quella che spero che sia un'interpretazione (relativamente) oggettiva dei dati contenuti nel testo, anche questi adattati però a un determinato contesto. Se scrivo delle donne guerriere, studio quel testo cercando quello che sia utile a proposito delle donne guerriere, il resto lo tralascio. In ogni caso, il mio punto di vista su Ariosto come lettura da diletto o come oggetto di studio sarà diversa, per quanto possa avere dei punti combacianti. Se lo leggo per diletto posso fregarmi di un sacco di fattori che invece mi sono indispensabili per studiarlo.

Detto ciò, torniamo alla proposta di indicare un percorso di lettura. Molte cose che reputo fondamentali le ho lette prima di aprire il blog. Per fondamentali intendo Shakespeare, i russi, le Bronte, Tasso, il Genji Monogatari ecc. Con cose del genere per me si va sempre sul sicuro. Le cose notevoli che ho scoperto negli ultimi anni sono stati Hardy, Mervyn Peake e George RR Martin. La saga più bella che ho letto nel 2008 è stata Le cronache del ghiaccio e del fuoco di Martin. Non penso di aver scritto una recensione completa di nessuno dei nove tomi dell'edizione italiana (solo del primo forse). Perché non ne ho scritto? Perché ho passato più tempo a leggere quello che ne scrivevano altre persone sui forum e siti dedicati; perché ne ho parlato con molte persone su deviantart; perché, invece di scriverne, ne disegnavo le scene.  

Quest'anno ho letto dei libri che mi sono piaciuti, e non ne ho parlato. A volte parlare dei libri/film che sono piaciuti senza essere banali è molto più complicato che scrivere una critica distruttiva. Perché mi sono piaciuti? Si accordavano alle mie corde del momento, il loro stile mi andava bene, hanno suscitato in me immagini o richiamato memorie, raccontavano bene una bella storia... 

     

  • Il profumo di Patrick Süskind. Mi incuriosiva da anni. Temevo che non mi sarebbe piaciuto 1) perché era un bestseller; 2) perché a Valeria non era piaciuto. Invece a me è piaciuto. Non ho quasi notato l'assenza di dialoghi perché il racconto si reggeva anche senza. Non potevo poi non amare Baldini, il profumiere italiano fallito che fa da padre/padrone (ma infine anche lui soccomberà come tutti) a Grenouille. Poi ho rivisto pure il film, che avevo già visto un anno fa.
  • Twilight. Dopo averne sentito parlare da chiunque l'ho letto pure io, prima che uscisse il film, e a me è piaciuto, in specie la prima parte. L'atmosfera scolastica e l'amore adolescenziale evocava in me piacevoli ricordi. Invece la seconda parte del libro è troppo lenta, mentre la terza troppo veloce, troppo d'azione e infine inutile perché si sa già come andrà a finire. Ovviamente il vampirismo di Edward è una metafora sessuale neppure tanto nascosta. Letto il primo, però, non mi è venuta voglia di leggere gli altri. Ho letto la trama su internet e visto che a me i licantropi non mi sconfinferano più di tanto, ho deciso di evitare.
  • Un semplice interludio di Thomas Hardy. Iniziato e finito durante un tragitto in pullman. Non è neppure tragico. Un bel raccontino di Hardy misogino quanto basta ma che riscatta la sua misoginia nell'immagine finale di una ritrovata comunità femminile.

Il libro più bello attualmente in mio possesso e che devo ancora finire di leggere è La colomba pugnalata di Pietro Citati. L'ho scoperto casualmente due anni fa nella libreria di una persona che mi stava ospitando, e in una o due notti ne ho letto circa metà, restando affascinata. Adesso che l'ha ripubblicato l'Adelphi (prima era in edizione Mondadori) mi sono affrettata a comprarlo. Citati ripercorre con emozionante lirismo la vita di Marcel Proust, facendomi commuovere profondamente per il dolore dello scrittore che sembra entrare sotto la mia stessa pelle e metterla a nudo, facendola sanguinare. Non ho mai letto la Recherche e non so come possa sembrare questo libro a uno che sa di Proust più di me, ma nella mia limitatezza lo giudico un'ottima introduzione a questo maestro del '900. Di certo mi ha fatto venir voglia di leggere la Recherche.

Ma ci sono persone che leggono molto più di me, soprattutto materiale più vario e contemporaneo. Per questo consiglio di visitare i blog di IsabelleTostin, PattyBruce, dei due Gonzo, di Zeruhur (quando si occupa di libri), ecc. Ciò non vuol dire che la pensiamo sempre uguale in materia di libri, ma se la pensassimo tutti uguale...

Inkheart

I film che mi sono piaciuti più al cinema ultimamente sono stati Inkheart (Helen Mirren, Jim Broadbent, Andy Serkis e soprattutto Paul Bettany valgono lo spettacolo, anche se si levasse il fatto che è un film che parla di amanti di libri e del potere delle storie di salvare il mondo) e, incredibilmente, Iago (forse trovo un po' di tempo per scriverne più di questo rigo). A casa ho visto Gran Torino e Ponyo sulla scogliera. Su Gran Torino avevo dei pregiudizi, invece si è rivelato un film mirabile, anche se non capisco perché la polizia americana debba essere sempre mostrata sotto una cattiva luce nei film e i cittadini si vogliano fare sempre giustizia da soli (anche se c'è la sorpresa finale...). Ponyo è incantevole, in particolare, data ormai la mia veneranda età, il personaggio della madre e la scena in cui fa telegrafare Baka! Baka! (stupido! stupido!) al marito.

  

Di fumetti in questo periodo c'è una bassa terrificante. È uscito il 43 di Vagabond (in cui avviene il romantico reincontro di Takezu e Otsu e la poco romantica morte del mio amato Ueda ), il 23 dell'Immortale (in cui praticamente avviene una scena sola, ma la copertina è da sbavo) e basta. Sto leggendo Lovely Complex perché me lo prestano. E poi ho letto Monkey Business di Gianluca Maconi, ma attendo l'uscita del secondo numero (per Lucca?) per parlarne.

postato da: cabepfir alle ore 04/04/2009 16:14 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: libri, manga, studio, varia, lo schermo e la scena, fumetto, asoiaf
venerdì, 27 marzo 2009

Stonehenge, di Bernard Cornwell

Britannia, terzo millennio avanti Cristo. L’arrivo di un tesoro di losanghe d’oro nel villaggio di Ratharryn, rubato dal corredo del tempio di Sarmennyn e rivendicato anche dal villaggio di Cathallo, innesca una serie di liti e rivalità tra tribù e tra persone, che porterà alla costruzione del grandioso tempio di Stonehenge, pensato come offerta che farà riavvicinare Slaol (il dio del Sole) e Lahanna (la dea della Luna). Al centro di queste vicende stanno tre fratellastri: il violento Lengar, che si impadronisce del tesoro, il visionario Camaban, colui che progetta il tempio, e il babbeo Saban, che lo costruisce. L’odio reciproco tra i tre fratelli è fomentato anche da questioni di donne, in particolare dal passaggio fra i tre della bruna Derrewyn e della bionda Aurenna, con corredo di figli e figliastri. Alla strage finale sopravvivrà solo Saban, attraverso il cui punto di vista avevamo seguito le vicende, e pochi altri.  
 
Anche se sulla copertina è riportato un unico nome, a scrivere questo libro sono stati due autori: Bernard Cornwell il documentarista, e Bernard Cornwell lo scrittore. Entrambi hanno pregi (qualcuno) e difetti (vari). Non sono un’esperta di romanzi storici contemporanei, e quindi non so se sia consuetudine del genere intervallare la narrazione di avvenimenti alla descrizione di modi di vita: questo libro, almeno, è costruito così. La narrazione è interrotta da descrizioni più o meno lunghe e dettagliate di riti, feste, abitazioni (nella prima parte) e della costruzione di Stonehenge (nella seconda parte). Confesso che ho saltato a piè pari tutte le descrizioni dell’edificazione di Stonehenge, perché di interesse pressoché nullo per me: per pagine e pagine si ripete “Presero la pietra… scavarono la fossa… misero la pietra… tirarono le funi… mossero i buoi… Saban si allontanò per vedere se stava facendo un buon lavoro…” ecc ecc. Più o meno si ripete così per ogni singola pietra che innalzano, e sinceramente non me ne può importà de meno. Tale livello di dettaglio su alcune cose non è controbilanciato da quelle che sarebbero state, per me, delle discussioni più interessanti: su tutte, quella sul senso estetico dei primitivi. I personaggi di Stonehenge ripetono spesse volte “è bello”, “è bellissimo”; ma quando si sviluppò nell’uomo il senso estetico, quando, oltre al fatto di creare quelli che ora consideriamo manufatti artistici, iniziò a dire “è bello”? Questo punto non è affatto approfondito, anzi lasciato scorrere come se fosse normale che per un uomo dell’età del bronzo Stonehenge fosse “bella”, a fianco di altre definizioni quale imponente, ieratica, sacra ecc. A livello più piccolo, due dettagli tecnici mi hanno stupito in questo libro: da un lato, che questi uomini sembrano ignorare l’esistenza della ruota, che le mie scarse conoscenze preistoriche mi dicono già inventata all’epoca: queste benedette pietre di Stonehenge non sono trasportare su ruote ma tirate su delle slitte, o fatte passare su tronchi d’albero distesi per terra e usati come rulli. Dall’altro lato, una parte del viaggio fatto dalle pietre è svolto su barche a vela, e questa cosa delle barche a vela è (per stessa ammissione dell’autore nella postfazione) di verosimiglianza più incerta, tanto più che ci vuol far credere che con le barche a vela questi uomini riuscissero già a superare la Manica. Ma non sono un’esperta del sistema dei trasporti nell’età del bronzo, quindi lascerò perdere.
La mancanza di approfondimento sulla questione estetica è solo una piccola parte di un problema più grande e centrale, in cui avverto una spinta contraddittoria. Per farci immergere nell’atmosfera dell’epoca, Cornwell evita di descriverla esplicitamente come diversa dalla nostra, e questo da un lato mi sembra naturale, dall’altro lato mi appare come un limite. Mi spiego: in questo libro si compiono molti atti violenti (uccisioni, sacrifici umani, amputazioni, ecc) ma mancando il senso della violenza: tutto ciò scorre senza impressionare lo spettatore. Cornwell descrive un mondo in cui si pratica la violenza ma non suggerisce tale violenza a me come lettore: non sono rimasta impressionata da niente. Mentre leggevo, il mio riferimento era George RR Martin e le sue splendide Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: ma il fuoco non lambisce mai Stonehenge, non c’è il sapore del sangue, né si sente davvero la brama di potere. Il film I Vichinghi, un piccolo cult personale, descrive molto meglio, secondo me, un mondo rozzo e feroce in cui vige la legge del più forte. E qui arriviamo alla seconda contraddizione: Cornwell, convinto che (sempre come scrive nella postfazione), la natura umana non sia cambiata in questi ultimi quattromila anni di storia, descrive un mondo in cui le psicologie, secondo me, sono sin troppo medie, sbozzate e moderne per essere applicate a degli uomini dell’età del bronzo. Un personaggio, il mercante/sacerdote Haragg, cade in depressione dopo la morte della figlia e arriva a dubitare dell’esistenza degli dei. Ma esisteva lo scetticismo esistenziale in epoche tanto remote? A pelle, mi verrebbe da dubitare. Assistiamo ad una scena di lite tra coniugi che poteva essere riportata pari pari in un qualsiasi romanzo ambientato nella contemporaneità e i dialoghi e in particolare alcune espressioni sono troppo raffinate per quella che è la mia idea (il preconcetto?) dei primitivi. Si sente parlare di invenzione “geniale” (dubito che esistesse il concetto di genialità, che credo sia di elaborazione molto tarda), si parla più volte di “tragedia” (prima che i greci la inventassero, la tragedia), di una persona “amareggiata”. Ci sono costruzioni della frase come “Lo costruisce a esaltazione della sua gloria personale” (p. 315). Poiché la traduzione (di Lidia Perria), una volta tanto, mi sembra fatta bene ed è molto scorrevole, in mancanza del testo inglese non mi resta che affibbiare la colpa all’autore. Capisco che sia difficile arrivare a costruire un dialogo senza nessuna di queste sottigliezze, ma al contrario di Cornwell io personalmente non penso che non ci siano stati dei cambiamenti nella natura umana, o per meglio dire nella capacità di esprimersi e nell’elaborazione speculativa, quindi le espressioni che ho citato suonavano strane al mio orecchio.
Quando Cornwell decide invece di essere schematico nella rappresentazione psicologica dei personaggi, lo è troppo. Il fatto che secondo me dovrebbero esprimersi in maniera più elementare non significa che lo scrittore debba descrivere in maniera elementare i cambiamenti dei personaggi. Derrewyn all’inizio è una candida fanciulla, ma poi la stuprano e diventa una strega assetata di vendetta, senza che si siano seguiti i suoi pensieri, dato che tutto avviene fuori campo, e così da un capitolo all’altro ce la ritroviamo trasformata in una megera, e tale resterà fino alla fine. Aurenna, dalla calma e dolcezza sovrumana, diventa alla fine una fanatica che non esita ad uccidere la sua stessa figlia in onore del dio. Saban, il protagonista, dovrebbe essere quell’homo mediocris in cui tutti si possono identificare, dotato di buon senso e di una certa gentilezza: a me è sembrato irrimediabilmente indefinito, un Mary Sue qualsiasi, e in un paio di occasioni agisce proprio da idiota (non volevo crederci quando uccide due uomini della sua stessa tribù per salvare quella vecchia arpia di Derrewyn).
Camaban era il personaggio in cui riponevo più speranze, ma in tutta la seconda parte del libro non avviene in lui nessun cambiamento né l’autore si degna di descriverci il suo punto di vista, quindi ho perso interesse. Nato con un piede equino (e qui mi risuonava nelle orecchie Schiavo d’amore), tenuto alla larga da tutti e bramoso di un riconoscimento sociale, Camaban – il cui nome mi ricordava Calibano – decide di diventare un potente stregone e acquista potere e fama. All’inizio il suo risentimento verso il mondo, il senso di isolamento e il desiderio di rivalsa avevano dato un po’ di pepe alla broda, ma arrivato al punto in cui Camaban idea il progetto di Stonehenge e riesce a farlo mettere in pratica dagli altri il suo personaggio non attraversa più alcuna evoluzione. Resta ancorato al suo ruolo di stregone-architetto mezzo pazzo e non viene da aspettarsi più niente da lui.
Ma non voglio negare a questo libro tutti i meriti. Lo stile è molto scorrevole, si legge senza difficoltà (ma anche senza un particolare attaccamento alle vicende) e questo è già molto per un libro di questi tempi. Le scene iniziali con Camaban hanno una certa efficacia, e alcune cosette qui e là un certo gusto. Ma in questo libro non ho trovato un climax e anche i colpi di scena sono talmente ovvi che non colpiscono nessuno. Il ritmo di questo romanzo è talmente medio, così come i sentimenti dei personaggi, che contrasta spiacevolmente con l’atmosfera brutale che mi aspettavo di trovarci. Gli anni sono scanditi uno a uno, tanto che ho calcolato che alla fine Saban dovrebbe avere circa 36 anni, anche se si esprime ancora come un ragazzetto. Letto questo, non mi viene il ghiribizzo di leggere altre cose di Cornwell. Anzi, mi viene da chiedermi perché sia diventato un autore bestseller. Non c’è paragone con Martin, ma neppure con Ken Follett, per quel poco che mi ricordo dei Pilastri della Terra (letto ormai un secolo fa). Considerata l’assenza di sesso e di reale violenza, ritengo Stonehenge una lettura adatta ad un adolescente. Probabilmente a 13 anni mi sarebbe piaciuto di più. Lo scaffale dei libri per ragazzi sarebbe il suo posto più appropriato (in tutta serietà; non giudico spregiativamente i libri per ragazzi, essendo stata una lettrice molto più formidabile allora di quanto sia ora).

 

letto per il circolo del mercoledì

***

Sono stata a Stonehenge nel luglio del 1997. Non ne ricordo praticamente nulla personalmente, o meglio, ciò che mi ricordo davvero è solo il negozio, dove avevano un sacco di libri sui castelli scozzesi (magari avevano anche altro, ma mi ricordo quelli) e dove comprai un poster di Stonehenge al tramonto che è ancora appeso in camera mia. Insomma, ho un poster di Stonehenge in camera e non mi ricordo nulla di Stonehenge! Il suo "mistero" non mi ha mai particolarmente interessato: mi piacevano i colori del tramonto catturati dal fotografo e inoltre quel poster ce l'aveva già identico un mio amico, quindi, per le ben note leggi del desiderio mimetico, non potevo essere da meno ^^

 
postato da: cabepfir alle ore 27/03/2009 12:12 | link | commenti (10) | commenti (10)
categorie: libri, foto, persone
mercoledì, 18 marzo 2009

Hamlet's Portrait. Considerazioni

È ancora possibile rappresentare Amleto, oggi? È quanto mi veniva da domandarmi mentre assistevo alle tredici ore della maratona di Antonio Latella al teatro India di Roma. Questo mastodontico progetto non è infatti una messa in scena di Amleto, ma una messa in scena dell’idea di rappresentare Amleto, delle possibilità delle sue rappresentazioni, dell’infinità delle possibilità di interpretazione. Per qualsiasi scelta rappresentativa si faccia, mi veniva da pensare, il testo shakespeariano è più ricco, più sottile, più complesso, e vedere messa in scena una sola, singola possibilità di rappresentarlo alla volta significa escludere le altre possibilità. Per questo, davanti alla scena, la mia mente vagava alla ricerca di altre possibilità, di altri significati, di altre pieghe: perché Amleto, il testo totale del teatro, potrebbe sempre significare qualcos’altro, essere recitato in un altro modo. In questo senso, lo spettacolo di Latella serviva come stimolatore di pensiero piuttosto che come punto di arrivo: non sceglie, se non in alcuni aspetti specifici, un’interpretazione determinata e delimitata, non propone una linea interpretativa lineare, dichiarando l’impossibilità di trarre un senso lineare da un testo che è un caposaldo di ambiguità e di ribaltamento delle facce. Mentre le parole e le frasi del play si ripetevano in continuazione, e si sentiva raccontare per la decima volta la trappola per topi o l’apparizione del fantasma, la complessità dei personaggi – di cui gli attori mettevano necessariamente in mostra un lato per volta – diveniva materia delle mie speculazioni mentali. Qual’era la storia del matrimonio di Amleto I e di Gertrude? Gertrude è danese o viene da fuori, in che modo il suo matrimonio ripercorre e/o prefigura la storia tra Amleto figlio e Ofelia? Era per caso anche lei la figlia di un consigliere di corte notata dal principe?
E il rapporto tra Amleto I e Claudio qual era? Qual era il ruolo di Claudio nella corte danese prima della morte del fratello? E cosa è venuta per prima, la brama per la corona o quella per Gertrude? O non è forse la stessa cosa, secondo quell’identificazione tra la donna e la terra che l’epica occidentale si porta appresso da tempi antichissimi?
E quale il rapporto tra Amleto figlio e Claudio prima dell’usurpazione di quest’ultimo? Amleto non sembra riconoscere Claudio come fratello di suo padre, per lui è sempre un estraneo, che sembra comparso a corte esattamente nel momento dell’usurpazione, ma che prima non vi esisteva: di fatti, potrebbe essere lo stesso (di) Fortebraccio, in quel continuo gioco di simmetrie di cui il play (ma in verità tutti i plays shakespeariani) è pieno. E la differenza di aspetto fisico (morale) che Amleto afferma esserci tra il padre e lo zio potrebbe anche non esistere affatto: io personalmente farei interpretare Amleto padre e Claudio dallo stesso attore. Anche perché coloro che detengono il potere, nel ciclo dei re, non mutano mai, ma si susseguono quasi indistinguibili, nonostante le etichette di buono o cattivo, eroe o tiranno che li accompagnano.
E ancora, Gertrude e Claudio? Lei è sua complice? Si amavano da prima, e si sono sbarazzati insieme del re? O Gertrude è stata davvero conquistata solo in seguito (magari dal fatto che Amleto padre e Claudio sono sostanzialmente identici)? Ha accettato di sposare Claudio perché pensava che fosse la cosa migliore per lo stato? Oppure è stata minacciata, è una vittima anche lei di Claudio, una donna magari picchiata, umiliata e costretta alla resa? È anch’essa divorata dall’ambizione? In quanti modi è simile alla Lady Anne del Richard III, che mentre va a seppellire il primo marito, accetta di sposare colui che l’ha ucciso?
...
postato da: cabepfir alle ore 18/03/2009 11:48 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: studio, lo schermo e la scena
martedì, 17 marzo 2009

dal blog di Sigune ^^

You Are An ISFJ
The Nurturer

You have a strong need to belong, and you very loyal.
A good listener, you excel at helping others in practical ways.
In your spare time, you enjoy engaging your senses through art, cooking, and music.
You find it easy to be devoted to one person... a partner who you do special things for.

In love, you express your emotions through actions.
Taking care of someone is how you love them. And you do it well!

At work, you do well in a structured environment. You complete tasks well and on time.
You would make a good interior designer, chef, or child psychologist.

How you see yourself: Competent, dependable, and detail oriented

When other people don't get you, they see you as: Boring, dominant, and stuck in a rut
postato da: cabepfir alle ore 17/03/2009 23:23 | link | commenti | commenti
categorie: persone, varia
giovedì, 12 marzo 2009

il 12 marzo

è la giornata mondiale del rene! Da brava sofferente di renella e colichette, mi sembra doveroso ricordarlo. Bevete tanta acqua Fiuggi e pensate a quanto vi serve quel piccolo fagiolo nella vostra schiena!

È anche il compleanno di Miriel. Per festeggiare, gli ultimi disegni:

Fare una passeggiata

Il mio scanner è stato particolarmente cattivo con questo povero disegno, che risulta, non capisco perché, un po' sfocato (eppure la risoluzione era come al solito di 300 dpi).

Su deviantArt hanno lanciato un concorso (con scadenza a giugno) per rifare un proprio disegno del passato. Dato che avevo già una mezza idea a proposito, ho rifatto un vecchio disegno su Neottolemo e Polissena del lontanissimo dicembre 1997.

Il disegno vecchio ___ 1997

il disegno nuovo ____

comparazione ____ 1997 > 2009

La Silvia ha messo sul suo blog alcune illustrazioncine che ho fatto per la sua fanfic su Riccardo III / Tommaso Moro / Servazio ecc. Guardate e, soprattutto, leggete! [link] [link] [link]

postato da: cabepfir alle ore 12/03/2009 14:56 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: disegno, fumetto, riccardo iii

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Cecilia. 23/8/1981.

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